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Perché i talebani stanno vincendo la guerra dell’informazione

Cia Talebani

L’analisi di Francesco D’Arrigo, direttore dell’Istituto Italiano Studi Strategici

Il “catastrofico successo” del ritiro dei militari alleati dall’Afghanistan ha provocato anche la prepotente emersione dal profondo dark web della propaganda talebana, che attraverso il dominio dei social media e soprattutto di Twitter, sta facendo vincere ai talebani la guerra dell’informazione.

Con il flusso quotidiano di comunicati stampa, dichiarazioni, videoclip e filmati prodotti dai talebani, che ricordiamo sono una delle molteplici organizzazioni identificate come terroristiche e partecipanti al Jihâd globale contro “crociati, ebrei e apostati”, stanno realizzando il loro più importante successo di qualsiasi operazione bellica: la manipolazione dell’opinione pubblica attraverso l’uso di parole, immagini e idee per creare un ambiente favorevole alla vittoria.

Gli strateghi militari la definiscono guerra dell’informazione (information warfare).

Risalente agli insegnamenti di Sun Tzu, la guerra dell’informazione è l’uso offensivo e difensivo delle informazioni e dei sistemi informativi per negare, sfruttare, corrompere o distruggere la conoscenza, le comunicazioni, l’accesso percettivo, il morale ed i processi di un avversario. È progettata per ottenere vantaggi sugli avversari a costi bassissimi. Può essere un supplemento o una sostituzione delle operazioni militari tradizionali. Rientrano nel dominio della guerra dell’informazione le operazioni psicologiche, che sono progettate per influenzare gli atteggiamenti e il comportamento degli avversari, influenzando il raggiungimento di obiettivi politici e militari. In particolare, mirano a sovvertire sia la volontà della popolazione e dei soldati sul campo, sia l’autorità di chi comanda.

Con la ritirata dei militari Nato dall’Afghanistan i talebani hanno messo in atto una inaspettata quanto efficace infowarfare, attraverso una campagna di propaganda, disinformazione e operazioni psicologiche finalizzate alla resa delle truppe governative afghane, alla manipolazione dei media e dell’opinione pubblica occidentale.

Il nuovo Emirato Islamico dell’Afghanistan, attraverso il portavoce Zabihullah Mujahid, rilascia interviste alla stampa estera in lingua inglese e padroneggia Twitter come arma di propaganda talebana.

Questo cambiamento di strategia comunicativa dei talebani non è avvenuto da un giorno all’altro. Il processo di evoluzione è iniziato studiando il network mediatico di Al-Qaeda ed innovandolo attraverso un utilizzo strategico dell’ecosistema cibernetico. Hanno tratto enormi vantaggi dal Dark Web, inaccessibile al grande pubblico ma comunque raggiungibile con browser disponibili in rete, che ospita i principali portali collegati alla propaganda delle organizzazioni terroristiche. Il Dark Web è tutt’ora utilizzato per proteggere il traffico e garantire l’anonimato dei militanti e simpatizzanti, ma anche come back-up per il materiale ufficiale delle organizzazioni terroristiche come Stato islamico ed al-Qaeda.

Le organizzazioni terroristiche utilizzano i livelli profondi del web per comunicare, reclutare, radicalizzare, diffondere la propaganda, pubblicare guide, raccogliere fondi e coordinare operazioni ed attentati. I talebani odierni sono molto più informatizzati e pragmatici dei loro predecessori spodestati nel 2001. Hanno capito che la comunicazione è uno strumento essenziale per ottenere il riconoscimento internazionale ed il loro approccio ai social media rappresenta l’evoluzione della strategia mediatica del movimento jihadista globale.

I radicali afgani, che oltre ai diritti fondamentali avevano vietato internet e la televisione durante il loro primo governo (1996-2001), ora usano magistralmente le nuove tecnologie, i social media e soprattutto Twitter per manipolare l’opinione pubblica occidentale ed ottenere il consenso degli stranieri.

