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Talleyrand, lo “stregone della diplomazia”

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Il Bloc Notes di Michele Magno

Il “Talleyrand” di Sainte-Beuve (Aragno, prefazione di Francesco Perfetti, 2017) ha come modello un saggio che occupa l’intero primo volume dei due tomi che Henry Lytton Bulwer intitolò “Historical Characters” (1868). Secondo l’autore del celeberrimo “Port-Royal”, lo scrittore e diplomatico liberale inglese aveva sì “compreso molto bene l’ingegno politico e pratico di Talleyrand”, ma la sua indulgenza non ne aveva messo nella giusta luce certi vizi fondamentali.

Infatti, “[…] egli non mirava, in fin dei conti, se non a riuscire personalmente a trarre profitto dalle circostanze: l’amore del bene pubblico, la grandezza dello Stato e la sua fama nel mondo non lo preoccupavano se non mediocremente durante le sue veglie”. Talleyrand, aggiunge in altri passaggi Sainte-Beuve, “aveva l’abitudine di mentire, appena vi trovava il minimo tornaconto” ed era troppo venale: “la venalità, ecco la [sua] piaga, piaga schifosa, cancro roditore che invade il fondo”.

Il giudizio di Sainte-Beuve (1804-1869) su Talleyrand (1754-1838) è dunque spietato quanto moraleggiante Già, perché il principe di Benevento, rampollo di una delle più antiche e nobili famiglie di Francia, fu un mostro di abilità diplomatica. Riuscì a passare indenne fra tutti i più drammatici rivolgimenti del suo tempo, arricchendosi e accrescendo il suo potere, ma anche salvaguardando le sorti del suo Paese. Durante il Congresso di Vienna (1814-1815), dopo la caduta di Napoleone, del quale era stato un prezioso collaboratore, realizzò un vero e proprio miracolo evitando che la Francia fosse posta sul banco degli accusati. Al contrario, con l’appoggio di Metternich e sfruttando sapientemente il “principio di legittimità”, ottenne che venisse riconosciuta -una volta restaurata la monarchia dei Borboni- come una grande potenza e un architrave del nuovo equilibrio internazionale.

Talleyrand fu quindi un personaggio centrale nella vicenda europea del primo Ottocento, ma non proprio un simbolo di trasparenza e correttezza. Del resto, proprio allo “stregone della diplomazia” si deve una delle definizioni più brillanti e argute del tradimento: “La trahison n’est qu’une question de temps”. “Quando non cospira, Talleyrand intrallazza”, diceva François-René de Chateaubriand.

In effetti, il camaleontico principe di Benevento era passato indenne -e sempre in posizioni di prestigio- dall’Antico Regime alla Rivoluzione, dal Direttorio al Consolato, da Napoleone alla Restaurazione di Luigi XVIII, e poi alla monarchia di Luglio.

Un artista del doppiogiochismo, che raggiunge il suo apice nel “Tradimento di Erfurt”. In un incontro che si svolge nella città della Turingia (settembre-ottobre 1808), concordato per consolidare la pace di Tilsit dell’anno precedente, Napoleone sollecita l’aiuto di Alessandro I per arginare l’offensiva austro-prussiana contro le sue truppe. Volendo dar credito a quanto racconta nelle sue “Memorie”, in un colloquio segreto Talleyrand sconsiglia lo zar di accettare: “Sire, che siete venuto a fare qui? Tocca a voi salvare l’Europa, e non ci riuscirete che tenendo testa a Napoleone. Il popolo francese è civilizzato e il suo sovrano non lo è; il sovrano di Russia è civilizzato e il suo popolo non lo è; il sovrano di Russia deve quindi allearsi con il popolo francese”.

Chi lo conobbe non potè fare a meno di ammirarlo, criticarlo, temerlo. Il conte di Mirabeau  era convinto che “per un po’ di denaro si sarebbe venduta l’anima”. Persino Napoleone, un giorno, irritato gli disse a brutto muso: “Siete merda in una calza di seta”. Ma quando era oggetto di sfuriate Talleyrand non si scomponeva, restava impassibile. In proposito, osserva Sainte-Beuve: “Quella indifferenza fondamentale, che acquistano gli uomini pubblici temprati e assuefatti, la imponeva a tutti i suoi lineamenti; la imponeva al suo volto, che così è diventato proverbiale: una maschera imperturbabile, senza smorfia, senza sorriso. Un silenzio assoluto era la sua risposta invariabile”.

Dotato di uno charme irresistibile (nonostante la sua zoppia), il cinismo, la passione per gli affari, il gusto per l’intrigo si univano a un incredibile intuito nel saper leggere tra le pieghe della storia. Personaggio dalle mille facce, con una punta di vanagloriosa civetteria amava ripetere: “Desidero che nei secoli si continui a discutere di quello che sono stato, di ciò che ho pensato e voluto”.

 

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