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Tutte le contagiose tensioni fra Trump e governatori sulla riapertura degli Stati Uniti

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Come e quanto si discute negli Stati Uniti anche con manifestazioni di piazza pro riapertura benedette da Trump. L’approfondimento di Marco Orioles

 

Contraddicendo totalmente ciò che lui stesso aveva dichiarato il giorno prima, ossia che ogni Stato dell’Unione avrebbe deciso in autonomia (“every state is very different”) quando sollevare il Lockdown anziché riaprire tutti insieme dietro diktat presidenziale, ieri Donald Trump è andato all’attacco dei governatori che secondo lui indugiano troppo.

Lo ha fatto ovviamente nel consueto stile trumpiano, ossia con un coup de théâtre che è stato però al tempo stesso un colpo di mano e un colpo basso nei confronti dei governatori riluttanti.

The Donald ha pensato bene infatti di mettere il cappello su una serie di manifestazioni andate in scena in MinnesotaMichigan e Virginia per protestare, in un tripudio di simboli e slogan trumpiani, contro le misure di contenimento adottate – ma dal punto di vista di chi è sceso in piazza il termine giusto è: imposte – dai governatori (democratici) Tim Walz, Gretchen Whitmer and Ralph Northam.

Nell’ambito di scene in cui molti commentatori Usa hanno intravisto i segni di un ritorno di fiamma del famoso “Tea Party” – il movimento grassroots di stampo conservatore sorto dieci anni fa sull’onda della protesta contro Obama e la sua riforma sanitaria –  i manifestanti in Michigan hanno rivolto a Whitmer lo slogan che Trump usò per Hillary Clinton durante la campagna per le presidenziali 2016: “Mettetelo dentro”.

Non meno drammatica la situazione a St. Paul,  dove un gruppetto autodefinitosi “Liberate il Minnesota” ha assediato la casa del governatore, o a Columbus, Ohio, dove la gente si è radunata sotto il locale Campidoglio non certo con le migliori intenzioni.

Mentre tutto questo stava accadendo, da Washington The Donald, o chi per lui, impugnava lo smartphone e faceva partire dal profilo Twitter più seguito del mondo tre cinguettii di sostegno pressoché uguali nella loro sinteticità e natura dirompente:

Alla redazione del New York Times tuttavia qualcuno ha presto mangiato la foglia, individuando tra le fila dei manifestanti – ovviamente nelle vesti di organizzatore – un uomo della cerchia del presidente. Si tratta di Stephen Moore, che oltre a ricoprire il ruolo di consigliere nel contesto della task force economica anti-Covid-19 del governo è il fondatore di un gruppo di pressione appena battezzato col nome emblematico di “Save Our Country” che si propone di spingere sul pedale dell’acceleratore della riapertura degli Stati.

Al di là del definire se stesso e gli altri manifestanti altrettanti “Rosa Parks” in lotta contro “queste ingiustizie governative”, Moore avrebbe anche provveduto, stando sempre al NYT, a raccogliere le somme necessarie per sostenere le spese legali delle cause cui andranno assai probabilmente incontro lui e tutti coloro i quali hanno infranto ieri le disposizioni per il contenimento del contagio.

Ma se l’ombra di Trump era ben presente nelle piazze in subbuglio d’America lo si deve anche alla generosa copertura delle manifestazioni fatte dall’emittente trumpiana per antonomasia, Fox News – la stessa, per inciso, che divenne la principale piattaforma del Tea Party quando si trattava di schiacciare la bestia obamiana.

A sposare con particolare zelo questa campagna tra i ranghi della tv di Murdoch è stato un conduttore molto noto come Tucker Carlson, che si è spinto a definire “autoritaria” la quarantena imposta dal governatore Whitmer nonché a chiederne le dimissioni ( “I hope she loses her job because she certainly deserves it”).

Ma a far sentire la propria voce è stata anche un’altra star di Fox come Laura Ingraham, che anticipando gli stessi tweet di Trump ha rivolto agli abitanti della Virginia un cinguettio premuroso (e molto trumpiano): “ Quando i residenti  si solleveranno per chiedere indietro la loro libertà?”

Insomma, visto che più che una “manina”, quella di Trump nelle manifestazioni di ieri era una manona, i reporter presenti al suo briefing pomeridiano non hanno potuto astenersi dal chiedergli lumi.

