Mondo

Come si è mosso Trump al G20 di Osaka

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Il Punto di Marco Orioles

In un consesso come il G20 dove i veti incrociati impediscono ai Grandi del mondo di adempiere al loro mandato di concordare degli impegni comuni e vincolanti sul fronte delle politiche economiche e finanziarie globali, è naturale che finisca per assumer maggiore importanza quello che, almeno in teoria, dovrebbe essere poco più di una nota a piè di pagina del grande concerto dei protagonisti dell’economia mondiale: i bilaterali tra i leader.

È così, senz’altro, anche per questa edizione nipponica del G20, dove le sessioni plenarie stanno ottenendo un’attenzione decisamente minore rispetto alla fitta agenda di chi, come Donald Trump, a Osaka ha messo piede non certo in ossequio a un credo multilaterale che gli fa semmai venire l’orticaria, quanto per vedersi a tu per tu con i suoi colleghi di Cina, Russia, Germania e delle altre potenze con cui l’impero a stelle e strisce ha qualche conto in sospeso o affare da concludere.

Lasciamo dunque ad altri il compito di raccontarci stazza e caratteristiche del topolino partorito dalla montagna di questo G20 – dove è in dirittura d’arrivo un formidabile accordo sulla plastica – e soffermiamoci invece sui colloqui che l’indiscusso mattatore di Osaka –  The Donald – ha avuto nelle prime 24 ore. L’elenco e gli orari sono riportati nel tweet di Jennifer Jacobs, corrispondente dalla Casa Bianca per Bloomberg:

Apertosi la sera del 28 con una cena con il premier australiano Scott Morrison, il secondo viaggio in un mese del capo della Casa Bianca in Giappone si sostanzia in una girandola di incontri fissati tra il primo mattino di venerdì e il mattino successivo.

Va ovviamente al padrone di casa, il premier giapponese Abe Shinzo, l’onore del primo faccia a faccia. Seguono il trilaterale con lo stesso Abe e il primo ministro indiano Narendra Modi, un bilaterale con quest’ultimo e, a conclusione della mattinata, un colloquio con la cancelliera tedesca Angela Merkel. Le danze si sono riaperte dopo pranzo con un interlocutore d’eccezione, Vladimir Putin, per chiudersi infine con il caldo abbraccio tra il “Trump dei Tropici”, il presidente brasiliano Jair Bolsonaro, e l’originale.

Per ovvi motivi, l’appuntamento più atteso di tutti non poteva che essere quello con lo Zar. L’ultima volta risale al summit di Helsinki di un anno fa. Da allora, i loro sguardi si sono incrociati altre due volte, al G20 di Buenos Aires dello scorso dicembre e alle celebrazioni di Parigi per il centenario della fine della prima guerra mondiale.

L’occasione è solenne e Putin si fa precedere da una lunga intervista rilasciata al Financial Times nella quale definisce “obsoleta l’idea liberale” che, secondo lui, è  entrata irrimediabilmente “in conflitto” –  insieme ai suoi corollari come il multiculturalismo – con “gli interessi della schiacciante maggioranza della popolazione”. Ecco, nel tweet del giornalista de “La Stampa “ Jacopo Jacoboni, la prima pagina del Ft di oggi con i celebri occhi glaciali del quattro volte presidente russo.

 

Parlando all’Associated Press mercoledì, il consigliere di politica estera del Cremlino, Yuri Ushakov, aveva rivelato che il colloquio sarebbe durato un’ora affrontando una serie di temi spinosi: dal regime di controllo delle armi che fa ormai acqua da tutte le parti ai teatri di crisi in cui sia gli Usa che la Russia sono coinvolti: Siria e Iran,  dunque, Ucraina e Corea del Nord.

Ricordando i contenuti dell’ultima telefonata intercorsa tra i due il mese scorso, anche per il Guardian in cima all’agenda ci saranno il Trattato Inf sui missili nucleari a corto e medio raggio, ripudiato quest’anno sia da Washington che da Mosca, e il trattato New Start, che scade nel 2021.

