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Perché Trump e Pence picchiano su Germania e Turchia

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Le celebrazioni del settantesimo anniversario della Nato e le parole di Trump e Pence su Germania e Turchia.

Lo scorso mercoledì, alla vigilia del settantesimo compleanno dell’Alleanza Atlantica, il Segretario Generale della Nato Jens Stoltenberg ha tenuto nell’aula del Campidoglio di Washington un discorso a camere riunite, che potete riascoltare grazie alla registrazione diffusa dallo stesso Stoltenberg sul suo profilo Twitter:

Stoltenberg era stato invitato dalla Speaker della Camera, la Dem Nancy Pelosi, e dal capo della maggioranza repubblicana al Senato, Micht McConnell, principalmente per due motivi: celebrare l’anniversario di quell’Alleanza che per settant’anni ha tenuto insieme l’Occidente, e mandare un messaggio bipartisan e tutt’altro che velato all’uomo che più di altri ha messo in dubbio, autorevolmente, la Nato: Donald Trump.

Quello di Stoltenberg è stato il primo discorso al Parlamento Usa di un Segretario Generale Nato: un onore che rimarca la volontà di senatori e deputati di ribadire l’importanza e la centralità dell’Alleanza a fronte dei reiterati assalti da parte del capo della Casa Bianca.

“Oggi” – ha detto Stoltenberg, elencando le frizioni transatlantiche –“ci sono disaccordi” in seno alla Nato “su temi come il commercio, l’energia, il cambiamento climatico e l’accordo nucleare con l’Iran”. Non vi è però, è il suo ragionamento, motivo per essere preoccupati: “Questa è la democrazia, discussioni aperte e punti di vista differenti non sono segni di debolezza, ma di forza”.

La Russia resta la minaccia numero 1 per la comunità euroatlantica per una lunga serie di motivi puntualmente elencati nel discorso di Stoltenberg: si va dal “massiccio buildup militare dall’Artico al Mediterraneo e dal Mar Nero al Baltico, all’uso dell’agente nervino di grado militare in Gran Bretagna, all’appoggio del regime siriano, ai costanti attacchi cyber agli alleati Nato e ad altri Paesi (…) alle sofisticate campagne di disinformazione, ai tentativi di interferire nella democrazia stessa”.

Le ultime tensioni Nato-Russia hanno riguardato il Trattato Inf sui missili nucleari a corto e medio raggio, da cui Washington ha deciso di ritirarsi con una mossa immediatamente replicata da Mosca. “La posizione della Nato” su questo tema, ha sottolineato Stoltenberg, “è unita e chiara: la Russia è in violazione del Trattato Inf. In ogni caso, gli Usa non hanno intenzione di dislocare sul territorio europeo gli ordigni già proibiti dal Trattato: “non ci saranno nuovi missili americani in Europa”, ha detto Stoltenberg. “Noi non vogliamo una nuova corsa alle armi. Noi non vogliamo una nuova Guerra Fredda, ma non dobbiamo essere ingenui. Un accordo che è rispettato solo da una parte non ci terrà al sicuro”.

Nell’intervento del Segretario c’è stato spazio anche per l’argomento polemico trumpiano per eccellenza: il burden-sharing. Le insistite richieste del presidente Usa agli alleati di spendere di più, onorando la promessa fatta al summit del Galles di investire almeno il 2% di Pil nel comparto militare, “sta avendo un impatto reale”, a detta di Stoltenberg: “tutti gli alleati hanno cessato di fare tagli”. La spesa degli alleati è aumentata di 41 miliardi di dollari a partire dal 2016, “e quella cifra crescerà a 100 miliardi” alla fine dell’anno prossimo.

La questione era emersa anche durante l’incontro molto cordiale che Stoltenberg ha avuto nel corso della stessa giornata alla Casa Bianca con il suo inquilino. “Abbiamo lavorato insieme”, ha detto The Donald ai reporter che hanno assistito al meeting, “per far sì che gli alleati pagassero la loro giusta parte”. “Ad un certo punto”, ha precisato il presidente, “dovrà salire ancora di più”.

