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Ecco verità e bugie sul summit fra Donald Trump e Kim Jong Un

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L’analisi di Federico Punzi di Atlantico Quotidiano sul vertice fra Donald Trump e Kim Jong Un

Per farsi un’idea equilibrata riguardo l’esito dello storico summit di Singapore tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il dittatore nordcoreano Kim Jong Un bisogna innanzitutto tenere a mente che non è stato siglato alcun accordo. I due leader hanno firmato una “dichiarazione congiunta” che contiene impegni reciproci e abbastanza generici. Siamo quindi all’inizio, e non alla fine, di un processo negoziale. Certo, se dovessimo applicare gli stessi standard applicati all’epoca pressoché unanimemente da commentatori ed “esperti” nei confronti di Barack Obama, Trump meriterebbe già il Nobel per la Pace. Ma noi siamo più seri e non li applicheremo.

Il fatto stesso che il vertice si sia tenuto è un indubitabile successo per Kim, che ha realizzato un obiettivo storico del suo regime, inseguito dalla sua famiglia per tre generazioni: un incontro faccia a faccia con un presidente degli Stati Uniti significa infatti innanzitutto legittimazione internazionale e un trionfo sul fronte interno. Ma l’incontro di Singapore può essere ritenuto, almeno per ora, un successo politico anche per Trump, a prescindere dagli sviluppi futuri che, come detto, sono ancora imprevedibili?

Lungi dal portarci sull’orlo di una guerra nucleare con le sue minacce, come pure molti dicevano, Trump ha quanto meno aperto uno spiraglio di dialogo. E’ curioso che molti di coloro che lo accusavano di lanciare inutili e pericolose provocazioni, scongiurandolo di affrontare la questione con le armi della diplomazia, oggi sostengono che non avrebbe mai dovuto incontrare Kim e che sta concedendo troppo (a proposito, a Singapore c’era anche Bolton, che secondo le solite voci messe in giro una settimana fa il presidente non avrebbe voluto con sé per le sue posizioni “estreme”). In effetti, tra minacciare un attacco nucleare e accettare un incontro di persona forse prematuro esistono decine di vie di mezzo. Vie di mezzo che però in passato non hanno funzionato.

Bisogna riconoscere a Trump di aver studiato e messo in atto un nuovo approccio ad una crisi talmente esplosiva, proprio a causa dei fallimenti dei suoi predecessori, che richiede disperatamente un nuovo approccio. Per la prima volta occorre trattare la Corea del Nord non come un rogue state che sta cercando di dotarsi dell’atomica, come l’Iran, ma come un regime criminale e paranoico che è già in possesso di alcune bombe e che ha testato con successo missili balistici a medio e lungo raggio. A ciò si deve aggiungere la quasi esclusione dell’opzione militare, che a detta di molti avrebbe provocato una rappresaglia da parte nordcoreana sulla Corea del Sud costosissima in termini di vite umane e distruzione (con l’incognita di una reazione anche di Pechino). Non richiedevano forse tali circostanze l’assunzione di maggiori rischi politici rispetto al passato, fino all’esposizione personale del presidente degli Stati Uniti?

“Non ho concesso nulla”, ha rivendicato Trump. Ma una cosa – la più importante, tanto che Kim potrebbe decidere di andarsene solo con quella – l’ha dovuta invece concedere: la legittimazione politica. Un gesto quasi scontato di disponibilità la sospensione delle esercitazioni militari congiunte Usa-Corea del Sud, i “wargames”, come li ha chiamati il presidente Usa, che in effetti avrebbero stonato con la fase dei negoziati diretti. Trump ha però ribadito che le sanzioni resteranno in vigore finché non ci sarà la prova concreta della denuclearizzazione.

Pyongyang ha concesso lo stop dei test nucleari e missilistici, la distruzione di alcuni siti e il rilascio di tre ostaggi americani. Ian Bremmer, di Eurasia Group, certo non un trumpiano, ha dovuto riconoscere che Trump ha già ottenuto da Pyongyang più di qualsiasi altro suo predecessore: sanzioni più stringenti da parte della Cina; sospensione dei test nucleari e missilistici; rilascio di prigionieri; aperture di Kim nei confronti di Cina, Corea del Sud, Russia e degli stessi Stati Uniti. “Comunque il summit vada, un progresso”, ha commentato.

