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Tutte le mosse geopolitiche dell’Italia nel caso Biot-Russia

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Che cosa si cela dietro il caso dello spionaggio Biot-Russia. L’articolo di Luigi De Biase, giornalista del Tg5 e curatore di Volga Newsletter

Più passano le ore e più è evidente che l’arresto con l’accusa di tradimento del capitano di fregata Walter Biot e l’espulsione di due militari russi accreditati presso l’ambasciata a Roma sia da intendere come un segnale eloquente di lealtà che il Governo italiano ha deciso di lanciare ai partner della Nato, un segnale che rischia, tuttavia, di avere pesanti conseguenze sulle relazioni con il Cremlino. È scritto nei dettagli di questa vicenda, che i principali quotidiani raccontano da due giorni in modo piuttosto omogeneo. Un ufficiale di marina con quattro figli, quattro cani e una casa ancora da pagare disposto a passare documenti riservati a servizi stranieri per una ricompensa tutto sommato modesta. Un agente russo ammorbidito dalla vita romana al punto da seguire una routine per gli incontri con una fonte di informazioni. E un discorso in Parlamento, quello del ministro degli Esteri, Di Maio, con toni di massimo severità rispetto a eventi che sembrano oggi avere un peso relativo, in attesa di sapere quali documenti Biot abbia fornito ai russi.

È bene partire proprio dalle parole del responsabile della Farnesina per comprendere i contorni di questa vicenda. A Palazzo Madama Di Maio ha definito “atto ostile e di estrema gravità” quello compiuto dall’intelligence russa sul nostro territorio; ha osservato che da Mosca e Pechino “provengono anche sfide, e talvolta minacce”, e ha ribadito, poi, che occorre “lavorare strettamente con i partner europei e con gli alleati per accrescere costantemente la resilienza” dell’Italia. Difficile spiegare il riferimento alla Cina, che nulla a che fare con il caso in questione, senza incrociare l’intervento di Di Maio con le dichiarazioni programmatiche che il premer, Mario Draghi, ha reso alle Camere un mese e mezzo fa, al momento del voto di fiducia: “Questo Governo”, ha detto allora il premier, “nasce nel solco dell’appartenenza del nostro Paese come socio fondatore all’Unione Europea, e come protagonista della Nato, nel solco delle grandi democrazie occidentali, a difesa dei loro irrinunciabili principi e valori”.

L’impressione sempre più concreta è che gli arresti compiuti martedì in un parcheggio a Spinaceto, alla periferia Sud di Roma, rispondano in definitiva alla volontà di dare seguito a quelle indicazioni politiche. Il che emerge anche dai tempi dell’operazione. Secondo gli stessi resoconti forniti dalle autorità alla stampa, il capitano Biot era nei radar dei nostri servizi di controspionaggio da almeno sei mesi. Nella sua auto avevano installato un microfono. Per adesso si ha contezza di quattro incontri. Due sono stati registrati.

All’arresto si è arrivati ora, nonostante certezze già consolidate sulla sua attività. Si sapeva perfettamente che Biot fotografava i documenti dal monitor della sua postazione all’ufficio Politica militare e programmazione allo Stato maggiore della Difesa. Sulla scheda di memoria che gli hanno sequestrato si trovano 181 immagini di documenti, nove classificati come “riservatissimi” e 47 “Nato secrets”. A quanto sembra di capire, si è lasciato per mesi che lo facesse.

Con il caso Biot il Governo avrebbe, quindi, deciso di manifestare una svolta nella politica estera. Il cambio di atteggiamento è indiscutibile. In dodici mesi l’Italia è passata dalla richiesta di aiuti umanitari alla Russia nella fase più complessa dell’emergenza sanitaria alla pubblica denuncia di un’operazione di spionaggio il cui livello appare secondario, almeno a giudicare dalle modalità usate per gli incontri, dalla natura del materiale (anche Nato) passato agli agenti russi e dalle somme di denaro che questi avrebbero corrisposto a Biot: quattro incontri, cinquemila euro per ogni consegna.

Nessuna risposta ufficiale è ancora arrivata da Mosca, segno che fra il Cremlino, il ministero degli Esteri e quello della Difesa, gli apparati coinvolti nello scandalo, il confronto è ancora aperto. L’ambasciatore russo a Roma, Sergei Razov, ha mostrato la volontà di mantenere buone relazioni con l’Italia. Il problema è che i diplomatici non sono automaticamente i più ascoltati quando si tratta di crisi internazionali. E a Mosca sono sempre più spesso i militari ad avere la meglio.

Articolo pubblicato su letteradamosca.eu

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