Cedendo ai suoi impulsi, Trump non ha potuto fare a meno di prendere di mira il suo target preferito: la Germania, rea di aver programmato di spendere per la Difesa appena l’1,5% del Pil. “Parleremo di Germania, parlo sempre della Germania”, ha detto il presidente alla stampa prima di cominciare il colloquio privato con Stoltenberg. “Ad essere onesti, la Germania non sta pagando la sua giusta parte”.

Sostenendo, falsamente, che suo padre fosse nato nella terra di Angela Merkel, Trump ha detto di avere “grandi sentimenti verso la Germania, ma non stanno pagando ciò che dovrebbero pagare. Stiamo pagando per una grossa proporzione della Nato, che sta sostanzialmente proteggendo l’Europa”.

A fare eco alle affermazioni di Trump ci ha pensato il suo vice Mike Pence. Intervenendo ad un forum organizzato da alcuni think tank a Washington in occasione del settantennale Nato, Pence ha ribadito il Trump-pensiero: “La Germania continua a rifiutarsi di fare l’investimento necessario del 2% (del Pil) per la nostra difesa comune (…). La Germania deve fare di più”. “Inoltre – ha aggiunto – troppi altri sono in difetto, e come tutti noi riconosciamo, la Germania è in testa a tutti”.

Mettendo il dito nella piaga, Pence ha ricordato che Berlino “ha beneficiato per generazioni della protezione Usa dell’Europa”. Ora però, con il suo braccino corto, sta mettendo a repentaglio la solidità della difesa comune. Lo mostra il rapporto annuale del Bundestag sulle forze armate, che evidenzia “clamorose deficienze nella preparazione militare della Germania”.

Mentre Trump e Pence puntavano l’indice sulla Germania e sul suo governo, l’ambasciatore Usa a Berlino Richard Grenell infieriva su Twitter. Il diplomatico ha intercettato, per poi rilanciarlo, un cinguettio abrasivo del Ministero degli Esteri tedesco nel quale si sottolinea che “la Germania sostiene generosamente la @Nato. Manteniamo i nostri impegni. La vera solidarietà si misura in termini di impegni, non di euro”. “Vi siete impegnati precedentemente (a spendere il) 2% – è stata la puntuta replica social di Grenell – Gli alleati Nato si aspettano che quegli impegni siano onorati con vero denaro e non con le sole parole”.

Nel suo discorso, Pence ha criticato veementemente la Germania anche per il gasdotto Nord Stream 2. “Non possiamo assicurare la difesa dell’Occidente se i nostri alleati diventano dipendenti dalla Russia”, ha tuonato il vicepresidente. “Se la Germania insiste nel costruire il gasdotto Nord Stream 2, potrebbe – come il presidente Trump ha detto – trasformare letteralmente la Germania in un ostaggio della Russia. È semplicemente inaccettabile che la più grande economia europea ignori la minaccia di aggressione e trascuri la propria auto-difesa e la nostra difesa comune”.

Fortunatamente per Angela Merkel e soci, Pence non ha indirizzato i suoi strali alla sola Germania. C’è un altro Paese che, in questo preciso momento, è al centro dei pensieri preoccupati di Washington: la Turchia, rea di aver deciso di acquistare dalla Russia il sistema di difesa anti-aerea S-400.

“Abbiamo anche chiarito – ha rimarcato Pence – che non rimarremo con le mani in mano mentre gli alleati Nato acquistano armi dai nostri avversari, armi che minacciano la coesione di questa alleanza. (…) L’acquisto da parte della Turchia (del sistema S-400) pone un grave pericolo alla Nato”.

Le parole di Pence sono arrivate dritte nelle orecchie del ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu, anch’egli presente all’evento di Washington. Quello degli S-400, ha replicato il capo della diplomazia di Ankara, è ormai “un affare concluso e non arretreremo”.

Ci ha pensato il capo del Comando Europeo Usa, generale Curtis Scaparrotti, a rafforzare nelle stesse ore il messaggio di Pence. “Per me”, ha dichiarato Scaparrotti alla stampa dal Pentagono, “l’incompatibilità” tra l’appartenenza della Turchia alla Nato e il suo acquisto degli S-400 deriva dal fatto che ciò offrirà ai russi l’opportunità di “analizzare” il flusso di dati degli F-35, di cui Ankara è un acquirente, e le loro “capacità”.

(Estratto da Taccuino estero a cura di Marco Orioles pubblicato su Policymakermag.it, qui la versione integrale)

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