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Chi apprezza (e chi non apprezza) la tarantella di Conte sul Mes

di

prima repubblica

Il premier sul Mes cerca di smarcarsi dal niet assoluto del Movimento 5 Stelle sul ricorso al Mes ma c’è chi vede comunque all’orizzonte la fine del governo Conte. Tutti i dettagli nella nota di Francesco Damato

E’ stato inutile il monito del reggente grillino Vito Crimi al Pd a non compromettere la sorte del governo spingendolo ad accettare i finanziamenti del fondo europeo salva-Stati, noto anche come Mes, indigesto al Movimento 5 Stelle anche nella nuova versione senza condizioni che non siano il loro uso solo a fini sanitari, o attigui, per l’emergenza virale. Non solo il Pd ha continuato a insistere più o meno dietro le quinte, ma stavolta il presidente del Consiglio in persona si è corretto definendo “astratte” le polemiche e non escludendo più di usare quello strumento finanziario, pur continuando a sostenere il ricorso anche ai cosiddetti eurobond, o coronabond. Che sono invece contrastati dal fronte rigorista dell’Unione Europea, timoroso che si vogliano così creare le premesse per una europeizzazione dell’ingente debito pubblico dell’Italia e di altri paesi considerati poco o per niente virtuosi.

Non è detto tuttavia che la correzione o frenata di Conte sulla strada scivolosa di un sostanziale sovranismo grillino, analogo a quello degli ex alleati leghisti e fratelli affini d’Italia di Giorgia Meloni, basti a “spegnere” – come ha annunciato Il Fatto Quotidiano con un titolo – le fiamme della “guerriglia” attorno al presidente del Consiglio. Al quale non ha giovato, per esempio, la figura fatta alla Camera dal governo rispondendo alle proteste leghiste per gli approvvigionamenti sanitari assicuratisi da Palazzo Chigi durante l’emergenza virale, mentre stentavano a rifornirsi gli ospedali, per non parlare dei comuni cittadini alla vana ricerca di mascherine.

Sostenere, come ha fatto il ministro dei rapporti col Parlamento Federico D’Incà, che si è trattato di forniture “ordinarie”, conformi ad una direttiva della ministra della pubblica amministrazione Fabiana Dadone, ha indispettito più che placato le opposizioni in aula.

A valutare lo stato di salute del governo aiutano d’altronde le distanze prese proprio in questi giorni da un parlamentare di lunghissimo corso e di notissimo fiuto politico come il senatore ed ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini. Che ha trascorso fra Montecitorio e Palazzo Madama ben 37 dei suoi 64 anni di vita, partecipe di maggioranze di vario tipo o colore, rimasto sempre in buoni rapporti personali con tutti gli alleati persi o cambiati per strada, a cominciare da Silvio Berlusconi. Di cui egli ha appena apprezzato, in una intervista ai giornali del gruppo Riffeser Monti, segnalandola a Conte, la posizione nettamente favorevole al fondo europeo salva-Stati, in difformità dal resto del centrodestra. Che se n’è infatti doluto accomunando il Cavaliere al suo antico antagonista Romano Prodi.

Ma l’intervista di Casini, rieletto nel 2018 come indipendente nella sua Bologna nella lista del Pd apertagli dall’allora segretario Matteo Renzi, si è imposta all’attenzione dei palazzi politici per il significato di “archiviazione” del governo Conte attribuitogli già nel titolo, al netto dell’aggettivo “decoroso” adoperato per giudicare la gestione, sinora, dell’emergenza da parte del presidente del Consiglio, criticato tuttavia per i rapporti troppo tesi con l’opposizione. Che andrebbe invece davvero coinvolta in un passaggio così drammatico della politica italiana, come sarebbe in grado di fare Mario Draghi, guarda caso elogiato dall’ex presidente della Camera in una prospettiva da Palazzo Chigi proprio a conclusione della sua significativa intervista. A buon intenditore, insomma, poche parole, certamente meno numerose dei 187 esperti che Il Mattino ha contato nelle sette task force da cui Conte si sta facendo assistere nella difesa dal coronavirus.

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