Mire cinesi sempre più esplicite sull’Artico.
Come osserva il Financial Times in un approfondimento, Pechino sta accelerando la sua presenza nell’estremo Nord con un nuovo rompighiaccio nucleare di concezione avanzata, simbolo di una strategia che mescola interessi commerciali, scientifici e – secondo molti osservatori – militari.
Mentre la Cina si autodefinisce “Stato quasi artico” e punta a una “Via della seta polare”, le sue mosse alimentano timori in Occidente e accentuano le tensioni con gli Stati Uniti, in un contesto in cui anche la Russia difende gelosamente il proprio ruolo dominante nella regione.
Il nuovo rompighiaccio: un simbolo di potenza polare
La Cina, sottolinea il FT, ha svelato a dicembre il progetto di un rompighiaccio nucleare di concezione futuristica, capace di sfondare uno strato di ghiaccio spesso fino a 2,5 metri.
Progettato dall’Istituto di ricerca 708, l’imbarcazione sarà multifunzionale: oltre a trasportare merci potrà ospitare centinaia di passeggeri per turismo polare di lusso, offrendo – secondo gli ingegneri cinesi – un’esperienza “immersiva e sicura”.
La nave rappresenta il passo successivo nella costruzione di una flotta polare indigena. Lo stesso cantiere che la realizzerà ha già consegnato la portaerei Fujian, entrata in servizio di recente con tecnologie militari di punta, segno evidente del legame tra cantieristica civile e capacità strategiche dello Stato.
Una presenza in costante espansione
La Cina guarda all’Artico da decenni. Nel 1993 acquistò dall’Ucraina il primo rompighiaccio, lo Xue Long (Drago di neve).
Nel 2004 aprì la sua prima stazione di ricerca permanente nell’arcipelago norvegese delle Svalbard, seguita nel 2018 da un’altra in Islanda.
Nel 2018 Pechino ha pubblicato la sua prima politica artica ufficiale, in cui si definisce “near-Arctic state” e annuncia l’obiettivo di una “Polar Silk Road”: lo sviluppo di rotte marittime settentrionali per collegare Asia ed Europa.
La Cina ha condotto numerose spedizioni di ricerca e rilevamenti idrografici, presentati come strumenti per migliorare sicurezza e logistica nella regione.
Le rotte artiche: un’alternativa più breve al canale di Suez
Come sottolinea il FT, nuove vie navigabili settentrionali possono accorciare le distanze tra Europa e Cina del 30-40% rispetto alla rotta tradizionale via Suez.
A settembre una portacontainer cinese, la Istanbul Bridge, ha completato con successo il viaggio da Ningbo a Felixstowe passando per la Northern Sea Route russa, un percorso che Pechino ha battezzato “China-Europe Arctic Express”.
La Cina investe anche in infrastrutture russe: progetti minerari, energia, carbone vicino a Murmansk e un porto in acque profonde ad Arkhangelsk, che la compagnia di navigazione Cosco intende usare come base principale nell’Artico.
I limiti della cooperazione con Mosca
Dopo il Covid e l’invasione russa dell’Ucraina del 2022, la Cina ha spostato il baricentro della sua strategia artica verso la Russia, abbandonando in parte la precedente preferenza per partnership europee.
Le rotte principali verso l’Europa passano infatti per territori Nato (Canada, Groenlandia), spingendo Pechino a privilegiare il corridoio russo.
Tuttavia la cooperazione ha dei confini chiari, avverte il quotidiano della City. La Russia accoglie con favore gli investimenti cinesi, ma – come ha sottolineato il ministro della Difesa norvegese Tore Sandvik – vuole rimanere l’egemone indiscusso della regione.
Gli otto Stati artici, inclusa Mosca, sono concordi nel non riconoscere alla Cina alcun ruolo formale di governance: “near-Arctic” va bene, ma non di più.
Le preoccupazioni occidentali
Gli Stati Uniti vedono con allarme l’avanzata sino-russa. Donald Trump ha usato proprio queste dinamiche per giustificare il desiderio di controllare la Groenlandia.
Il Pentagono ha stanziato 9 miliardi di dollari per nuovi rompighiaccio e infrastrutture polari, con l’obiettivo dichiarato di, scrive il FT, “assicurare accesso, sicurezza e leadership americana nelle regioni polari”
Esperti come Helena Legarda di Merics sottolineano che Pechino considera l’Artico una frontiera cruciale nella competizione geopolitica con gli Usa e l’Occidente: espandere influenza, presenza e accesso è una priorità strategica.
L’Artico offre opportunità militari – dal posizionamento di sottomarini nucleari alla guerra spaziale – e risorse naturali immense, in un contesto di scioglimento dei ghiacci che apre nuove vie e nuove rivalità.
Presenza militare
Nonostante le pattuglie congiunte navali e aeree con la Russia vicino all’Alaska, non risulta che unità militari cinesi abbiano mai navigato nell’Oceano Artico vero e proprio.
Gli analisti norvegesi ritengono che l’utilità militare della Northern Sea Route sia spesso sopravvalutata: corridoi stretti, stagioni brevi e vulnerabilità in caso di conflitto la rendono poco adatta a operazioni clandestine o a grandi spostamenti di sottomarini.
Pechino continua a presentare le proprie attività come puramente civili – ricerca, commercio, turismo – ma molti osservatori ritengono che si tratti di una strategia di lungo periodo per costruire presenza e, gradualmente, rivendicare spazio in una regione sempre più contesa.
In un Artico che si trasforma rapidamente, la Cina avanza con pazienza e determinazione, mentre Stati Uniti e Russia si contendono il primato in un gioco di potere che potrebbe ridefinire gli equilibri globali del XXI secolo.



