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I dazi di Trump sull’Ue per la Groenlandia sono davvero una minaccia?

Trump aveva annunciato dazi del 10 per cento contro alcuni paesi europei che hanno inviato truppe in Groenlandia, ma si tratta di un copione già visto: ritorsioni proclamate, rinvii e compromessi che poi finiscono per favorire l’export Ue. L'analisi di Stefano Feltri tratta da Appunti.

Il potenziale conflitto militare sulla Groenlandia tra Stati Uniti ed Europa è diventato, almeno per qualche ora, soltanto una guerra commerciale. E questa è una buona notizia, tutto sommato, ammesso che sia duratura, visto che nella giornata di lunedì la Danimarca ha annunciato l’invio di ulteriori truppe sull’isola artica che il presidente americano Donald Trump vuole annettere.

Ci sono molte domande a questo punto: Trump applicherà davvero i dazi punitivi del 10 per cento sui Paesi europei che hanno mandato soldati in modo dimostrativo in Groenlandia? L’Unione europea riuscirà a offrire una risposta compatta? E per ottenere quale scopo? Per evitare i dazi o per reagire con misure commerciali altrettanto aggressive visto che la politica commerciale è ormai l’altro lato di quella di sicurezza?

Domande che portano a un’altra, più grande: Trump vuole sottomettere l’Europa per ottenere la Groenlandia o vuole annettersi la Groenlandia per svuotare di senso la NATO, spaccare l’Unione europea e trattare in modo bilaterale con Stati ricchi e sottomessi?

I dazi incerti

Sabato Trump ha annunciato dazi al 10 per cento contro Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Gran Bretagna e Finlandia, gli Stati europei che hanno mandato truppe in Groenlandia per chiamare il bluff trumpiano, cioè per dimostrare che gli Stati Uniti non possono annettere quel territorio strategico nell’Artico senza una guerra con gli ormai ex alleati europei.

Quel 10 per cento, nell’annuncio di Trump, è la prima ritorsione pronta a scattare il primo febbraio a cui poi seguirà un altro 25 per cento il primo giugno se la Danimarca non cederà la Groenlandia.

Sul piano commerciale, è una questione davvero rilevante solo per la Germania, che esporta ogni anno 163 miliardi di dollari di merci verso gli Stati Uniti. La Gran Bretagna e la Francia esportano meno dell’Italia che vende merci per 78 miliardi: i britannici si fermano a 68, i francesi a 61. Finlandia e Norvegia stanno a 6 e 7 miliardi rispettivamente.

Comunque, non è affatto detto che questi dazi arriveranno mai davvero: anche quelli al 25 per cento contro i partner commerciali dell’Iran, annunciati una settimana fa, non si sono mai materializzati.

E abbiamo già visto questo copione un anno fa: la minaccia di un dazio punitivo, una trattativa, un rinvio, un compromesso. Risultati ambigui, nel senso che dopo un anno di protezionismo americano la quota di mercato delle esportazioni dei prodotti europei è addirittura aumentata.

Come hanno calcolato Daniel Gros e Niccolò Rotondi dell’Institute for European Policymaking della Bocconi, poiché soltanto alcuni settori hanno davvero un dazio, la barriera effettiva media per le merci europee è del 6 per cento, a fronte di un 15 per cento dichiarato.

Poiché è molto più bassa di quella per le merci di Paesi concorrenti, come la Cina o l’India o il Giappone, il protezionismo di Trump finisce per favorire le imprese europee a danno di quelle del resto del mondo.

Dunque, i mercati finanziari hanno reagito male alle ultime notizie più per il timore che stia tornando una fase di volatilità e incertezza, che per la razionale analisi delle potenziali conseguenze negative di questo ennesimo pestaggio commerciale da parte di Trump.

Per tutto il 2025, Trump ha annunciato dazi che poi non ha messo, o che ha tolto, con sconti per certi settori e punizioni per altri. I dazi del 100 per cento sul settore farmaceutico, per costringerlo a produrre negli Stati Uniti, sono stati annunciati a settembre e mai arrivati.

Dunque, le sue minacce non sono più tanto credibili. E quando una controparte si dimostra inaffidabile, come è il caso degli Stati Uniti, riduce l’incentivo a cercare un compromesso.

(Estratto da Appunti)

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