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Portaerei e negoziati sul nucleare: cosa succede tra Usa e Iran

Gli Stati Uniti e l’Iran oscillano tra minacce di guerra regionale e tentativi di negoziato sul nucleare, con Trump che invia sul posto la portaerei Lincoln e Khamenei che avverte di ritorsioni. Turchia, Qatar ed Egitto cercano di mediare un’intesa.

Il Medio Oriente è tornato a infiammarsi. in ballo ci sono una portaerei americana nel Golfo Persico, minacce di conflitto regionale da parte di Teheran e un presidente Usa che alterna ultimatum a inviti al negoziato. Nel frattempo Turchia, Qatar ed Egitto provano a tenere aperto un canale diplomatico.

Siamo di fronte a uno dei momenti più pericolosi degli ultimi anni tra Washington e Teheran.

Volano parole grosse

Gli Stati Uniti hanno inviato nella regione il gruppo portaerei USS Abraham Lincoln e un consistente numero di navi e aerei da combattimento.

The Donald ha definito questa presenza una “massiccia armata”, pronta a intervenire “con velocità e violenza, se necessario”, paragonandola esplicitamente all’operazione condotta in Venezuela, come riporta NBC News.

La risposta iraniana non si è fatta attendere. Durante il discorso per l’anniversario della Rivoluzione Islamica, la Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei ha dichiarato senza giri di parole: “Gli americani devono sapere che se iniziano una guerra, questa volta sarà una guerra regionale”. Lo riporta Al Jazeera, citando anche l’accusa secondo cui gli Stati Uniti vorrebbero “divorare” le risorse petrolifere e di gas iraniane.

Khamenei ha poi aggiunto: “Non siamo noi a voler attaccare, ma se qualcuno ci aggredisce o ci molesta, la nazione iraniana risponderà con un colpo pesante”.

Trump, commentando queste parole, ha replicato, con parole riportate da CBS News. “Ovvio che lo dica. Abbiamo le navi più grandi e potenti del mondo laggiù, vicinissime. Speriamo di fare un accordo. Se non lo facciamo, vedremo se aveva ragione lui”.

Il pugno duro del regime

Le attuali tensioni affondano le radici nelle proteste di massa iniziate alla fine del 2025, nate per il crollo della moneta e degenerate in una sfida diretta al potere degli ayatollah.

La repressione è stata durissima. Secondo stime di gruppi per i diritti umani riportate da CBS News, le vittime tra i manifestanti superano le 6.700 unità, con quasi 50.000 persone finite in carcere.

Trump ha più volte minacciato un intervento militare se le uccisioni di manifestanti pacifici fossero proseguite, arrivando a promettere “aiuto in arrivo” ai contestatori.

Khamenei ha invece definito quelle manifestazioni “una sedizione simile a un colpo di stato”, sostenendo che siano state represse con successo.

Il nodo del dossier nucleare

Il vero nodo resta il programma nucleare. Dopo l’uscita americana dall’accordo JCPOA nel 2018 e i bombardamenti congiunti Usa-Israele sui siti iraniani nel giugno 2025, Trump insiste su una linea durissima: zero armi nucleari, stop all’arricchimento, limiti ai missili e fine del sostegno ai gruppi armati regionali.

Teheran risponde con prudenza ma senza arretrare di un passo. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha dichiarato a CNN: “Sono fiducioso che possiamo raggiungere un accordo” sul nucleare, pur ammettendo che la fiducia negli Stati Uniti come partner negoziale “è andata persa”.

Ha però escluso di discutere missili balistici o gruppi come Hezbollah e Houthi, definendoli “cose impossibili”, come riporta il Times of Israel.

Trump, da parte sua, ha detto ai giornalisti: “Stanno parlando seriamente con noi. Dovrebbero fare un accordo soddisfacente”, secondo quanto scrive il Financial Times.

Intanto alti funzionari iraniani, tra cui Ali Larijani, lasciano trapelare che “il quadro per i negoziati sta prendendo forma”, come riferisce Axios.

I tentativi di mediazione di Ankara, Doha e Il Cairo

Mentre le minacce si rincorrono, alcuni Paesi della regione stanno provando a fare da ponte.

Secondo Axios, Turchia, Qatar ed Egitto stanno lavorando per organizzare un incontro ad Ankara tra l’inviato statunitense Steve Witkoff e rappresentanti iraniani, forse già questa settimana. Il premier qatariota è volato a Teheran per incontrare Larijani, il presidente egiziano al-Sisi ha telefonato al suo omologo iraniano, il ministro turco degli Esteri ha ospitato Araghchi.

Araghchi ha definito questi contatti “fruttuosi” e mediati da “Paesi amici”, come riporta la BBC.

Anche Oman ed Emirati sono coinvolti negli scambi indiretti, secondo il Financial Times. Tutti temono che un conflitto aperto avrebbe conseguenze catastrofiche sui prezzi dell’energia e sulla stabilità regionale.

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