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Trump chiuderà un accordo con la Cina prima delle elezioni di medio termine?

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L’analisi di Soo Nam NG, Responsabile Globale Azionario Asiatico di Columbia Threadneedle, sui rapporti fra Stati Uniti di Trump e Cina

Il primo semestre è stato teatro di una correzione che ha interessato trasversalmente i mercati dell’area Asia Pacifico (Giappone escluso) nonostante una solida crescita economica e una dinamica degli utili intatta. A titolo di esempio, la crescita del PIL in Cina viaggiava sul 6,8% nel primo trimestre e sul 6,7% nel secondo trimestre. L’inflazione è rimasta un fattore di sostegno nonostante il rally delle quotazioni petrolifere. Anche la situazione politica sembra essersi stabilizzata, specialmente ora che il potere è saldamente nelle mani del presidente Xi Jinping (come dimostrato dalla sua capacità di rimuovere il limite di due mandati per essere rieletti alla presidenza).

Anche in Corea del Sud, Thailandia e Indonesia i leader politici sono riusciti a consolidare il potere e a implementare le politiche con maggiore rigore, contribuendo a migliorare le prospettive di crescita economica sostenibile. Sul fronte del rischio geopolitico ci sono stati sviluppi inattesi – nonché un enorme passo in avanti – in occasione della riunione dei leader di Stati Uniti e Corea del Nord durante il vertice di Singapore, volto a stipulare un accordo per la pace e la denuclearizzazione nella penisola coreana.

A parità di condizioni, gli sviluppi economici, politici e societari nella prima metà dell’anno lascerebbero presagire una prosecuzione della sovraperformance nei mercati della regione Asia Pacifico, Giappone escluso. Tuttavia, la direzione dei mercati azionari è influenzata anche dal sentiment degli investitori, gravemente intaccato dalle aggressive dichiarazioni protezionistiche del presidente Trump, rivolte soprattutto alla Cina.

Dopo il fallimento dei negoziati con la Cina, gli Stati Uniti hanno introdotto dazi del 25% su importazioni dalla Cina per un valore di USD 34 miliardi, cui seguirà un’ulteriore tranche da USD 16 miliardi. L’adozione di misure ritorsive da parte della Cina ha indotto Trump a minacciare l’imposizione di dazi doganali pari al 10% sulle importazioni cinesi pari ad altri USD 200 miliardi, esacerbando così ulteriormente la guerra commerciale. Il sentiment di mercato negativo è stato deteriorato dal circolo vizioso innescato da debolezze valutarie culminate in forti vendite di titoli azionari a giugno.

Riteniamo che l’impatto sul mercato degli attuali sviluppi relativi al conflitto commerciale tra Stati Uniti e Cina sia eccessivo, a maggior ragione se si considera che il contesto positivo assicurato da una dinamica congiunturale solida non ha mostrato segni di indebolimento nonostante l’attenzione mediatica. Dal punto di vista degli utili, l’impatto effettivo della guerra commerciale è altresì trascurabile se limitato a merci per USD 50 miliardi, anche se alcuni esportatori potrebbero risentirne maggiormente. Di conseguenza, se Stati Uniti e Cina non aumenteranno ulteriormente la posta in gioco in questo incessante braccio di ferro, nella seconda metà del 2018 dovremmo assistere a una ripresa del mercato.

Allo stato attuale, la Cina sembra abbassare i toni del conflitto, il che potrebbe preparare il terreno in vista di una ripresa dei negoziati. Riteniamo inoltre che il presidente Trump sia fortemente motivato a concludere un accordo con i cinesi di cui arrogarsi i meriti in vista delle elezioni di metà mandato a novembre. D’altro canto, arrivare alle elezioni di metà mandato con la minaccia incombente di una guerra commerciale dai contorni poco chiari e svantaggiosa per tutti, che graverebbe su agricoltori, produttori e consumatori americani, renderebbe i Repubblicani alquanto vulnerabili.

Per quanto concerne le relazioni con la Corea del Nord, il flusso di notizie sarà verosimilmente dettato dal tono – più o meno aggressivo – con cui gli USA sceglieranno di portare avanti l’agenda in materia di denuclearizzazione. Il presidente Trump ha già cantato vittoria per la stipula di un accordo di denuclearizzazione della Corea del Nord in occasione del suo incontro con il leader nordcoreano Kim Jong Un durante il vertice di Singapore.

Se è vero che i dettagli, gli obiettivi e le tempistiche dell’accordo non sono ancora stati stabiliti con precisione, è altrettanto vero che le negoziazioni future non dovrebbero essere improntate all’acredine prima delle elezioni di metà mandato negli USA, giacché l’amministrazione Trump si guarderà bene dal trasmettere l’impressione di aver lasciato il summit restando con un pugno di mosche.

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