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Non solo Trump, ecco chi e perché in America fa la guerra a Huawei e Zte

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donald trump

Tutte le novità sul caso Huawei approfondite da Marco Orioles

 

Per Huawei, l’aria in America comincia a diventare irrespirabile. Non c’è solo il governo, che ha deciso di mettere al bando la tecnologia prodotta dal colosso di Shenzen mentre, su un altro fronte, è impegnato in un serrato negoziato con la Cina per costringerla a rinunciare alle sue pratiche commerciali sleali e opache di cui Huawei sarebbe un campione. Anche gli altri due poteri, quello legislativo e quello giudiziario, stanno prendendo iniziative volte a colpire i comportamenti scorretti del gigante delle tlc cinesi e a tarpare le ali delle ambizioni di un’azienda che insidia, con metodi che per l’America sono censurabili, il primato occidentale nei settori hi-tech.

Tre notizie delle ultime 48 ore hanno riportato il caso Huawei in primo piano. La prima arriva da Capitol Hill, sede dei due rami del parlamento Usa. È stata depositata ieri una proposta di legge bipartisan che, se approvata, negherebbe a Huawei e all’altro gigante cinese delle tlc, ZTE, citate esplicitamente nel testo, la possibilità di acquistare chip ed altre componenti elettroniche prodotti in America. Firmata da due parlamentari repubblicani, il senatore Tom Cotton e il deputato Mike Gallagher, e da due esponenti del Partito Democratico, il senatore Chris Van Hollen e il deputato Ruben Gallego, la proposta – denominata Telecommunications Denial Order Enforcement Act – stabilisce in particolare che tale interdizione vada a colpire le aziende straniere che hanno violato le sanzioni americane o le disposizioni Usa in materia di export. Imputazione che sembra proprio ritagliata su misura di Huawei e ZTE, finite nell’occhio del ciclone in America anche per questi motivi.

La proposta viene introdotta accompagnata da eloquenti dichiarazioni degli estensori che compendiano bene il clima in cui si consuma lo scontro tra Usa e Cina. Il senatore Cotton definisce Huawei “un braccio di raccolta dell’intelligence del Partito Comunista Cinese il cui fondatore e CEO è stato un ingegnere dell’Esercito di Liberazione Popolare”. ”Le aziende di telecomunicazione cinesi”, sottolinea il deputato Mike Gallagher, “rappresentano una minaccia crescente per la sicurezza nazionale americana”. Gli Stati Uniti, rimarca il senatore Chris Van Hollen, devono “combattere il furto da parte della Cina della tecnologia avanzata Usa e la sua violazione spudorata delle leggi Usa”. “Le azioni di Huawei e ZTE per minare sistematicamente la cybersecurity degli Usa e degli alleati mostrano”, per il deputato Ruben Gallego, “che Pechino non vuole essere parte del sistema basato sulle regole, ma piuttosto romperlo”.

Le implicazioni della proposta di legge non sono sfuggite a Pechino. Che ha reagito seduta stante tramite il Ministero degli Esteri, che parla di un’America in preda alla “isteria”. “Questa non è un azione normale da parte di un paese normale”, ha dichiarato la portavoce Hua Chunying, “e non è ciò che la potenza mondiale n. 1 dovrebbe fare”. “Credo”, ha aggiunto Hua, “che l’azione di questi pochi parlamentari sia espressione di estrema arroganza (…). In realtà il mondo intero può vedere molto chiaramente che il vero intento degli Stati Uniti sia di impiegare il suo apparato di stato in ogni modo concepibile per sopprimere e bloccare le aziende cinesi hi-tech”.

L’iniziativa dei quattro parlamentari Usa non è l’unica cattiva notizia per Pechino giunta dall’America. Sempre ieri, il Wall Street Journal ha riferito che una procura federale ha posto sotto indagine Huawei con l’accusa di aver rubato i segreti industriali di alcune aziende americane. L’inchiesta, che secondo il quotidiano finanziario sarebbe in uno stadio avanzato, scaturisce da alcune cause civili intentate contro Huawei. Una di queste cause, discussa a Seattle, è già giunta a sentenza: la giuria ha stabilito che Huawei si è appropriata indebitamente di un robot, denominato Tappy, costruito dall’azienda americana T-Mobile e impiegato per condurre test sugli smartphone.

Per Huawei, la tempesta non finisce qui. Bisogna citare anche l’allarme, lanciato da alcuni parlamentari Usa, sui pannelli solari prodotti dal colosso cinese. Il sospetto è che le attrezzature di Huawei che consentono il trasferimento dell’energia prodotta da pannelli solari nella rete elettrica, gli inverter, possano essere hackerate permettendo così a parti terze di rallentare o persino interrompere la fornitura di elettricità. I parlamentari vogliono perciò costringere Huawei a dichiarare quali pannelli solari vende negli Stati Uniti. Sintomatiche le dichiarazioni di Tom Marino, deputato democratico, per il quale “l’ingresso (di Huawei) nei mercati solari residenziali su larga scala (può) rappresentare una minaccia per le infrastrutture della nazione”.

Ma questa, per Pechino, è tutta “isteria”.

 

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