A Trump e Putin, insomma, non mancano gli argomenti da sviscerare in un bilaterale che durerà venti minuti più del previsto e che offrirà gli ingredienti giusti alle bocche fameliche della stampa mondiale.

Più che concentrarsi su ciò di cui – secondo la nota diramata successivamente dalla Casa Bianca – si è discusso a porte chiuse (controllo delle armi, Iran, Siria, Venezuela, Ucraina), l’attenzione dei media finisce per appuntarsi sul siparietto messo in scena da Trump alla presenza del suo collega e davanti agli occhi e alle orecchie dei giornalisti che affollano la sala.

 

Succede, infatti, che prima che inizi la conversazione riservata alla presenza dei soli collaboratori (ad accompagnare Trump ci sono il Segretario di Stato Mike Pompeo, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton, il Chief of Staff ad interim Mick Mulvaney, il Segretario al Tesoro Steven Mnuchin, la figlia e consigliera Ivanka con il marito e consigliere lui stesso Jared Kushner), il presidente concede a cronisti ed inviati una performance degna dell’uomo di spettacolo qual è.

Sono pochi attimi, ma valgono titoli e tweet. E’ “un grande onore” essere con lei, sottolinea il presidente con un’affermazione che fa subito notizia sul social dei 280 caratteri:

https://twitter.com/afp/status/1144487865113403392?s=21

“Abbiamo molte cose di cui discutere – prosegue Trump – compreso il commercio è un po’ di disarmo, un po’ di protezionismo, in un modo molto positivo”.

Il bello viene però quando un giornalista chiede a Trump se intenda chiedere conto a Putin del tema che ha perseguitato la sua presidenza sin dagli albori: le interferenze russe nelle elezioni.

“Lo farò naturalmente”, è la pronta risposta del presidente, che coglie la palla al balzo e improvvisa un numero dei suoi. Puntando il dito sul suo collega, gli dice, tra il serio e il faceto, e ripetendolo due volte perché non sfuggisse a nessuno: “non immischiarti nelle elezioni”. Quando l’interprete formula la traduzione, Vladimir Vladimirovich non riesce a trattenere il sorriso. Pochi minuti dopo, il gustoso episodio è già in primo piano su Twitter:

 

Cosa precisamente Trump e Putin si siano detti successivamente a tu per tu non è dato sapere. Ma dopo il congedo, dal Cremlino filtra la notizia di un invito per il presidente Usa alle celebrazioni in Russia del 75mo anniversario della fine della seconda guerra mondiale. Un segnale cui The Donald avrebbe “reagito molto positivamente”, dichiarerà Ushakov all’emittente Rossiya 24.

Non sarà un idillio, insomma, ma il bilaterale Usa-Russia un risultato simbolico lo ottiene. Le aspettative, d’altronde, non suggerivano altro. Oggi come oggi, le distanze restano siderali, e il corteggiamento reciproco dei leader non pare sufficiente a riportare la relazione su binari ottimali.

Non meno complicato è il rapporto che, nell’era del tycoon, gli Usa intrattengono con un altro Paese presente nella sua agenda: la Germania. E l’incontro con Angela Merkel è subito gravato dall’ipoteca posta da Trump due giorni prima.

Prima di imbarcarsi sull’Air Force One in direzione di Osaka, il presidente aveva infatti concesso una lunga intervista a Fox Business Network durante la quale ha indirizzato alla Germania la solita invettiva sui costi della difesa comune. “Paghiamo circa il 100% della Nato”, aveva affermato davanti alle telecamere. “Paghiamo tutto questo perché la Germania non paga quello che dovrebbe pagare, e su 28 Paesi, sette” sono in regola con le quote.

Al di là della veridicità delle sue accuse, tutte da verificare, il punto è che, quando si tratta della Germania, Trump ha il dente avvelenato. Ai suoi occhi, Berlino ha infatti la suprema colpa di rappresentare la guida politica di una creatura, l’Unione Europea, che rapina l’America inondandola con le proprie esportazioni e rifiutandosi di contribuire alla Nato in misura proporzionale alla sua ricchezza. Per non parlare, poi, dell’ostruzionismo europeo nei confronti della campagna Usa di massima pressione contro l’Iran e delle lacrime versate per il petrolio di Teheran messo al bando dalle sanzioni americane.

