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Arabia Saudita

I fini dell’Arabia Saudita su Ucraina e Brics

Il summit sulla guerra in Ucraina è servito all'Arabia Saudita per rilanciare il suo ruolo internazionale: ecco chi c'era e cosa si è discusso a Gedda

 

Convocato per discutere il piano di pace in dieci punti del Presidente Zelensky, il summit sulla guerra in Ucraina tenutosi questo weekend in Arabia Saudita si è concluso senza risultati concreti a parte il coinvolgimento di Paesi come la Cina e di un blocco come i Brics che normalmente giocano nel campo dell’avversario russo. Ma, al di là di ciò che ha o non ha partorito, il summit segna il rilancio dell’iniziativa diplomatica e dell’immagine di un Paese come l’Arabia Saudita che sta facendo di tutto per riscattarsi dalle macchie alla sua reputazione come il delitto Khashoggi, la persecuzione di attivisti e oppositori e il suo ruolo nella guerra in Yemen.

Ecco chi c’era e cosa si è discusso a Gedda nel summit tanto voluto dal capo del governo nonché erede al trono Mohammed bin Salman.

Chi c’era a Gedda e perché

Si è concluso domenica a Gedda, in Arabia Saudita, il summit sulla pace in Ucraina alla presenza dei delegati di una quarantina di Paesi tra cui gli Usa, l’Ue, la Cina e il blocco dei Brics con l’eccezione della Russia, che non era stata invitata.

Come ricorda il Guardian, quella saudita è la seconda iniziativa di questo tipo che ha avuto luogo quest’estate dopo l’inconcludente Forum di Copenaghen tenutosi sulle stesse premesse a giugno e chiusosi senza nemmeno una dichiarazione finale.

Particolarmente significativa la lista dei partecipanti al summit, rimarchevole non tanto per il numero dei Paesi quanto per il loro peso specifico e per i rapporti da essi intrattenuti con la Russia di Putin.

Importante la presenza della Cina, che è stata in forse fino all’ultimo minuto ma che poi si è concretizzata con la partecipazione dell’inviato speciale per gli affari euroasiatici Li Hui. Come sottolinea il Guardian, il coinvolgimento cinese rappresenta un “grande successo diplomatico” degli organizzatori sauditi anche perché segnala una possibile evoluzione della posizione di Pechino, che a giugno non aveva preso parte al Forum di Copenaghen nonostante fosse invitata.

Spiccava anche la presenza dei tre ulteriori fondatori dei Brics, Brasile, India e Sudafrica, il cui valore aggiunto è rappresentato dai rapporti cordiali intrattenuti con Mosca e dal fatto di non essersi uniti al coro di condanna dell’invasione russa.

Ma i riflettori sono stati puntati soprattutto sull’ospite saudita, ossia un Paese che sta cercando di riscattarsi col dinamismo diplomatico dalla pessima reputazione derivante dalle plateali violazioni dei diritti umani e dall’abbraccio con la Russia, cioè di un altro colosso della produzione energetica globale, nel gruppo dell’Opec+.

La presenza della Cina al summit è in gran parte merito delle buone relazioni intrattenute da Riyad con Pechino ben simboleggiate dal disgelo diplomatico tra Arabia Saudita e Iran propiziato a febbraio dalla mediazione cinese.

L’Arabia Saudita ha inoltre ospitato Zelensky a maggio mentre era sulla via del G7 in Giappone, una mossa che fu considerata come un gesto distensivo nei confronti dell’Amministrazione Biden entrata in carica col proposito di rendere i sauditi dei “paria” a livello internazionale.

Che cosa si è detto a Gedda

Come riporta Reuters, secondo il capo dello staff di Zelensky Andriy Yermak il summit si è tenuto all’insegna di “una conversazione estremamente franca e aperta … sui principi chiave sulla base quali dovrebbe essere costruita una pace giusta e duratura”.

Oggetto della discussione è stato il piano di pace in dieci punti del Presidente ucraino, che prevede nientemeno che il ritiro di tutti i soldati russi e il ripristino della sovranità e dell’integrità territoriale del Paese invaso.

Secondo una fonte ucraina avvicinata dal Guardian, la formula immaginata da Zelensky per porre fine al conflitto “ha ricevuto più supporto che a Copenaghen”. Come aveva detto lo stesso Presidente alla vigilia del summit, il risultato più importante è dato dal fatto che “continenti differenti (caratterizzati da) differenti approcci politici agli affari mondiali (siano) tutti uniti dalla priorità della legge internazionale” e dalla convinzione che “l’ordine internazionale basato sulle regole, che è stato violato dall’aggressione russa, debba essere ripristinato”.

L’accordo raggiunto prevede che Riyad riferisca ai vertici russi delle conclusioni del summit: una responsabilità che, come nota Politico, incorona MbS come nuovo uomo di pace e mediatore tra le istanze di Kim e quelle del Cremlino.

Nel frattempo gli ambasciatori dei 40 Paesi continueranno le consultazioni sui dettagli tecnici in vista di un terzo summit, a livello questa volta di Capi di Stato e di Governo, da tenersi  entro l’autunno.

Evoluzione cinese?

La reazione della Russia è stata tuttavia di tiepida apertura ma sostanzialmente negativa. Dal portavoce del Cremlino erano arrivate già prima del summit parole apparentemente concilianti: “qualsiasi tentativo di promuovere un accordo merita una valutazione positiva”, aveva detto Peskov secondo quanto riporta Al Jazeera. Ma a summit consumato, il Viceministro degli Esteri Sergej Ryabkov ha affidato ai media di stato una dichiarazione, riportata da Reuters, in cui ha bollato il meeting di Gedda come “un riflesso del tentativo dell’Occidente di proseguire i suoi futili sforzi” di far convergere i Paesi del Sud Globale sulle loro posizioni.

In effetti è proprio questo che sembra trasparire dalle dichiarazioni dell’inviato cinese Li Hui quando ha sottolineato che “abbiamo molti disaccordi e abbiamo udito diverse posizioni, ma è importante che i nostri principi vengano condivisi”.

Come una fonte europea ha riferito al Guardian, la Cina non ha remato contro a Gedda, ma “ha partecipato attivamente e si è detta favorevole all’idea di un terzo meeting”.

Sarebbe naturalmente imprudente pensare a quella cinese come a una vera conversione sulla via di Damasco, anche se molti fanno notare che Pechino non intenda sostenere in modo indefinito una guerra che ha già agitato troppo le cancellerie oltre che le acque dell’economia globale.

Come ha spiegato l’analista di Al Jazeera Step Vaessen, l’Ucraina spera  ora che si accodino anche quei Paesi che sono rimasti finora neutrali come India e Brasile.

L’ostacolo

Ma se questa è la speranza, resta un grosso ostacolo ed è proprio la Russia di Putin che non ha alcun interesse ad appoggiare quella che, dal suo punto di vista, si configurerebbe come una resa.

A farsi portavoce delle istanze del Cremlino è stata la delegazione brasiliana secondo la quale, ha detto il suo capo con parole riportate da Radio Free Europe/Radio Liberty, “qualsiasi vero negoziato deve includere tutte le parti … sebbene l’Ucraina sia la più grande vittima, se vogliamo davvero la pace, dobbiamo coinvolgere in qualche forma Mosca in questo processo”.

È tutto da dimostrare dunque che la mediazione di MpS si possa davvero rivelare efficace per superare un muro alto come gli Urali

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