Mondo

Tutte le pene di Conte tra Bonafede e governatori

di

Foglio Ferrara

Che cosa deve preoccupare davvero il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, tra il caso Bonafede e i rapporti con i governatori delle regioni

Questi sono giorni col fiato sospeso un po’ per tutti, partecipi di una “ripartenza” dall’esito per niente scontato in tempi pericolosi di coronavirus. Ma sul piano politico c’è qualcuno per il quale il fiato è forse più sospeso che per altri. E questi, una volta tanto, non è il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, per quanto Paolo Mieli sul Corriere della Sera gli abbia appena dato solo una “sufficienza” sofferta. Ora, a parte le vignette saramantiche che si procura, egli ha prudentemente dismesso, o quasi, i pieni poteri assunti proclamando lo stato di emergenza e si è un po’ rimesso ai governatori regionali, pur non riuscendo ad accontentarli tutti. Essi ne risponderanno all’elettorato se le cose andranno male, ha praticamente avvertito Conte. Che d’altronde, diversamente da loro, non è stato eletto neppure deputato o senatore. Egli è stato designato a Palazzo Chigi dai grillini, ai quali neppure risponde più del tutto, essendosi ritagliato nel frattempo uno spazio tutto suo, in cui c’è chi sotto le 5 stelle lo considera ormai più vicino al Pd.

Più di Conte, secondo me, ancora in grado di riferire alle Camere sull’evoluzione dell’epidemia senza il passaggio finale di un voto, e il rischio conseguente che il renziano di turno abbia qualcosa da eccepire nella maggioranza sulla risoluzione conclusiva, ad essere col fiato sospeso è il guardasigilli grillino Alfonso Bonafede, da qualche mese anche capo della delegazione pentastellata al governo. Contro di lui le opposizioni – non più solo quelle di centrodestra ma ora anche quella radical-europea di Emma Bonino, sostenuta da alcuni forzisti decisi a non confondersi con leghisti e Fratelli d’Italia – hanno chiesto una sfiducia “individuale” su cui si voterà al Senato mercoledì. E una data che lo stesso Bonafede, appena privatosi del capo di gabinetto per l’affare Palamara, ha un po’ spavaldamente preferito ad una meno ravvicinata consigliata prudentemente da esponenti non di secondo piano del Pd, sospettosi delle intenzioni dei renziani, ora più tentati dalla mozione di Bonino.

Le cose che si contestano a Bonafede sono notoriamente la gestione – va detto, non dipendente da lui – delle scarcerazioni per timore di contagio disposte dai magistrati di competenza, costretti adesso da un decreto legge a rioccuparsi a breve di tutte le pratiche passate per le loro mani, e dello scontro a distanza avuto col consigliere superiore della magistratura Nino Di Matteo. Che con una curiosa coincidenza proprio con le scarcerazioni di cui si è detto, e cogliendo l’occasione offertagli da una trasmissione televisiva, ha tenuto a confermare personalmente e a rilanciare le voci diffusesi già due anni fa sull’’offerta del remuneratissimo incarico di capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria fattagli dal guardasigilli appena fresco di nomina ma durata lo spazio di una notte, mentre i detenuti di mafia erano, a dir poco, agitati.

Sicuro del fatto suo, nonostante la popolarità di Di Matteo fra i grillini, che lo avrebbero voluto a suo tempo ministro dell’Interno per la sua forte esposizione giudiziaria d’accusa sul fronte della presunta trattativa fra lo Stato e la mafia stragista dei primi anni Novanta, Bonafede si è trovato improvvisamente spiazzato addirittura dalla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Che in una intervista a Repubblica, forte anche della sua passata esperienza di consigliere superiore al Palazzo dei Marescialli, ha sottolineato il carattere inedito dello scontro avvenuto fra Di Matteo e Bonafede, ha avvertito una certa “opacità” nella vicenda ed ha sollecitato un pronunciamento dell’organo di autogoverno della magistratura. Se non sospeso, il fiato di Bonafede deve essersi accorciato.

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