Trump però è anche il leader imprevedibile capace di uscite a sorpresa e attenzioni inattese. Ecco, perciò, che al cospetto di Angela la chiama “una grande amica” e “una donna fantastica”, guadagnandosi quel che più gli sta a cuore: la cordiale risposta con cui la cancelliera gli spiega che “le aziende tedesche stanno investendo molto” in America.

Secondo la Casa Bianca, con Merkel il presidente ha parlato di “un ampia gamma di temi”, tra cui “la pericolosa attività dell’Iran nel Medio Oriente”. Peccato che il portavoce di Angela si affretti a precisare che la discussione avrebbe riguardato semmai “il conflitto degli Usa con l’Iran”. Chi conosce le posizioni di Washington e Berlino sa che non si tratta di una mera sfumatura.

E chissà che scambi ci saranno stati sugli altri dossier: Libia, Sahel, Ucraina e, soprattutto, il commercio tra Usa ed Ue. Qui, com’è noto, c’è la spada di Damocle dei dazi americani, strumento micidiale che The Donald ha collocato ben dentro la sua faretra ma che, per l’Ue e soprattutto per la Germania, è l’equivalente di una dichiarazione di guerra.

Un bilaterale nell’era di Trump non può che essere un incubo per chi ha l’onere di schivare i colpi del populista in chief. È una regola che vale per la Germania ma che non risparmia anche un alleato di ferro degli Usa come il Giappone.

Anche con il Sol Levante non mancano infatti motivi di attrito. Uno dei quali è venuto clamorosamente a galla, di nuovo, nell’intervista pre-summit di Trump a Fox Business Network. Usando i microfoni della tv di Murdoch, il presidente ha scagliato all’indirizzo dell’amico Abe un dardo incandescente. “Abbiamo un trattato con il Giappone”, ha spiegato. “Se il Giappone venisse attaccato, noi combatteremmo la terza guerra mondiale (…) e li proteggeremmo e combatteremmo con le nostre vite e le nostre risorse. (…) Ma se fossimo attaccati, il Giappone non dovrebbe aiutarci per nulla. Possono guardare l’attacco da un televisore Sony”.

Quando si è trovato al cospetto del suo irruento alleato, Abe Shinzo ha così dovuto fare buon viso a cattivo gioco. “La frequenza dei viaggi da parte dei leader dei due Paesi”, ha osservato il premier ricordando le tre volte in cui si è visto con il collega dallo scorso aprile, “sono la prova della forza dell’alleanza Giappone-Usa”.

E poiché certi gesti valgono più di mille parole, il premier ha consegnato nelle mani del suo amico una mappa che riporta i cinque luoghi americani in cui Tokyo ha effettuato recenti investimenti.

Il risultato lo si può scorgere dalle parole di ringraziamento di Trump per “il fatto che stai mandando molte compagnie automobilistiche in Michigan, Ohio, Pennsylvania e Carolina del Nord”, Stati che avranno il loro peso nella campagna per la rielezione già in pieno svolgimento negli Usa.

Trattandosi però di un leader insaziabile, Trump ha spiegato ai giornalisti presenti che lui e Abe avrebbero discusso di lì a poco anche “dell’acquisto di un sacco di attrezzature militari da parte del Giappone, che apprezziamo”.

The Donald, infine, porta a casa l’impegno del Giappone a concludere quanto prima un accordo complessivo sul commercio. Poco dopo il bilaterale, il ministro dell’Economia di Tokyo annuncerà ai reporter, dopo aver parlato con il collega americano Mnuchin, che già a luglio funzionari dei due paesi si incontreranno per lavorare a tamburo battente.

Molto ci sarebbe da dire anche dei bilaterali che Trump ha avuto con il premier indiano Modi e il presidente brasiliano Bolsonaro. Ma il vostro cronista deve purtroppo fermarsi qui: c’è un altro bilaterale da raccontare, quello di stamattina tra Trump e il collega cinese Xi. Appuntamento a domani, naturalmente su Start Magazine.

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