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Sorpresa: Travaglio e Ferrara vanno d’accordo su Conte…

Costituzione

Commenti e reazioni al patto fra Pd e Azione/+Europa. I Graffi di Damato

 

L’accordo elettorale alla fine raggiunto fra Enrico Letta e Carlo Calenda grazie – dietro le quinte – alle sollecitazioni e diffide di Emma Bonino, sottovalutata all’inizio dall’uno e dall’altro, è stato subito bollato come “ammucchiata” da Giuseppe Conte. Che pure da presidente del Consiglio ha avuto la disinvoltura di governare per una buona metà della legislatura con due maggioranze opposte, senza e con il Pd. Ed era pronto, prima che si desse la zappa sui piedi sfiduciando di fatto Mario Draghi e provocando le elezioni anticipate, a fare lui l’accordo col o al Nazareno per quello che si chiamava “campo largo”. In cui addirittura il non ancora presidente del MoVimento 5 Stelle ma ancora presidente del Consiglio era stato incautamente promosso dal predecessore di Enrico Letta, cioè Nicola Zingaretti, a “punto di riferimento dei progressisti”.

Le ammucchiate, si sa, sono sempre e solo quelle degli altri. Le proprie sono intuizioni, operazioni e quant’altro felici, anzi felicissime, se coronate da sorprendenti successi, come accadde nel 1994 a Silvio Berlusconi vincendo le prime elezioni della cosiddetta seconda Repubblica a capo di una coalizione di centrodestra comprensiva dei dichiaratamente incompatibili Umberto Bossi e Gianfranco Fini. Gli altri incompatibili, arruolati da Achille Occhetto nella famosa e “giocosa macchina da guerra” non furono altrettanto fortunati, per cui il segretario dell’ex Pci perse le elezioni e la carica.

Dipenderà quindi anche questa volta dai risultati elettorali il giudizio sull’operazione concordata fra Enrico Letta e Carlo Calenda. Il primo ad augurarle l’insuccesso è stato naturalmente l’autore del giallo “Conticidio”, Marco Travaglio, che sul Fatto Quotidiano ha incoraggiato Giorgia Meloni a prolungare le vacanze, nei suoi metaforici stivali, fino al 24 settembre, non avendo bisogno di fare neppure campagna elettorale per vincere nelle urne col centrodestra e arrivare a Palazzo Chigi come la prima donna in assoluto nella storia d’Italia alla guida di un governo.

Amante dichiarato dei paradossi, che preferisce allegramente alle fatiche della coerenza, si è praticamente trovato d’accordo con Travaglio il suo opposto in giornalismo: Giuliano Ferrara. Che sul Foglio pazientemente diretto da Claudio Cerasa da quando il fondatore decise di stancarsi di meno ha scritto che “il vero accordo che potrebbe favorire l’aspirazione a un governo Draghi o simile dopo le elezioni sarebbe” – cioè, sarebbe stato, a questo punto – “quello con l’avvocato Bisconte e i suoi grillozzi superstiti, che sono dalle parti del 10 per cento e sarebbero determinanti nel favorire le sorti elettorali di una coalizione competitiva” col centrodestra. E qui il buon Ferrara ha citato come testimone il vecchio e generoso “amor nostro” del Foglio che è Silvio Berlusconi. Il quale da “candido” e “paradosso vivente” che è, “ha detto apertamente e letteralmente in pubblico: vinceremo perché la sinistra non si accorderà con i grillozzi”. “Voce veridica dal sen fuggita”, ha chiosato l’’ex ministro del Cavaliere, fermo comunque, pur nella consapevolezza di perdere, nella scelta elettorale già annunciata a favore del Pd. Tanto, in una visione ludica della politica com’è quella preferita da Ferrara, l’importante è partecipare, non vincere.

“Esistono prospettive più interessanti nella vita” rispetto alla vittoria, ha confermato filosoficamente il fondatore del Foglio gridando a suo modo “a la guerre come à la guerre”. Suo -immagino- è anche il titolo, rigorosamente in rosso, dell’articolo: “Per essere draghiani sul serio”. Suo anche il cosiddetto sommario, naturalmente, che si conclude così: “La politica non si fa con egomaniacalità e lamenti moralistici”.

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