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Trump, le accuse di frode bancaria e i subbugli politici

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Trump

Perché Trump non deve sottovalutare la “discesa in campo” del procuratore Cyrus Vance jr e le accuse di frode bancaria. Il corsivo di Teo Dalavecuras

 

Anche se nel riferire la notizia nell’edizione online il Corriere della Sera è incorso in una svista apparentemente veniale, confondendo la frode bancaria con la frode fiscale, la “discesa in campo” del procuratore Cyrus Vance jr. annunciata dal New York Times contro Donald Trump merita tutta l’evidenza che le ha riservato il quotidiano milanese.

Non solo perché Vance appartiene a una grande famiglia dell’establishment democratico, e nemmeno perché è il magistrato che ha aperto e poco dopo chiuso (“per insufficienza di indizi”, diremmo noi) il caso del presunto abuso sessuale di Dominique Strauss-Kahn, all’epoca direttore generale del Fondo monetario internazionale, ai danni di una cameriera del Sofitel di New York: non senza avergli prima inflitto qualche giorno di umiliante carcerazione esponendolo al pubblico ludibrio e così spegnendone le ambizioni politiche nel momento in cui avrebbe potuto correre da presidente della Repubblica francese; tanto per farsi un’idea del modus operandi dell’alto magistrato e dei tavoli ai quali è seduto.

Se l’appuntamento col procuratore, per Trump rischia di essere quello fatale è, a mio modestissimo avviso, per la natura del reato ipotizzato, quello di frode bancaria: avrebbe in buona sostanza millantato ricchezze maggiori di quelle realmente possedute per ottenere maggiore credito bancario.

Questa imputazione, se Vance jr. riuscirà a coltivarla, rischia di dimostrarsi per il presidente l’arma letale che i suoi avversari, anche e forse soprattutto in campo repubblicano useranno senza esitazione alcuna. Arma ben più efficace della valanga di libri autobiografici dei suoi ex collaboratori e perfino di sua nipote, ben più dell’“Ucrainagate” servito soprattutto a lasciare in ombra gli imbarazzanti rapporti di Hunter, figlio di Joe Biden, con un “oligarca” ucraino.

Che l’ipotesi accusatoria non sia campata in aria non lo lascia sospettare solo il fatto che il rifiuto di esibire le dichiarazioni fiscali sia stato finora la linea del Piave del leader repubblicano, ma anche un dettaglio che riguarda noialtri italiani. Forse non tutti lo ricordano, ma Carlo De Benedetti, miliardario di rito progressista molto ben connesso con Oltreoceano, richiesto di un commento sulla vittoria elettorale di Trump, quattro anni fa, con una risposta apparentemente fuori luogo e fuori contesto disse, più o meno: Trump avrà qualche centinaia di milioni di dollari, ma non certo i miliardi che millanta.

Nella cultura americana a chi riesce a affermarsi si perdonano molte cose, soprattutto i modi un po’ disinvolti indispensabili per accumulare grandi fortune, ma dubito fortemente che tra queste ci sia il fatto di avere vantato un patrimonio che non si possiede: con i dollari non si scherza.

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