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Sovranità e sovranismo? L’analisi di Polillo

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Europa

L’analisi di Gianfranco Polillo

Riflettere sulla complicata situazione italiana e sulla drammatica frattura che si è prodotta tra élite e popolo può servire. Non tanto per piangere sul latte versato. Ma per evitare che, in futuro, si commettano analoghi errori. Non è un grande spettacolo vedere il Parlamento, organo della sovranità popolare, come sostengono i costituzionalisti italiani, ridotto ad essere il diaframma tra “Paese legale” e “Paese reale”. Con il rischio che questa cesura si accentui, se dovesse passare il binomio: riduzione del numero dei parlamentari e legge elettorale di tipo proporzionale.

Il punto centrale di questa riflessione non può che essere il “sovranismo”. Concetto dall’incerta definizione. La cui radice (sovranità) subisce una torsione che si traduce in un significato non del tutto conseguente. Un conto è parlare, infatti, di “sovranità popolare”. Un altro è teorizzare il contrapporsi alle istanze ed alle politiche di organismi sovranazionali. Vi può essere pertanto la difesa degli interessi nazionali, senza per questo giungere a forme negazioniste di obblighi liberamente assunti. Comunque rinegoziabili secondo le forme giuridiche previste.

Nella Costituzione italiana il concetto è estremamente chiaro. La sovranità appartiene al popolo (art.1, comma 2) che la esercita tuttavia “nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Limiti anche di carattere internazionale, considerato che l’Italia (art. 11) “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”. La partecipazione all’Unione europea non rappresenta, pertanto, alcuna imposizione, destinata a ridurre lo spazio della sovranità nazionale. Ma frutto di una libera scelta, comunque rivedibile.

Si possono pertanto difendere gli interessi nazionali – cosa sacrosanta – senza per questo ipotizzare soluzioni di exit. La cui eventualità deve essere, semmai, valutata con lo schema analitico “costi-benefici”. Un percorso del tutto trascurato dalla recente esperienza inglese. Come risulta evidente dalla confusa situazione, anche istituzionale, che si è creata nella più antica democrazia parlamentare della storia. Ma se la difesa degli interessi nazionali non coincide necessariamente con il termine “sovranismo”. Allora come precisare meglio il significato di quest’ultima parola?

Le difficoltà nascono dal fatto ch’essa si colloca a metà strada tra il concetto di “liberazione nazionale” dall’oppressione straniera (presunta o reale che sia) e quello tratto dall’esperienza storica di altri Paesi, che nel contesto internazionale hanno avuto un peso ben diverso. In Francia si parla di “sciovinismo”, per indicare un nazionalismo esasperato che si nutre di grandeur. Il retroterra più forte, seppure rivisitato, di Marine Le Pen. Negli Stati Uniti di gingoismo. Termine rivendicato da un Presidente come Theodore Roosevelt, premio Nobel per la pace, ma che ancora traspare nei tweet di Donald Trump, a dimostrazione di quanto possa essere ambivalente questa definizione.

In Italia la difesa effettiva degli interessi nazionali non dovrebbe essere strumento di contrapposizione tra le forze politiche in competizione. Non dovrebbe, ma purtroppo lo è. Troppe le contraddizioni di una storia passata, durante la quale le divisioni di carattere internazionali hanno pesato, imponendo ai diversi protagonisti di allora di schierarsi in campi opposti. Fino al punto da far prevalere, da un lato, il mito dell’internazionalismo proletario. Dall’altro il comune sentire di un mondo cattolico, fin troppo sensibile ai richiami d’Oltre Tevere. Contraddizioni che in parte rimangono. Basta guardare ai moniti sull’immigrazione o al rapporto ancillare nei confronti di un’Europa, vista non per quella che realmente è. Ma come faro che illumina il cammino della speranza.

Il risultato è stato l’inutile esasperazione dei toni. Il pensare, ancora una volta (verrebbe da dire) di poter svolgere un ruolo di mosca cocchiera. L’errore tragico di Benito Mussolini, quando riteneva che il fascismo italiano avrebbe creato quel modello di relazioni politiche, capace di imporsi al resto dell’Europa. Germania in testa. Falsa prospettiva. L’Italia rimane una media potenza, dal punto di vista delle relazioni internazionali. Deve quindi evitare un doppio pericolo: l’isolamento autolesionista e la semplice sudditanza al volere degli altri. Difendere gli interessi nazionali, significa operare lungo questo stretto sentiero. Ma per ottenere un risultato tangibile, è indispensabile fare quello che si può fare in casa propria. Per evitare che siano, poi, gli altri ad imporre le proprie ricette.

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