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Tevere controcorrente e gabbiani reali a Roma. Il libro di Mian

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Pillole da “Tevere controcorrente”, l’ultimo libro di Marzio G. Main che sarà presentato il 13 febbraio a Roma

Pillole da “Tevere controcorrente” (Neri Pozza), l’ultimo libro di Marzio G. Main, giornalista e scrittore, sul fiume ancora simbolo della nazione ma anche via maestra da cui osservare la decadenza dell’Italia e di Roma

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I gabbiani reali a Roma sono diventati animali notturni. Hanno anche modificato il loro verso, una sorta di “slang metropolitano”, me l’ha rivelato il mio Konrad Lorenz personale, Francesco Petretti, zoologo, ornitologo, volto noto della TV e direttore del Bioparco di Roma, soprattutto un uomo libero come gli uccelli che studia. È romano con «un’aggiunta di genoma sannita». Gli avevo raccontato lo spettacolo cui avevo assistito la notte precedente, da un balcone al settimo piano nella zona di viale Marconi dove abitavo presso amici. Erano le settimane del gran caldo, quando la città puzzava di carcassa in putrefazione e s’aspettava, con l’arrivo delle malattie, anche quello d’una specie di messia Super Spazzino castigamatti con il superpotere di fare una pulizia generale non solo nelle strade ma negli uffici, nelle sale stuccate del potere, financo nelle chiese, uno insomma con l’autorità di menare fendenti di ramazza contro i “responsabili”, per poter ricominciare tutto da capo.

Erano settimane di panico, perché circolava voce che Roma caput mundi fosse addirittura già morta e che quindi potesse venir giù il mondo intero, difatti i giornali delle grandi metropoli internazionali mandavano gl’inviati nell’epicentro della catastrofe, anche Francesco Totti e Daniele De Rossi avevano lasciato l’AS Roma per dire, e il papa faceva chiudere certi ordini, come quello delle Piccole sorelle di Maria madre del Redento- re, poiché pregavano troppo; c’erano notizie che sembravano necrologi, a Tor Carbone, zona sud della capitale, c’era stato anche «l’accoppiamento tra un toro e una mucca nel bel mezzo del tra co della rush hour»: era questo forse il segno indicato dal settimo angelo dell’Apocalisse, «il Vecchio Tempo è passato e verrà il Toro di fuoco con denti di leone»?

Da lassù potevo osservare le discariche su quattro punti, cioè dov’erano collocati i cassonetti – a Roma li chiamano “secchioni” – ormai scomparsi sotto cumuli di spazzatura alti no a due metri e strabordanti sui marciapiedi; come s’usa negli scontri urbani a contenere gli e etti dei lacrimogeni, una coppia s’in lava nel sentiero con la maglietta rivoltata sul volto, per l’odore e per il fumo spesso e appiccicoso dell’ultimo secchione incendiato. Passavano lentamente dei furgoncini vuoti della nettezza urbana, con due addetti a bordo, ma tiravano diritti, forse perché, diversamente dai monatti, non erano immuni al contagio, o perché per riempire quel giocattolino bastava fermarsi all’ultima discarica prima di finire il turno di notte. Non un clacson, né una sirena, neanche un lontano rombo di moto sulla Marconi, rare pure le auto, ormai incuranti dei cartoni e delle sporte sparpagliati sulla strada dall’avvolgente ponentino. Poi ho cominciato a sentirli, quella long call echeggiante tra i palazzi, un po’ latrato, un po’ risata satanica e un po’ prolungato, stridulo gracchio – «rauche canizze» secondo Petretti –, un richiamo territoriale a segnare il predominio sulla notte di Roma intera; e uno dopo l’altro planavano come pterodattili galleggiando su quasi due metri d’apertura alare. Quelle ombre nere sull’asfalto, più che il grido di battaglia feroce dei gabbiani, generavano la fuga scomposta dei ratti, i quali evidentemente erano stati battuti nella corsa evolutiva, mantenendo gli stessi turni di lavoro senza riuscire a tenere il passo con le innovative abitudini del nemico, pagando così a caro prezzo l’insaziabile ingordigia. Un colpo di becco sulla testa della pantegana poteva sembrare sufficiente, ma l’uccello per sicurezza la sbatteva contro il cordolo una decina di volte, come facevano le donne coi panni nei lavatoi, quindi l’ingoiava intera. Dall’alto vedevo il gozzo e il petto candido gonfio da scoppiare, tipo documentario sui boa, solo che quelli non prendono il volo dopo aver ingoiato la preda.

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