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Nato

Quanto spendono l’Italia e i paesi Nato per la difesa? Report

Cosa dice il report della Nato sulle spese militari dei paesi membri e a che punto è l'Italia. L'analisi di Giovanni Martinelli.

Quello pubblicato dalla Nato il 17 giugno scorso non è certo un report qualsiasi. Al contrario, esso si caratterizza per il fatto di arrivare un momento davvero importante; e per capire meglio di cosa si sta parlando, occorre fare un passo indietro al 2014. Più precisamente al 4 e al 5 settembre di quell’anno quando in Galles si svolge l’annuale vertice dei Capi di Stato e di Governo dell’Alleanza Atlantica.

Quel 2014 è infatti un anno particolare, contrassegnato dalla prima aggressione Russa ai danni dell’Ucraina e dalla comparsa sulla scena mediorientale (ma non solo) del cosiddetto Stato Islamico; 2 autentici shock, che costringono i Paesi Occidentali che aderiscono al Patto Atlantico a riflettere in maniera profonda in materia di politiche di difesa. Prime fra tutte, quelle di bilancio.

LA STAGIONE DEI “DIVIDENDI DELLA PACE” È FINITA

L’ebrezza seguita del crollo del Muro di Berlino, allo scioglimento del Patto di Varsavia e alla fine stessa dell’Urss avevano fatto pensare a molti che, al netto di una conflittualità a livello locale comunque ancora diffusa, lo scenario di una contrapposizione profonda tra blocchi contrapposti era tramontato. E, con esso, l’ipotesi di un confronto militare diretto tra questi blocchi o tra grandi potenze.

Consentendo dunque di ragionare in maniera diversa in termini di allocazione delle risorse a disposizione dei vari Governi; complice poi la profonda crisi economica del 2008, la tentazione di incidere sui bilanci della Difesa per recuperare risorse fu rapidamente accontentata. Sennonché, come appena detto, poi però arriva quel 2014 che si trasforma in una vera e propria “sveglia”; plasticamente rappresentata dal vertice Nato in Galles, nell’ambito del quale vengono così assunte delle decisioni perfino drastiche: a partire dal 2015, tutti i Paesi avrebbero dovuto interrompere ogni ulteriore taglio ai bilanci della Difesa, avviare invece un percorso di loro crescita reale, per arrivare 10 anni dopo (e cioè, proprio nel 2024) ad avere tutti che spendono (almeno) il 2% del loro Prodotto Interno Lordo nella Difesa.

Il messaggio è chiaro: la stagione dei “dividendi della pace” che aveva portato le spese militari ai livelli particolarmente bassi rispetto a quelle che si avevano negli anni più duri della “Guerra Fredda” è finita. Quindi occorre tornare a investire sugli Strumenti Militari dei singoli Paesi e, di riflesso, sui meccanismi nonché sulle strutture di difesa collettiva.

QUAL È LA SITUAZIONE OGGI

Innanzi tutto, è da evidenziare che il messaggio partito in occasione di quel vertice, in realtà, non viene subito recepito; nei primi 3 anni (2015 – 2017) la spesa militare totale degli allora 30 Paesi membri continua addirittura a scendere. Sarà infatti solo nel 2018 che essa riuscirà a superare il livello dal quale si era praticamente partiti nel 2014.

Da questo momento in poi, però, la crescita prende invece forza e (come è ovvio che fosse) accelera ulteriormente dopo la seconda invasione russa dell’Ucraina nel febbraio del 2022. Per dare un termine di riferimento, nel 2015 il totale delle spese militari di Paesi Nato era di 895,7 miliardi di $. Esattamente 10 anni dopo, esso raggiunge i 1.474,4 miliardi di $; anche considerando l’ingresso di Finlandia e Svezia, la progressione resta comunque notevole.

Con un ulteriore aspetto positivo; se infatti nel 2015 gli Usa “pesavano” per il 71% del totale (con l’Europa che dunque non raggiungeva neanche il 30%), oggi quello squilibrio si è ridotto con gli Usa al 64% e l’Europa stessa al 36%. Positivo ma non soddisfacente perché, comunque, attraverso di esso si spiega facilmente quanto sia ancora determinante per la sicurezza del Vecchio Continente l’apporto di Washington; e, di conseguenza, quanto sia ancora lunga la strada (al netto di scelte strategiche a oggi ben lontane) per noi Europei verso più ampie forme di autonomia strategica.

