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Tragedia Coronavirus in Iran

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Che cosa succede in Iran per il Coronavirus secondo l’Associated Press. L’articolo di Marco Orioles

Per alcuni Paesi colpiti dall’epidemia da Covid-19, il virus venuto dalla Cina ha rappresentato una cartina di tornasole, facendo emergere, tra risposte esitanti e comportamenti irresponsabili, i limiti intrinseci di regimi nati con priorità ben diverse dal proteggere in piena trasparenza la salute – ma in questo caso si potrebbe parlare della vita – dei propri cittadini.

Dietro queste parole inclementi qualcuno avrà sicuramente riconosciuto l’identikit della Repubblica Islamica. Di una nazione, cioè, travolta più di altri dal contagio ma anche, e sarebbe bene dire soprattutto, dall’incompetenza connaturata ad un sistema politico che anche di fronte ad una malattia così insidiosa non riesce ad esprimere una governance all’altezza della situazione.

Ci ha pensato l’Associated Press ieri a mettere il dito sulla piaga, pubblicando un articolo che ricostruisce i momenti salienti della crisi che sta attanagliando l’Iran dal mese di febbraio.

E a titolo di introduzione, l’agenzia di stampa Usa ha scelto la figura di Hirah Harirchi, ossia colui che nonostante stesse gestendo con poteri straordinari l’emergenza Covid-19 a Teheran ha pensato bene di dichiarare davanti alle telecamere che tutto era sotto controllo e che gli iraniani non avevano affatto bisogno di alcuna quarantena in quanto metodo appartenente “all’età della pietra”.

Peccato che, il giorno dopo, a finire in quarantena sia stato lo stesso Harirchi. Che non è stata però l’unica personalità illustre della Repubblica Islamica a contrarre il virus.

Nel novero bisogna mettere anzitutto la vicepresidente Masoumeh Ebtekar, meglio nota come “Sister Mary” per aver preso parte 41 anni or sono al clamoroso sequestro dell’ambasciata Usa, e poi diversi parlamentari, alcuni dei quali passati a miglior vita, il membro del Consiglio del Discernimento (e dunque intimo della Guida Suprema Ali Khamenei) Mohammad Mirmohammadi, anch’egli deceduto come  l’ex ambasciatore alla Santa Sede Hadi Khosroshahi e il consigliere del ministro della Giustizia Ahmad Tuyserkani.

Questa hall of fame è tuttavia solo la punta di un iceberg che registra al momento la bellezza di 16 mila casi (e 988 decessi) che, proprio perché non gestiti con sollecitudine, hanno innescato il contagio in tutto il Medio Oriente: secondo l’AP, nove dei dieci casi emersi in regione sono originati proprio dalla Repubblica Islamica.

L’accusa è dunque spaventosa proprio come quella, ai limiti dell’eversione di Stato, di tenere nascosta la reale entità dell’epidemia.

Se tutto ciò sembra sufficiente per deplorare gli ayatollah, è necessario sapere che non è tutto.  Oltre alla censura, ai turbanti neri può essere addebitata anche una sequenza di comportamenti che valicano di non poco il limite dell’irresponsabilità.

Non si sta parlando solo delle elezioni parlamentari celebratesi a febbraio, ossia quando il virus già dilagava ma le autorità del Paese ciononostante non presero alcuna contromisura e, al contrario, fecero di tutto per aumentare l’affluenza alle urne (non solo per via del concomitante 41mo anniversario della nascita della Repubblica, ma soprattutto per ricevere legittimità dai cittadini preoccupati per lo scontro con quegli Stati Uniti che poche settimane prima avevano eliminato un eroe della patria come il generale Soleimani).

Il vero problema, per Teheran, porta un nome preciso: Qom.

La città santa a un centinaio di chilometri dalla capitale dove si forma la gran parte del clero sciita è stato il primo focolaio del Coronavirus in Iran: qui, secondo quanto annunciato dalle autorità, i primi due decessi sarebbero avvenuti il 19 febbraio (da cui il sospetto, visti i tempi necessari perché si manifestino i sintomi, che le vittime abbiano contratto il virus già all’inizio del mese).

Molto tempo dovette passare perché si facesse strada l’ipotesi che il paziente zero fosse un uomo d’affari che aveva portato con sé il virus di ritorno dalla Cina.

A quel punto, tutti si sono resi conto che nei seminari di Qom vivono e studiano numerosi studenti cinesi e che la città è addirittura collegata all’ex celeste impero con una linea ferroviaria ad alta velocità costruita, ma guarda un po’, dai cinesi.

Ciononostante, non solo i viaggi da e per la Cina non sono stati bloccati tempestivamente, ma il famoso tempio dorato di Fatima Masumeh a Qom è rimasto aperto come sempre tutto il giorno, preso d’assalto da comitive di pellegrini che per nulla al mondo avrebbero rinunciato al rito di baciare la statua della santa.

Ha dunque buon gioco Mehdi Khalaji, teologo sciita che lavora come analista al Washington Institute for Near-East Policy, a concluderne che “lo status di Qom come capitale ideologica della rivoluzione islamica ha fatto sì che diventasse il centro di trasmissione patogena al resto dell’Iran e, di qui, ad almeno altri sette Paesi”.

Adesso, fa sapere l’AP, tutti i luoghi sacri di Qom sono stati disinfettati e pure il tempio di Fatima Masumeh ha chiuso i battenti. Ma basta aprire internet per trovare video che mostrano i fedeli più incalliti premere ai cancelli pretendendone l’immediata riapertura.

E non è l’unica scena surreale in un Paese dove la gente ignora platealmente gli appelli a stare a casa di un governo che ha appena chiesto al FMI una linea di credito urgente di 5 miliardi di dollari (il primo prestito, per inciso, che l’Iran chiede all’istituto dal lontano 1962).

E ad essere presi d’assalto, in barba ai media di regime, non sono solo macellerie e ortofrutta, ma anche le località turistiche sul Mar Caspio e sul G0lfo Persico, che prevedono di fare il pieno di turisti in occasione dei festeggiamenti dell’imminente capodanno lunare (Nowruz), che vedrà come ogni anno – anche in questo 2020, visto che il governo, timoroso della reazione di un’opinione pubblica già infuriata per l’economia a picco, non ha disposto alcuna restrizione ai viaggi – innumerevoli iraniani spendere qualche giorno fuori porta.

Sarà anche per questo che Harirchi – l’uomo che ha definito la quarantena una cosa da medioevo – ora “implor(a)” gli iraniani “di minimizzare i loro viaggi e contatti, e isolare completamente dagli altri le persone infette”.

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