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Fenomenologia del (presunto) Richelieu del Pd, Goffredo Bettini

di

Bettini Richelieu

Bettini non ha nessun ruolo formale dalle parti di Largo del Nazareno, eppure i suoi interventi sono considerati come una specie di verbo neotestamentario, di verità rivelata. Il Bloc Notes di Michele Magno

Ideologo, stratega, eminenza grigia, deus ex machina, kingmaker del Pd; o, più semplicemente, ascoltato consigliere e braccio destro di Nicola Zingaretti: nemmeno il cardinale Richelieu aveva goduto in vita di tanti epiteti più o meno lusinghieri. Parlo di Goffredo Bettini, famigerato creatore del cosiddetto “modello Roma” (ma cosa sia stato, ancora non è ben chiaro), gran tessitore di trame diplomatiche occulte e di svolte politiche clamorose. Grazie a un’abile strategia comunicativa, si è conquistato una popolarità senza pari nel gruppo dirigente del suo partito. Abbonato speciale alle interviste del Corriere della Sera, le sue lettere ai giornali (ormai più numerose di quelle di san Paolo) sono soppesate, analizzate, ponderate, valutate almeno con la stessa acribia usata dai biblisti per interpretare quelle dell’apostolo di Tarso.

Bettini non ha nessun ruolo formale dalle parti di Largo del Nazareno, eppure i suoi interventi sono considerati come una specie di verbo neotestamentario, di verità rivelata. Bettini “ha dato la linea”, si sarebbe detto ai tempi del glorioso Pci. Da che cosa deriva questo suo potere mediatico? Certamente dal vuoto di idee e di cultura politica che oggi caratterizza la sinistra italiana. Non solo, però. Ha anche concorso, in misura rilevante, la complicità di compiacenti opinionisti sedotti dalla sua affabulazione retorica, che pure ha il vantaggio di essere lontana dal linguaggio grigio e burocratico con cui solitamente si esprimono, in televisione e sulla carta stampata, i vari leader e leaderini del Pd.

Si pensi alla sua ultima sortita ospitata proprio dal quotidiano di Via Solferino (16 novembre): “Lo stato eccezionale che stiamo vivendo — egli scrive — sospende la normalità della politica. Pone a tutti, accanto alla politica, il tema costitutivo del perché siamo una comunità, un popolo, una patria. E di cosa si depositerà nel profondo dell’animo della nazione dopo questa tragedia. La maggioranza che ora governa l’Italia si è rivolta all’insieme del Parlamento perché ognuno dia il proprio contributo. Deve continuare a farlo con forza. C’è stata un’apertura da parte di Forza Italia. Si raccolga senza indugi. È un segnale”.

“Dopo la legge di bilancio — prosegue — ci saranno mesi ancora drammatici e non si tratta di rinunciare ognuno alla propria identità, alle proprie ragioni, al proprio punto di vista sul Paese. Piuttosto si tratta, nella stretta di oggi, di praticare tutte le vie possibili per raccogliere con generosità i contributi delle forze politiche consapevoli e democratiche, che sinceramente intendono dare una mano. E si tratta di superare ogni prudenza o valutazione di opportunità, comprensibile in altri momenti, per chiamare anche all’interno dell’esecutivo le energie migliori e necessarie per competenza e forza politica in grado di offrire, insieme a Conte, un punto di riferimento indiscusso all’Italia e alla Repubblica”. Infine: “È il momento di discorsi solenni, impegnativi, coraggiosi. Concreti, ma rivolti al cuore degli italiani. È il momento della ragione, ma anche della forza. Del rischio. È il momento dell’unità”.

Lo stile enfatico, ieratico e oracolare di questo appello ricorda gli editoriali di Berlinguer all’epoca della solidarietà nazionale. Ma non è questo il punto. Infatti, Bettini anche questa volta non perde l’occasione per impartire ai filosofi della domenica una lezione di realpolitik: il dicastero Conte ha salvato l’Italia; i Cinque stelle non sono i migliori alleati possibili, ma per ragioni di principio non si può mettere in  discussione l’avvenire democratico del Paese; e poi grazie al Pd sono cambiati, e hanno capito quanto sia complesso governare. Perché, sembra dire, il Pd c’è, con tutti i suoi valori: pragmatico e profetico, laico e socialista, cristiano e umanista, avverso alla rendita e alla pura logica del profitto.

Hegel era un ammiratore di Machiavelli (come Bettini, credo) di cui aveva tessuto le lodi già nell’opera giovanile sulla costituzione della Germania. In politica era un realista (come lo è sicuramente Bettini) che sapeva quale posto dare alle chiacchiere dei predicatori quando entrano in campo gli ussari con le loro sciabole luccicanti. Forse che la maestà dello Stato, chiedeva retoricamente nelle “Lezioni di filosofia del diritto”, “di quella ricca membratura dell’ethos in sé che è lo Stato”, deve chinarsi dinnanzi a coloro che vi contrappongono la pappa del cuore, dell’amicizia e dell’ispirazione?”. Penso che la risposta di Bettini sia scontata e, si parva licet, in questo caso lo è anche la mia. Tuttavia, la sgradevole impressione è che in questo passaggio cruciale della storia repubblicana per la maggioranza giallorossa la posta in gioco sia, più che la salvaguardia della “salus rei publicae”, la sopravvivenza di un puro patto di potere. Posso sbagliare, beninteso, ma per le anime belle come chi scrive il Pd resta — parafrasando Winston Churchill — un rebus avvolto in un mistero che sta dentro un enigma.

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