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Tutte le capriole e le contraddizioni del Movimento 5 Stelle con Rousseau. Il commento di Polillo

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Il voto di Rousseau? Una grave sgrammaticatura istituzionale, visto l’impegno di Mattarella. Ma è una contraddizione che il Movimento non riesce a sciogliere e che si riflette nella contrapposizione tra Conte e Di Maio. Il commento di Gianfranco Polillo

 

C’è un aspetto di questa crisi, con le sue atipiche nevrosi, che non può essere sottovalutata. I continui rovesciamenti del fronte, il fare e disfare la tela, nemmeno fossimo nelle pagine dell’Odissea, le invenzioni improvvise che sconvolgono uno scenario, il giorno prima dato per acquisito, poi di segno completamente diverso: sono cose che non devono meravigliare più di tanto. Sono elementi che trovano la loro spiegazione nelle due diverse culture politiche che si confrontano. Quella del Pd, soprattutto nella componente proveniente dalla sinistra Dc, pronta ad ogni compromesso pur di tirare a campare, memore soprattutto dell’insegnamento del divino Giulio, non a caso recentemente evocato da Pierluigi Castagnetti. E quella invece ben più spigolosa dei 5 stelle.

Chi, in passato, ha avuto modo di frequentare le formazioni extra parlamentari, sa bene di cosa si sta parlando. Legame che lo stesso capogruppo pentastellato Francesco D’Uva, ha tenuto a sottolineare quando ha ribadito che i 20 punti del programma, considerati irrinunciabili dal Movimento (ma non erano dieci?), sono intoccabili. Un profilo politico, tra l’altro, che non ha subito grandi mutazioni, nel passaggio dalle stelle alle stalle, che ha segnato questi quindici mesi vissuti con sprezzo del pericolo. Ebbene, nonostante questi sommovimenti, il mood non è cambiato. Intransigenza, pretesa di essere il sale della terra in un mondo di corrotti e mascalzoni, nessuna disponibilità all’esercizio della tolleranza, verso chiunque potesse pensarla in modo diverso. E poi il rancore violento, ch’era tipico di quelle generazioni, non solo nei confronti dell’establishment, ma esteso ai “traditori” della sinistra storica.

Nelle categorie della politologia quest’atteggiamento non può che essere catalogato come il riflesso di un atteggiamento antidemocratico. Nella storia variamente motivato: da Lenin a Stalin. Da Hitler a Mussolini. Tutti convinti di essere nel giusto e seguire la stella cometa di un interesse generale non meglio individuato. Ieri la classe operaia o il Volk (popolo) seppur di razza ariana. Oggi i cittadini. Quei cittadini, tuttavia, che, almeno in Italia, hanno mostrato, con il voto, di non gradire. Rendendo così evidente che quella rappresentanza era limitata, almeno stando agli ultimi sondaggi, ad appena un quinto degli interessati. Percentuali che i 5 stelle potrebbero anche contestare, ma nell’unico modo possibile. Consentendo ad elezioni politiche anticipate.

La verità è quindi ben diversa. Si ipotizzano mandati di carattere plebiscitario, che non esistono nella natura delle democrazie occidentali, ma poi si teme il responso delle urne, scoprendo opportunisticamente le virtù di una democrazia parlamentare. Buoni propositi, tuttavia, subito disattesi quando le possibili e necessarie intese rischiano di minare la minorità del proprio pensiero. Emblematica la vicenda della Tav. Voluta da oltre il 70 per cento degli italiani, sempre secondo i sondaggi, è stata non solo avversata in ogni modo, al fine di difendere il proprio radicamento sociale. Ma quando si è trattato di applicare le regole della democrazia, in Parlamento è stato un vero e proprio suicidio. Peraltro non assistito.

Tutte le mozioni a favore dell’opera sono state approvate a larghissima maggioranza. La mozione dei 5 stelle, inopinatamente presentata, sonoramente bocciata, da una maggioranza bulgara. Smentendo lo stesso Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte: allora avvocato super partes. Oggi, forse, capo delegazione in pectore degli amici di Beppe Grillo. Dilemma che si aggiunge nella trattativa per il nuovo Governo.

Questo dualismo non risolto, tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta, la si ritrova ancora una volta nel proposito di sottoporre ai militanti, tramite Rousseau, il verdetto definitivo circa la formazione del nuovo governo. Come minimo una grave sgrammaticatura istituzionale, visto l’impegno di un presidente della Repubblica che, a quanto si dice, è sempre più sconcertato ed adirato. Ma è una contraddizione che il Movimento non riesce a sciogliere e che si riflette in quella giustapposizione, tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, alla quale si è fatto cenno.

Al momento è difficile prevedere come finirà la partita. Se il capo politico, dopo l’ennesimo cedimento del Pd, dovesse mantenere la carica di Vice Presidente del Consiglio (oltre che la titolarità di un ministero) lo schema sarà più o meno identico a quello del Governo con la Lega. Con l’avvocato del popolo costretto a continue estenuanti mediazioni. Ma se questa volta fosse il Pd ad impuntarsi, imponendo un solo Vice Presidente, Giuseppe Conte non sarebbe più solo l’uomo prestato alla politica. Ma avrebbe in tasca il passaporto per divenire lui il Capo delegazione. E, quindi, chissà: il Capo politico di un Movimento che, tradendo le proprie origini, si è, finalmente, costituzionalizzato.

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