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Vi spiego la Trumpeconomics. L’analisi di Santangelo

di

trump silicon valley

Conversazione di Raffaele Perfetto, analista e blogger di Start Magazine, con Salvatore Santangelo, autore del saggio “Babel” (Castelvecchi) 

Di seguito, la seconda parte della conversazione; la prima è qui.

Perfetto:

Come leggiamo Trump?

Santangelo:

Innanzitutto come un paradosso, perché Trump è un imprenditore immobiliare di successo che proprio per il tipo di business non può delocalizzare. Si è quindi trovato con le risorse e il profilo giusto per presidiare, nonostante fosse parte dell’establishment, l’incrocio tra la crisi del ceto medio, il collasso della “rust belt” e l’esigenza di una risposta che viene oggi sintetizzata proprio il termine Trumpeconomics, basata sulla reindustrializzazione degli Stati Uniti e la sfida alla Cina.

Perfetto:

Quali sono gli obiettivi di Trump?

Santangelo:

Consapevolmente o inconsapevolmente, Trump interpreta il tentativo di riscatto di tutto il ceto medio occidentale. Oggi i populismi e i sovranismi appaiono vincenti, in grado di coagulare il consenso, ma le forze della globalizzazione sono altrettanto potenti. Quindi non sappiamo, come già detto, quale sarà la configurazione finale; ma schematizzando, individuo 3 flussi principali alla base del mondo globale (di informazioni, di esseri umani, di merce e denaro). Ognuno di questi flussi ne sta generando altrettanti contrari: tariffe, controllo dell’informazione, blocco delle frontiere: un fenomeno che ho appunto chiamato “blowback”.
Sul tema del libero commercio, si è pensato, da Montesquieu in poi, che l’aumento dei traffici e degli scambi avrebbe ridotto le possibilità di guerre. In realtà abbiamo un paradosso, perché la guerra è sempre più un paradigma di questo mondo globale. Sembra quasi che siamo in attesa di una grande guerra keynesiana; non dimentichiamo che gli Stati Uniti non uscirono dalla recessione del 1929 grazie al New Deal, o meglio non solo, ma soprattutto per la poderosa spinta sostenuta dalle esigenze belliche.

Perfetto:

Quindi in un certo senso sei d’accordo con le analisi di Piketty sulla crescita e le disuguaglianze che si sono ridotte soprattutto con i due conflitti mondiali?

Santangelo:

Al di là di ogni considerazione etica e umanitaria, nell’ottica della guerra keynesiana, intesa come grande guerra industriale, analoga spinta alla crescita non è stata generata dall’intervento in Afghanistan e dalla Guerra al terrorismo che, al contrario – come hanno ricordato Stiglitz e Ma – hanno solo polverizzato immense risorse. La guerra in Afghanistan la fai con i droni e i reparti speciali, mentre nella Seconda guerra mondiale il complesso militare-industriale Usa era stato in grado di produrre quanto necessario per sopraffare gli avversari tedeschi e giapponesi e prepararsi a contenere quello sovietico. Oggi, al di là di un certo trionfalismo di facciata, siamo ancora immersi nella crisi; e un segnale di ciò è lo stato pietoso delle infrastrutture Usa (e non solo) che cadono letteralmente a pezzi. Pensiamo invece alla Cina (la cui economia è comunque piena di pericolose contraddizioni) che investe massicciamente sulle proprie infrastrutture e sulla “Via della seta 2.0”.

Perfetto:

Come vedi l’Italia nel contesto che stiamo descrivendo?

Santangelo:

L’Italia è un Paese denso di paradossi: una delle ultime notizie è che siamo tra i leader mondiali nel settore della robotica. Abbiamo punte di eccellenza, ma a macchia di leopardo: in Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia, anche in alcuni territori del Sud; insomma realtà che competono faccia a faccia con la Baviera.
Se tutto ciò è vero, esiste anche un’altra faccia della medaglia. Un paio di settimane fa, il Financial Times ha aperto un dibattito a seguito di un rapporto dell’Ocse riguardo skill e competenze nel nuovo scenario competitivo globale. L’Italia si trova nella peggiore condizione; anche la Gran Bretagna non era messa molto bene, e questo ha scatenato a Londra un dibattito violentissimo. In Italia non se ne parla, mentre tengono banco i problemi dell’immigrazione (problema praticamente risolto rispetto a qualche anno fa) e l’eventuale introduzione del reddito di cittadinanza.

Perfetto:

A tal proposito, nel tuo libro, parli della capacità di attirare talenti e integrare. Racconti di quando sefarditi e ugonotti arrivarono in Inghilterra che con l’integrazione degli scozzesi favorirono le condizioni ottimali per la crescita economica inglesi. Ecco, come vedi oggi Inghilterra e Usa per quanto riguarda la loro capacità di integrare?

Santangelo:

È chiaro che la base elettorale della Brexit e di Trump è fatta da sovranisti che contrastano la delocalizzazione e i flussi migratori, tenendo presente che nessuno in realtà vuole un flusso migratorio irregolare e illegale. In questo caso, bisogna considerare la visione da statista della Merkel che sa perfettamente che l’apertura agli immigrati porta alla crescita di “Alternative fur Deutschland”; ma sa anche perfettamente, e su questo è allineata alla confindustria tedesca, che il Paese ha un pauroso deficit di manodopera e per tale motivo ha preferito agire in questa scomoda direzione.

Del problema della manodopera in Germania ha parlato proprio di recente il Financial Times che stimava in circa 1.2 milioni le posizioni lavorative aperte (analogo problema sta investendo anche tutta l’Europa orientale, tradizionale zona di “delocalizzazione di prossimità” di Berlino). La Germania sa bene che il suo primato economico è legato alla sua capacità di gestire e integrare i flussi. Quando ci fu il muslim ban negli Stati Uniti si creò una linea di frattura forte tra Trump e la Silicon Valley, proprio perché lì hanno bisogno di questo brain drain per mantenere viva la spinta innovatrice: si tratta di una guerra per accaparrarsi talenti.

Una guerra che purtroppo l’Italia sta perdendo perché attiriamo flussi migratori non specializzati, invece i nostri migliori giovani, o quanto meno i più intraprendenti lasciano il Paese. Un recente articolo del Sole24Ore riporta che nel 2016, su 114.000 italiani emigrati, 39.000 sono i diplomati e 34.000 i laureati. Un investimento (perso) per il Paese (oltre che per la famiglia) pari a circa 90.000 euro per un diplomato e a 165.000 euro per un laureato.

Perfetto:

Parliamo del modello proposto da Sen, economista indiano, professore di Harvard e premio Nobel per l’economia del 1998 che citi ampiamente. Cosa ne pensi del modello di sviluppo basato non sull’aumento del reddito ma sul miglioramento della qualità della vita? Ci ricolleghiamo anche a quanto dici nella parte finale del volume sul declino del modello di globalizzazione di stampo anglosassone.

Santangelo:

Quando descriviamo gli esiti della globalizzazione parliamo spesso dei “caduti” della crisi, del collasso dei ceti medi dei Paesi occidentali. Non dobbiamo però dimenticare che in Asia, Far East, la globalizzazione è una storia di successo: ha avuto il merito di tirare fuori dalla povertà centinaia di milioni, se non miliardi di persone. Anche a San Francisco, New York o Los Angele la globalizzazione è una storia di successo. Dall’altro canto, l’aspetto della finanziarizzazione dell’economia, le insostenibili difficoltà del ceto medio, gli aspetti climatici sono appunto gravi ombre da considerare.

(2.continua)

(la prima parte si può leggere qui)

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