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Tutta colpa di Rocco Casalino?

Rocco Casalino

Mi ha un po’ troppo insospettito il clima generale d’ironia o sarcasmo diffusosi attorno a Rocco Casalino, portavoce del presidente del Consiglio dimissionario Giuseppe Conte. Ecco perché

 

Vi prego di comprendere la mia debolezza -temo inguaribile alla mia età- di difendere lo sconfitto, piuttosto che di saltare sul carro del vincitore di turno, o addirittura del trionfatore, come potrebbe risultare alla fine di questa crisi di governo il prestigioso Mario Draghi.

Mi ha un po’ troppo insospettito il clima generale d’ironia o sarcasmo diffusosi attorno al portavoce del presidente del Consiglio dimissionario Giuseppe Conte. Mi riferisco naturalmente a Rocco Casalino, che non ho avuto la ventura di conoscere ma di cui vedo che non basta più lamentare il passato televisivo al “Grande fratello” e l’abitudine, che riconosco nociva per il suo capo, di usare il telefonino come una mezza clava per protestare contro giornalisti e altri ancora spintisi, ai suoi occhi, troppo in avanti con le critiche e gli attacchi al suo “principe” inteso in senso machiavellico.

Ebbene, pur con tutte le riserve che merita sempre un servizio troppo zelante, mi sento di difendere o comunque proteggere Casalino dall’accusa di avere da solo, o lui soprattutto, messo sulla cattiva strada il professore, avvocato e ormai presidente davvero uscente del Consiglio dei Ministri nella gestione prima della “verifica” della maggioranza, imposta da Matteo Renzi, e poi dello stato virtuale di crisi creatosi con le dimissioni delle due ministre renziane. Ma soprattutto con le motivazioni datene dal loro leader in persona in una conferenza stampa da cavalleria rusticana.

Più che un politico, l’ex sindaco di Firenze, ex presidente del Consiglio ed ex segretario del Pd sembrò quella sera, nell’aula messagli a disposizione dal presidente della Camera, il protagonista di un’edizione improvvisata della celebre opera del livornese -e quindi toscano pure lui- Pietro Mascagni, ambientata tuttavia in Sicilia.

A sentire i passaggi più urticanti di quella conferenza stampa, o a leggerne i resoconti, Conte reagì a poche centinaia di metri di distanza, nel suo ufficio a Palazzo Chigi, proponendosi di non avere “mai più” rapporti con l’ormai ex alleato, anzi di “asfaltarlo” al Senato con un bel po’ di parlamentari in uscita dalle opposizioni. Alcuni dei quali erano già in sosta nel purgatorio del gruppo misto, in attesa di altri con cui costituire una formazione buona a rendere superflui i voti sino ad allora determinanti dei renziani.

Ma le cose, si sa, sarebbero poi andate assai diversamente dalle speranze del presidente del Consiglio e dalle attese da lui create al Quirinale. Tutta colpa di Rocco Casalino, si è praticamente detto e scritto in questi giorni. Eh no, signori. Non facciamo Rocco, e i suoi fratelli, disponendo lui di un bel gruppo di collaboratori, più influente di quanto non possa essere stato su un avvocato e un professore non certo degli ultimi, per quanto approdato in politica per caso quasi tre anni fa. E subito in una posizione di rilievo come quella di capo del governo, dopo che i suoi sostenitori non lo avevano programmato per una postazione superiore a quella di un ministro della Funzione Pubblica.

Era già da tempo, prima ancora di quella conferenza stampa galeotta di Renzi, che Conte aveva allargato, diciamo così, il cerchio dei suoi interlocutori, assistenti, consiglieri e quant’altro. E aveva preso l’abitudine di pendere dalle labbra o dal cellulare, fra o sopra gli altri, di Goffredo Bettini. Che ad un certo punto era diventato nelle cronache giornalistiche, fra retroscena e interviste, un mezzo segretario ombra del Pd: il secondo partito della coalizione di governo e primo della sinistra certificata all’anagrafe politica.

Bettini prima aveva sognato la maggioranza giallorossa come un tavolo a tre gambe, delle quali una costituita dai grillini, l’altra dalla sinistra e l’altra ancora da un Renzi incoraggiabile nel progetto di accorpare l’area tradizionalmente moderata e di centro. Ma poi, di fronte alle libertà presesi via via sempre di più da Renzi, lo aveva abbandonato al suo destino e incoraggiato Conte a studiare il modo di liberarsene definitivamente, anche a costo di rimanere con un impossibile tavolo a due gambe.

Persino Nicola Zingaretti, il segretario del Pd spesso infastidito dalla rappresentazione di Bettini come di un suo ispiratore, e poi -in una dichiarazione attribuitagli e mai smentita- dal credito che questi guadagnava sempre di più pur non avendo alcun incarico nel partito, essendo solo uno dei duecento e rotti esponenti della direzione, è sembrato alla fine arrendersi ad una realtà sfuggitagli di mano. Egli infatti ha lasciato silenziosamente inserire Bettini negli immancabili articoli sul toto-ministri come un nuovo esponente di un secondo governo Conte rimpastato o di un terzo.

Immagino come anche Bettini sia rimasto deluso, a dir poco, dalla piega presa dalla crisi e cerchi anche lui di consolarsi vedendo che a rimanere sulla graticola mediatica, accanto a Conte, è rimasto solo Casalino: il povero Casalino, consentitemi di aggiungere con uno spirito o un senso di solidarietà che magari l’interessato non gradirà neppure.

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