Delle sette piattaforme di social media più popolari, Facebook ne possiede quattro: Facebook, Messenger, WhatsApp e Instagram. Insieme a YouTube, che è di proprietà di Google, queste sono le cinque principali piattaforme di social media non basate in Cina. La piattaforma social media di maggior successo nel “catturare, trattenere ed elaborare l’attenzione umana” è WeChat, un’applicazione con sede in Cina che raccoglie ed interagisce con quasi tutti gli aspetti della vita quotidiana degli utenti che la utilizzano. È un modello “one-stop-shop” che ha portato Facebook a tentare di consolidare le sue sotto-aziende (Facebook, Messenger, WhatsApp e Instagram) in un’unica super app.

Queste Big Tech oggi rappresentano “il quinto potere” perché hanno sostituito le tradizionali fonti di informazione dalle quali attingono notizie miliardi di utenti che posseggono uno smart device. Perché con l’invasività sulla nostra privacy hanno il potere di plasmare la vita pubblica, compreso quale contenuto viene prodotto, dove naviga il pubblico, e quali notizie e informazioni i cittadini hanno a disposizione. Più le persone sono impegnate con i contenuti sui social media e di conseguenza sono esposte agli annunci commerciali, più generano reddito per queste piattaforme. Al fine di mantenere le persone impegnate, tendono ad esporle ai post più popolari e alle notizie conflittuali e infiammatorie che tendono a rendere le persone più estremiste nelle loro opinioni, alimentando diversi potenziali effetti sugli Stati, tra i quali la destabilizzazione e la radicalizzazione.

Le piattaforme social media – con il loro modello di business ottimizzato all’obiettivo esclusivo del profitto e dando priorità alla viralità rispetto alla qualità dell’informazione – stanno contribuendo ad alimentare la disinformazione, la diffusione di messaggi e video terroristici pubblicati dai talebani e dai loro follower, creando ulteriori ostacoli alla governance internazionale.

I talebani hanno imparato ad utilizzare tutte le potenzialità di interazione e di influenza strategica delle Big Tech, delle piattaforme informatiche – surface e dark web e dei social media, che oramai rappresentano una forma di potere incontrollabile che risponde solo a proprie regole interne, ma incapaci di discriminare un profilo o un contenuto occulto, offensivo o illegale, che dovrebbe essere identificato come tale dall’intelligenza artificiale ed immediatamente rimosso. Ma ciò non avviene.

Offrendo uno status ufficiale alla comunicazione di organizzazioni terroristiche, non solo si certifica il brand dei media jihadisti, ma si creano le condizioni per legittimare l’ideologia radicale come quella dei talebani, un’organizzazione che secondo un rapporto di 55 pagine delle Nazioni Unite ha commesso massacri sistematici contro le popolazioni dell’Afghanistan.

Twitter, una delle piattaforme social che hanno bannato il presidente degli Stati Uniti, è diventato il canale ufficiale del nuovo potere talebano, che vuole farci credere di essere cambiato rispetto agli anni ’90. Almeno, questo è il messaggio trasmesso ai media e sui social network dai leader talebani che oramai twittano continuamente messaggi in inglese con l’obiettivo di far riconoscere politicamente il neo costituito emirato islamico.

Prima dell’intervento americano del 2001, nell’Afghanistan governato dai talebani, le donne non potevano lavorare o studiare né uscire di casa senza un accompagnatore maschio e dovevano coprirsi interamente con il burqa; era prevista la lapidazione per le adultere, il taglio delle mani per i ladri e la pena di morte per gli omosessuali. In un recente tweet di Zabihullah Mujahid, portavoce capo dell’autoproclamato Emirato Islamico dell’Afghanistan, invita le donne a “riprendere regolarmente il loro lavoro”. “L’Emirato islamico non ha alcun problema con la ripresa del loro lavoro”.

Ma in un’intervista al New York Times, la prima con un media occidentale dopo il ritorno al potere, Mujahid ha confermato che “L’Emirato islamico non vuole che le donne siano vittime” ma ha anche affermato che “le donne dovrebbero essere inserite nella nuova struttura del governo in base alla Sharia”. Un tentativo di mostrare un’immagine moderata, la quale peraltro sembra essere già stata smentita dalle prime notizie di cronaca su esecuzioni sommarie ed episodi di violenza, che continuano a destare forte preoccupazione e incertezza proprio su come verrà interpretata la Sharia nei confronti delle donne.

