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Speranze sul cocktail di vaccini, sequenziamento flop delle varianti, siluro francese su Mps, dragate su Conte e Trump

Arnese

Non solo Astrazeneca, Draghi, Erdogan, Brunetta, Mps. Fatti, nomi, numeri, curiosità e polemiche. Pillole di rassegna stampa nei tweet di Michele Arnese, direttore di Start

 

LE SPERANZE DI SPERANZA

 

IL COCKTAIL DI DOSI SPONSORIZZATO DALL’AIFA

 

CAOS VACCINALE NELLE REGIONI

 

FLOP SEQUENZIAMENTO IN ITALIA

 

BRUNETTA FLOP?

 

L’ANTICONTISMO DI DRAGHI

 

L’ANTITRUMPISMO DI DRAGHI

 

DRAGHI ANALIZZATO DA FABBRI (LIMES)

 

COSE TURCHE

 

FRANCO SEMPRE MASSIMO

 

SILURO IN ARRIVO DAL MONTE PER IL TESORO

 

FINANZA ABUSIVA

 

CAPITALISMI DI STATO

 

QUISQUILIE & PINZILLACCHERE

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ESTRATTO DI UN ARTICOLO DEL CORRIERE DELLA SERA SUI CONCORSI NELLE PA DEL SUD:

Qualcuno lo ha liquidato come il metodo fast track per accelerare la selezione dei candidati da destinare ai 2.800 posti all’interno delle amministrazioni pubbliche del Sud. La decisione del dipartimento della Funzione Pubblica di procedere con una preselezione in base ai titoli di studio, con l’intento di snellire l’operazione di reclutamento, non ha funzionato come sperato. La riprova non è tanto nel proliferare di lamentele e proteste sui social (molti quelli sotto l’hashtag #ugualiallapartenza), quanto nella scelta di aggiustare il tiro di fronte al rischio di non riuscire a riempire quelle 2.800 caselle, attualmente disponibili, negli uffici delle amministrazioni delle regioni del Sud. La selezione per individuare esperti in ambito amministrativo-giuridico, gestione, rendicontazione e controllo, progettazione e animazione territoriale, nei giorni scorsi ha preso la piega sbagliata. A fronte degli iniziali 70 mila aspiranti per un lavoro a tempo determinato nelle amministrazioni del Mezzogiorno, che devono rafforzarsi per prepararsi all’avvio del Pnrr, la selezione per titoli di studio, prevista dal bando, ha ammesso alla prova scritta 8.852 candidati. Una cifra non casuale: il bando stabilisce infatti che abbia accesso agli scritti un numero di candidati pari a tre volte quello dei posti a disposizione.

Una proporzione che si è rivelata insufficiente, perché alla prova di venerdì scorso un candidato su tre degli 8.852 ammessi non si è presentato. La media dei partecipanti è stata del 65%, ma in alcune regioni è andata anche peggio, con un candidato su due dileguatosi. Al dipartimento della Funzione Pubblica, su cui sovrintende il ministro Renato Brunetta, non hanno una spiegazione esatta, ma il fatto che si tratti di un impiego a tempo determinato, abbinato alla richiesta di profili con competenze medio elevate che potrebbero, comunque, trovare un lavoro, rende plausibile la scelta di non presentarsi, confidando in qualche opportunità migliore. Un’evidenza che ha costretto il dipartimento a tornare sui propri passi per evitare al ministro Brunetta l’imbarazzo di non garantire i 2.800 tecnici promessi alle amministrazioni del Sud. Non a caso, il dipartimento ha ribadito la «necessità di garantire l’interesse pubblico di vedere ricoperte tutte le 2.800 posizioni ricercate». Un’indicazione seguita dall’annuncio di un nuovo ciclo di selezioni con prove scritte a partire dal 22 giugno aperte a tutti i 70 mila candidati che si erano inizialmente presentati.

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ESTRATTO DI UN ARTICOLO DI FUBINI DEL CORRIERE DELLA SERA:

Biden è arrivato sulla costa inglese pochi giorni dopo aver ricevuto un rapporto di oltre 250 pagine commissionato al suo assistente per la sicurezza nazionale Jake Sullivan e al primo consigliere economico, Brian Deese. È un quadro della situazione degli Stati Uniti in quattro filiere strategiche: semiconduttori, batterie per i motori elettrici, minerali e materiali d’importanza critica (incluse le terre rare), oltre ai farmaci e ai principi attivi farmaceutici. La conclusione è che serve una strategia di governo – inclusi sussidi per oltre cento miliardi di dollari – per spezzare la dipendenza dell’Occidente dalla Cina e rivitalizzare il manifatturiero alla frontiera tecnologica. Nel rapporto la contestazione nei confronti di Pechino è diretta: «La Cina emerge per l’uso aggressivo di misure – molte delle quali ben fuori dalle pratiche commerciali accettate nel mondo – per catturare quote di mercato globale nelle catene del valore d’importanza critica». Del resto nell’ordine esecutivo che ha chiesto il rapporto cento giorni fa, Biden aveva citato un antico proverbio: «”Per mancanza di un chiodo, fu perso un ferro di cavallo. Per mancanza del ferro, fu perso l’intero cavallo”. E così via, finché l’intero regno fu perso. Piccole mancanze anche in un solo punto delle catene del valore possono colpire la sicurezza dell’America, i posti di lavoro, le famiglie e le comunità».