Veniamo ora agli impegni contenuti nella dichiarazione congiunta. Stati Uniti e Corea del Nord “si impegnano a stabilire nuove relazioni”; “uniranno i loro sforzi per creare un regime stabile e duraturo di pace nella regione”; “riaffermando la dichiarazione di Panmunjom del 27 aprile, la Corea del Nord si impegna a lavorare alla completa denuclearizzazione della penisola coreana”; infine, Stati Uniti e Corea del Nord “si impegnano a recuperare i resti di prigionieri di guerra e dispersi (nella guerra degli anni Cinquanta, ndr), e ad assicurare l’immediato rimpatrio di quelli già identificati”.

La dichiarazione di per sé non contiene alcun impegno che non fosse già stato assunto anche dai predecessori di Kim nei fallimentari negoziati con le precedenti amministrazioni Usa, anzi forse è persino più generica e senza alcun riferimento a modalità e tempistica. Ma, come detto, siamo all’inizio, non alla fine del processo negoziale. Nell’espressione “completa denuclearizzazione” mancano gli altri due aggettivi ritenuti in queste settimane irrinunciabili da parte americana, ovvero “verificabile e irreversibile”. Che fine hanno fatto? Saranno matarie di successivi negoziati? Inoltre, come in passato, è sul termine “denuclearizzazione” che si concentra tutta l’ambiguità dell’impegno nordcoreano. Manca una definizione concordata di “denuclearizzazione”. E’ da intendersi come rinuncia unilaterale da parte di Pyongyang al suo arsenale nucleare, o sottintende anche il venir meno della minaccia nucleare americana, e magari anche della stessa protezione militare Usa alla Corea del Sud?

Nel testo si legge “denuclearizzazione” della “penisola coreana”, quindi non solo del Nord ma dell’intera penisola, una formula che sembra più vicina alla tradizionale interpretazione di Pyongyang, ma è anche vero che nello stesso punto si parla di impegno della sola Corea del Nord, e non anche degli Stati Uniti, alla denuclearizzazione, il che farebbe pensare che si tratti esclusivamente dell’arsenale atomico nordcoreano. Nelle premesse della dichiarazione Washington si impegna a fornire a Pyongyang generiche “garanzie di sicurezza”: la rinuncia a qualsiasi tentativo di regime change, sembra di capire, ma non alla protezione di Seul. Si parla di “nuove relazioni”, ma senza alcun riferimento ad un trattato che ponga formalmente fine alle ostilità tra le due nazioni. Anche se nei colloqui Trump ha prospettato a Kim una normalizzazione dei rapporti tale da assicurare alla Corea del Nord un radioso futuro di sviluppo economico.

In conclusione, il summit di Singapore non offre certezze sul fatto che Trump eviterà di cadere nella stessa trappola in cui sono caduti i suoi predecessori: concedere a Pyongyang altro tempo e altri aiuti in cambio di nulla, se non una mera sospensione dei programmi nucleare e missilistico. Con l’aggravante che questa volta la Casa Bianca è esposta ancor più direttamente. Tre generazioni di Kim hanno ingannato i presidenti americani sulla loro volontà di denuclearizzare.

L’unica polizza di assicurazione di Trump contro l’ennesima “fregatura” è Trump stesso, se avrà il coraggio cioè di chiamare l’eventuale bluff di Kim e agire da Trump, far saltare il tavolo e mettere di nuovo Pyongyang e Pechino alle strette. Quando i negoziati entreranno nel vivo e avrà maggiori elementi per valutare la reale volontà di Kim, sarà ancora a circa metà del suo mandato, quindi non dovrebbe essere assalito dall’impazienza di raggiungere un accordo purchessia, come Obama con l’Iran. “Può darsi – ha ammesso Trump – che fra sei mesi verrò a dirvi che ho sbagliato e torneremo al punto di partenza. Nessuno ha la certezza, ma non credo che finirà così”. E ha aggiunto sorridendo: “Non so se mai lo ammetterò, troverò una qualche scusa”. E questo è Trump.

(estratto di un’analisi più ampia pubblicata su Atlantico Quotidiano, l’analisi integrale si può leggere qui)

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