IL FATIDICO 2%

Alla scadenza del periodo di 10 anni fissato nel 2014, qual è dunque il bilancio complessivo? In chiaro-scuro, si potrebbe dire. Innanzitutto le note positive; nel 2024 saranno ben 23 i Paesi che raggiungeranno quella fatidica soglia. Si pensi che proprio nel 2014 erano appena 3 e che dunque, anche considerando che nel frattempo si sono per l’appunto aggiunte Finlandia e Svezia, il progresso è indubbiamente notevole.

Quelle invece negative è che, per differenza, ci sono pur sempre 8 Paesi (nel conto manca l’Islanda che pur essendo membro Nato, di fatto non ha Forze Armate) che quel 2% non lo raggiungono; e tra questi, alcuni di essi non sono proprio irrilevanti, come l’Italia stessa, il Canada e la Spagna.

Volendo scendere poi ancora di più nel dettaglio, anche il 2024 segna la posizione di assoluto primato della Polonia che con il suo 4,12% sul PIL stacca nettamente l’Estonia (3,43%) e perfino gli Usa (al 3,38%). In queste ideale classifica, poi, spiccano i valori molto elevati di Lettonia (3,15%) e Lituania (2,85%); a completare il quadro di uno sforzo enorme da parte di tutte le Repubbliche Baltiche ex-Urss. Ugualmente da evidenziare anche i livelli elevati di spesa da parte di tutti i Paesi del Nord Europa; Finlandia (2,41%), Danimarca (2,37%), Norvegia (2,2%) e Svezia (2,14%); tra i membri dell’ex-Patto di Varsavia, degno di nota anche il valore della Romania (2,25%).

Tra i grandi Paesi Europei, infine, quello con le maggiori spese militari è il Regno Unito (2,37%; ma con l’obiettivo dichiarato di arrivare al 2,5%), segue la Germania (che raggiunge il 2,12%) e infine la Francia (2,06%). Mentre tra quelli extra-Europei, di assoluto rilievo lo scatto della Turchia che passa in un solo anno dall’1,50 al 2,09%.

IL “CASO ITALIA”

Come appena accennato, il nostro Paese è tra quelli che non raggiungono il 2%; i 31.957 milioni di € comunicati dal ministero della Difesa alla Nato medesima equivalgono infatti all’1,49%, in lievissima flessione rispetto all’1,50% del 2023. Alla fine, meno di noi spendono solo 5 Paesi; una condizione non proprio positiva.

Ma prima ancora di entrare nel dettaglio del cosiddetto “caso Italia”, una doverosa premessa con riferimento all’opacità del processo con il quale si arriva alla somma in questione. Da ormai un paio di anni, proprio il ministero della Difesa non fornisce più il dettaglio puntuale delle cifre che concorrono alla formazione di quanto poi, per l’appunto, comunicato all’Alleanza Atlantica; e da questa inserita nei propri report. Altrimenti detto, basandoci su una serie di elementi comunque noti, di fatto emerge l’impossibilità di tracciare puntualmente ben 4.800 milioni circa di quei 31.957. Appare dunque più che mai urgente un passaggio all’insegna della trasparenza; in modo da fugare ogni possibile dubbio sulla “correttezza” dei numeri in gioco.

Ma il punto è che se anche quella fosse la somma “corretta”, la situazione dell’Italia rimane comunque doppiamente difficile; perché non solo restiamo molto lontani da quel 2% (anzi, di fatto, tendiamo a un ulteriore allontanamento) ma, oltretutto, siamo uno dei pochissimi membri della Nato a non disporre nemmeno di un qualsiasi piano/crono-programma che indichi un qualche percorso di crescita. Con la stessa (generica) indicazione fornita dal Parlamento sul 2028 quale anno nel quale dovremmo per l’appunto raggiungere quel fatidico 2%, oramai priva di qualsiasi valore.

E a completare il quadro, un’ultima considerazione: in pratica, l’Italia non solo spende (relativamente) poco per la propria Difesa ma, alla fine, spende anche (relativamente) male le risorse disponibili. Ben il 60% di esse vanno infatti alla sola voce del Personale (il valore più alto nella Nato); elemento che, associato alla cronica mancanza di fondi per il capitolo di spesa dell’Esercizio, definisce in maniera ancora più puntuale l’anomalia della situazione.

È dunque del tutto evidente che i tempi per una seria discussione sul futuro della nostra Difesa, a partire dalle spese militari per finire alle necessarie riforme che però non trovano mai posto nell’agenda della politica, sarebbero molto più che maturi. E invece, nulla lascia intendere che ci sia una qualche volontà in tal senso. Per una scelta che, evidentemente, alla fine non può che essere dunque definita in un solo modo: irresponsabile!

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