A partire dal settore oggi più in tensione: i semiconduttori integrati ormai in ogni telefono, auto, sistema d’arma e nelle reti dell’intelligenza artificiale. Lo studio dei consiglieri di Biden constata che in trent’anni la quota americana del mercato dei chip è scesa dal 37% al 12%. L’America è rimasta indietro anche sulla frontiera dei chip più efficienti, quelli da sette, cinque o tre nanometri (milionesimi di millimetri) necessari agli usi più strategici. La Tsmc produce il 92% delle forniture mondiali di questi semiconduttori da Taiwan, uno Stato non riconosciuto da Pechino come indipendente e potenzialmente esposto in ogni momento a un’invasione. Costruire una sola fabbrica d’avanguardia per produrre questi chip può costa 20 miliardi di dollari, ma da 2014 la Cina sta investendo senza risparmio. Il rapporto commissionato da Biden stima sussidi pubblici del regime (formalmente) comunista per oltre 200 miliardi. Alle imprese beneficiate non è chiesto un equilibrio economico. Gli ingeneri specializzati vengono attratti dalla Corea del Sud o da Taiwan con offerte di salari quintuplicati se accettano di trasferirsi in Cina. La reazione raccomandata dai consiglieri di Biden è netta: almeno 50 miliardi di dollari di sussidi federali al settore americano dei chip e una stretta collaborazione industriale con gli europei.

Preoccupata è anche l’analisi di Sullivan e Deese sui materiali e i minerali necessari in tutte le tecnologie decisive di questi anni. La Cina è il solo Paese al mondo che controlli completamente tutti gli stadi della catena del neodimio, un metallo appartenente al gruppo delle terre rare che è presente in hard disk, motori automobilistici, turbine a vento, missili teleguidati o macchine per la risonanza magnetica. Il rapporto raccomanda un’indagine federale sulle condizioni di lavoro e sui livelli di inquinamento grazie ai quali Pechino fa produrre questo materiale. La Cina però – si legge – controlla anche il 55% della capacità mondiale di estrazione delle terre rare in genere e l’85% della loro (inquinante) raffinazione. Il dominio della Cina è poi altrettanto vasto, anche nelle miniere del Congo o dello Zambia, sul cobalto necessario alle turbine a gas e nei motori degli aerei o nel litio delle batterie per auto elettriche. Qui la reazione della Casa Bianca prevede dazi contro i produttori che non rispettano gli standard ambientali. Proprio le batterie ad alta capacità, oggi in gran parte di fabbricazione cinese, sono l’altro grande tallone d’achille. Su questo la Casa Bianca propone di investire 50 miliardi di denaro pubblico.

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ESTRATTO DI UN ARTICOLO DEL SOLE 24 ORE SUL SEQUENZIAMENTO DELLE VARIANTI COVID:

Peccato però che il nostro Paese sia tra quelli che cerca meno le varianti con il rischio di avere in mano una fotografia non veritiera del Covid e delle sue varianti: per scovarle bisogna infatti effettuare periodicamente dei test a campione in laboratorio sui tamponi positivi. L’Italia lo fa, ma secondo l’ultimo report dell’Istituto supetriore di Sanità sulla attività di «genotipizzazione tramite sequenziamento» avviene settimanalmente solo sull’1,1% dei tamponi positivi, visto che nel periodo tra il 28 dicembre 2020 e il 18 maggio 2021 sono stati effettuati test su 23.170 casi di infezione su un totale di 2.083.674 tamponi positivi. Dunque si cercano le varianti soltanto su un tampone su cento.

Troppo poco visto che l’Oms, assieme ai centri di prevenzione e controllo delle malattie di Usa e Ue, ha stabilito che per rendere efficace il programma di sorveglianza è necessario sequenziare almeno il 5% dei casi rilevati con i tamponi. Altri Paesi fanno molto di più: dalla Danimarca che testa circa il 15% dei tamponi all’Inghilterra al 10% . Che siamo indietro è evidente scorrendo il database «Gisaid», l’archivio mondiale di tutte le sequenze dei virus: da inizio 2020 al 14 giugno scorso sono state depositate quasi 1,897 milioni di sequenze, l’Inghilterra dopo gli Usa che sta investendo centinaia di milioni nel sequenziamento è il Paese che contribuisce di più con 450mila sequenze depositate (9,8% di casi sequenziati), la Germania subito dopo con 129mila (3,5%) mentre l’Italia è molto indietro dopo la Spagna con 30mila sequenze depositate (0,7%).

Da noi si occupano della caccia alle varianti i laboratori delle regioni, sotto il coordinamento dell’Iss. Mesi fa si era parlato di dare vita a un consorzio nazionale per il monitoraggio, ma alla fine il progetto è rimasto nei cassetti. Tra l’altro in queste attività di ricerca alle varianti c’è la solita ampia differenza tra le Regioni: se l’Abruzzo testa il 6% dei tamponi il Piemonte lo fa molto di meno, solo sullo 0,09%.

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