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Europa

Vi racconto l’osservatorio orwelliano del Corriere della sera sull’Europa

Cosa sbaglia Aldo Grasso del Corriere della sera sull'attenzione all'Europa da parte dei politici italiani. Il corsivo di Teo Dalavecuras

Quando si dice trasparenza. L’esperto di mezzi di comunicazione di massa e critico televisivo del Corriere della sera, Aldo Grasso, nella sua ultima rubrica domenicale “Padiglione Italia” offre, all’ignaro lettore che sono, una notizia tanto potenzialmente clamorosa quanto testualmente fumosa. L’esordio è drastico: “I nostri leader”, scrive l’autorevole giornalista, “si interessano poco di Europa”. Drastico e un poco generico. “Interessarsi dell’Europa” vuol dire qualsiasi cosa e quindi non vuol dire niente, a prendere questa proposizione al suo valore facciale. Calata nel contesto lascia intendere che i “nostri leader” sono mediocri carrieristi litigiosi, attenti alle proprie fortune elettorali, poco interessati all’Europa (contrariamente ai generosi e visionari leader europei che, alla corte di Erdogan, si “appiccicavano” per la sedia più vicina a quella del sultano, e si sta parlando di Charles Michel e di Ursula von der Leyen).

Non proprio una notazione originale, bisogna ammetterlo. Ma non è il contenuto il dato più interessante del corsivo, che peraltro, dopo avere esordito come si è detto sopra si conclude, secondo lo schema del “come volevasi dimostrare”, con la seguente domanda retorica: “Ma abbiamo leader di statura europea?”. Ovviamente no, qualunque cosa debba intendersi per “statura europea”. La rivelazione che Grasso consegna ai suoi lettori è un’altra, leggermente inquietante nella propria indeterminatezza: il quotidiano milanese ha istituito un servizio che si chiama “Europa-Like”, e consiste in un “osservatorio con cui il Corriere monitora sui social l’attenzione che i politici prestano all’Europa”. E questo congegno vagamente orwelliano ha prodotto la sentenza riportata all’inizio: “Si interessano poco”.

TRASPARENZA, VERITÀ E SOVRANITÀ

Quanto poco? Troppo poco? Mah. Da un punto di vista pratico sarebbe bello conoscere le procedure che governano questo osservatorio, come e quando avvengono le rilevazioni, quali parametri misurano il grado di “interesse all’Europa”, che uso contano di farne gli intrepidi professionisti del quotidiano milanese, magari delle graduatorie di “europeismo” che risulteranno preziose più avanti, nell’imminenza delle elezioni europee?

Da un diverso punto di vista è straordinario il candore col quale il corsivista indica quello che dovrebbe essere il nocciolo del problema: “Gli elettori di un Paese fondatore dell’Unione europea meriterebbero idee per favorire il processo di unificazione, per lasciarsi alle spalle ogni ambiguità euroscettica e filoputiniana”. Se questo non accade è perché le leadership dei partiti si nascondono “nella bolla dell’ipocrisia sovranista: gli Stati nazionali da soli sono ormai tronchi recisi trascinati nel fiume della storia”. In quel “meriterebbero” c’è una sfumatura fondamentale: non dagli elettori europei scaturirà una chiamata alla integrazione politica europeo, ma da una leadership partitica che sappia indottrinarli.

Piccolo dettaglio. L’intera costruzione europea si è fondata e tuttora si basa su due principi: la salvaguardia della sovranità degli stati membri e la non sovranità delle istituzioni comunitarie.  Se poi dai principi si passa alla verità effettuale, o al fiume della storia per riprendere la prosa immaginifica di Grasso, nei decenni un’interpretazione totalitaria del mercato comune ha progressivamente svuotato gli Stati membri di grandissima parte delle loro competenze, e di conseguenza le classi politiche nazionali della loro rappresentatività. Siccome però il potere non tollera vuoti, tutto quello perduto dalle politiche nazionali si è concentrato in un organismo politicamente irresponsabile e assai potente che è la Commissione europea. La quale non ha alcun interesse alla trasformazione dell’Unione europea in una federazione di stati, cioè nell’unica forma istituzionale per restituire la voce politica, tolta agli stati nazionali, ad una cittadinanza europea che sarebbe tutta da costruire. Non ha interesse per due motivi assolutamente evidenti: innanzitutto la realizzazione di uno stato federale europeo trasformerebbe la Commissione in un organo esecutivo laddove oggi è di fatto l’organo sovrano della barocca costruzione europea, che si serve dell’Europarlamento per ingerirsi in quel poco di politica che è rimasta negli Stati membri, oltre a incipriare di pseudo democratica legittimità i propri rescritti; in secondo luogo, perché perderebbe quella sorta di corte dei miracoli dei piccoli Stati membri che sono di fatto stati clientes della Commissione non essendo verosimile che, quanto meno in una prima fase, uno Stato federale si possa costituire tra tutti i 27 Stati membri.

IL SOVRANISMO CONTRO L’EUROPA UNITA?

Diciamolo brutalmente: negli anni Novanta, con l’adesione all’Ue dei Paesi ex satelliti dell’Urss (la “rivoluzione” che aveva riscaldato il cuore di Ralf Dahrendorf) l’Europa è stata costretta a rinunciare a ogni velleità di integrazione politica. Con i ricorrenti discorsi sull’allargamento ai Paesi balcanici si fa in modo di premunirsi dal rischio che qualche velleità di integrazione politica possa riaffiorare.

L’idea che l’insabbiamento di un fantomatico processo di integrazione politica sia dovuto a convinzioni “sovraniste”, “euroscettiche” o “filoputiniane” non è solo puerile: riassume bene l’ideologia della Commissione europea, fondata sulla finzione di un processo di integrazione intralciato dall’uomo nero del momento (tantissimi anni fa era il generale de Gaulle); ideologia alla quale le orecchie dei grandi mezzi di comunicazione di massa sono spalancate, grazie a decenni di lavoro sistematico in termini di distribuzione di risorse e di altri incentivi (basta leggere le procedure per l’accreditamento dei giornalisti presso le istituzioni europee per rendersi conto del controllo  che la Commissione è impegnata a esercitare sull’opinione pubblica). Da questo punto di vista c’è da essere grati ad Aldo Grasso che offre una mirabile sintesi degli articoli di fede del “leader di statura europea”.

Che nel frattempo progredisca la desertificazione politica dell’Europa e l’oggettiva condizione di sovranità limitata che da almeno due anni impoverisce in maniera tangibile tutta l’Europa (compresa la Svizzera che ha appena calcolato in oltre 1 miliardo di chf il conto della “solidarietà” all’Ucraina nel 2023), dipende da scelte che in Europa non sono mai state né mai saranno dibattute in una dimensione politica europea che, come tale, non esiste.

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