Dopo aver spiegato che ai suoi occhi quelle persone scese in piazza appaiono “molto responsabili”, il presidente ha chiarito il suo pensiero (ormai indecifrabile) sulla necessità di rimuovere le restrizioni, negando che sia quello il suo obiettivo ma sottolineando anche che “elementi di quello che (i governatori) hanno fatto sono eccessivi. È troppo duro”.

La reazione dei governatori naturalmente non si è fatta attendere ed è stata sdegnata come il cinguettio del n. 1 dello Stato di Washington, Jay Inslee, per il quale i tweet del presidente non solo “incoraggiano atti illegali e pericolosi”, ma mettono “milioni di persone in pericolo”:

La polemica del giorno, in ogni caso, sembrava superata dai fatti. Ben prima che le proteste mettessero in subbuglio la politica Usa, vari governatori avevano chiarito la propria intenzione di procedere con un allentamento graduale e mirato delle misure di contenimento.

Rimandando alla lettura di un articolo di poche ore fa della CNN che fa il punto delle riaperture Stato per Stato, segnaliamo che in Texas, Greg Abbot ha stabilito che lo Stato riaprirà “per stadi”. A partire da venerdì potranno dunque riaprire i battenti tutti i negozi ma con la formula “retail to go”, in base alla quale i clienti non entrano fisicamente nel negozio per scegliere la merce ma la ricevono e la portano a casa. Per i parchi bisognerà aspettare lunedì, ma potranno essere frequentati solo con le mascherine e rispettando la distanza sociale. Niente lezioni in presenza invece fino alla fine dell’anno scolastico.

Prossimo alla riapertura è anche l’Ohio, dove però – per volontà del governatore Mike De Wine – saranno obbligatorie mascherine, guanti e distanziamento sociale e saranno realizzate nei posti di lavoro barriere per separare fisicamente i dipendenti (cui sarà inoltre misurata sistematicamente la temperatura corporea e richiesto di rientrare nel proprio domicilio qualora avessero la febbre).

Anche in Vermont si è deciso che molti lavoratori potranno riprendere presto le loro attività, naturalmente con le dovute misure di protezione.

Con grande gioia degli amanti delle mazze, in Minnesota i campi da golf riapriranno sabato insieme ad altre attività all’aperto, con l’eccezione però di quei parchi di divertimento o per la pesca che allietano il tempo degli abitanti dello Stato dei diecimila laghi.

Il governatore della California Gavin Newsom ha delegato invece il compito ad una commissione economica consultiva che si è formata ieri e include, oltre a tutti gli ex governatori viventi, alcuni tra i manager più in vista d’America come il CEO di Apple Tim Cook e il presidente di Disney Robert A. Iger e persino l’ex n. 1 della Fed Janet Yellen.

Il problema che queste decisioni evidenziano non è solo che, convivendo con quelle di segno opposto di altri Stati che sposano la linea della massima prudenza, trasformeranno l’America in un continente dove le libertà e le restrizioni si distribuiscono a macchia di leopardo.

Il vero problema è emerso durante il briefing di ieri alla Casa Bianca quando il vicepresidente Mike Pence ha negato manchevolezze in uno dei requisiti chiave per la riapertura in sicurezza dell’America come stabiliti dalla stessa presidenza: la disponibilità in massa dei test per diagnosticare la Covid-19.

Se infatti Pence ha giurato ieri che i “nostri migliori scienziati e esperti di sanità ritengono che oggi abbiamo un quantitativo sufficiente di test” per dare avvio in tutta sicurezza alla cosiddetta “fase uno della riapertura”, e il suo Boss ha esaltato gli Usa per avere “il più robusto, avanzato e accurato sistema di test di tutto il mondo”, per il New York Times  i 120 mila test – cifra fornita dagli stessi consulenti del governo – che si fanno attualmente ogni giorno in America sono del tutto insufficienti.

E come ha sottolineato Angela Rasmussen, virologa della Columbia University di New York, senza test capillari “non saremo in grado di identificare e isolare rapidamente quei casi in cui i pazienti sono pre-sintomatici o asintomatici”, col risultato assai probabile di “far ripartire la trasmissione all’interno della comunità”.

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