Mujahid ha anche pubblicato un altro tweet che riflette bene la nuova immagine che vogliono mostrare i vertici talebani, pubblicando la risposta ufficiale al massacro fuori dall’aeroporto di Kabul da parte della fazione afgana dell’ISIS. “L’Emirato islamico condanna fermamente il bombardamento dei civili all’aeroporto di Kabul. L’aggressore ha colpito poco dopo mezzogiorno davanti a una base militare statunitense. L’Emirato islamico è molto preoccupato per la sicurezza del suo popolo. I cerchi del male saranno fermati con tutta la forza”.

Oltre a Mujahid, il nuovo apparato talebano ha un portavoce politico per i media di lingua inglese, Suhail Shaheen, anche lui molto attivo sui social media. Il numero di follower di entrambi è cresciuto rapidamente nelle ultime settimane. Anche il sito ufficiale del gruppo, Al Emarah, si è subito adeguato alla nuova strategia comunicativa talebana, aggiungendo ai testi in arabo anche quelli in inglese e altre lingue parlate nel territorio, come il pashtu, il dari e l’urdu.

È evidente come le nuove tecnologie occidentali, gratuite ed accessibili, stiano permettendo alla propaganda talebana non solo di raggiungere gli oltre 22 milioni di smartphone in possesso degli afghani ma tutta la rete jihadista globale, semplificandogli i processi di comunicazione necessari in misura tale da eliminare la necessità di un’infrastruttura dedicata per supportarla, espandendone la copertura nei media tradizionali, sia in arabo che in inglese, permettendo loro di intimidire con immagini di attacchi, assassinii e umiliazioni di prigionieri ed al contempo di esercitare una enorme influenza sui cuori e sulle menti dei giovani, sia nel mondo di lingua araba che nel più ampio contesto internazionale.

Per i talebani e la loro ideologia, la cassa di risonanza globale fornita gratuitamente dai media occidentali, rappresenta uno strumento formidabile per l’infowarfare, per continuare ad attirare e radicalizzare nuove reclute, per legittimarsi politicamente, per intrecciare nuove alleanze, ma soprattutto per attirare investimenti economici indispensabili a mantenere il controllo del territorio, e quindi essenziali per la sopravvivenza del nuovo emirato islamico.

Ma l’Occidente deve chiedersi se questa è la strategia idonea nei confronti del “movimento jihadista”, del quale i talebani, ora al governo dell’Afghanistan islamizzato, sono una delle organizzazioni di quella che in arabo viene identificata come la “corrente salafista-jihadista”: una forza globale costituita da militanti e gruppi transnazionali islamisti radicali che percepiscono l’Occidente come una minaccia onnipresente e nemica al proprio ordine sistemico ed alla sopravvivenza della loro ideologia. Il loro obiettivo comune è quello di ripristinare l’Islam puro rovesciando i regimi “apostati” del mondo musulmano, assicurare che “la parola di Dio sia suprema” imponendo ovunque una stretta interpretazione della legge islamica, e sconfiggere le forze della “miscredenza” distruggendo gli Stati Uniti d’America e Israele.

Forse, la “guerra infinita” è conclusa dal punto di vista prettamente militare, ma la infowarfare dei jihadisti è in pieno svolgimento e rappresenta una minaccia concreta alla sicurezza internazionale che non può essere messa a repentaglio da scelte unilaterali adottate per interessi politici a breve termine.

L’auspicio è che gli Stati Uniti e la Nato sfruttino appieno le lesson learned dall’operazione Enduring Freedom e dal disastroso ritiro dall’Operation Freedom’s Sentinel, ma è essenziale che l’emergere di un neo isolazionismo Usa non provochi ulteriori fratture all’interno dell’Occidente e le democrazie liberali rimangano unite senza cedere alle sirene delle potenze autoritarie, adottando politiche condivise a tutela dei propri interessi strategici a lungo termine.

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