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Siria, che cosa studiano Turchia, Russia e Iran. Il punto di Marinone (Cesi)

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“La Turchia sarà molto più forte al tavolo negoziale per il futuro della Siria con Ankara nella veste di garante delle opposizioni al presidente siriano Assad con la Russia e con l’Iran”. L’analisi di Lorenzo Marinone, responsabile del Desk Medio Oriente e Nord Africa del Centro Studi Internazionali (Cesi) presieduto da Margelletti

Dal vaso di Pandora scoperchiato dall’intervento turco nel Rojava stanno scaturendo una serie di conseguenze in rapida successione che, in America e soprattutto in Europa, assumono un sapore decisamente amaro.

Se seguiamo il filo del ragionamento di Lorenzo Marinone, responsabile del Desk Medio Oriente e Nord Africa del Centro Studi Internazionali (Cesi), dobbiamo concluderne infatti che l’azzardo di Erdogan nella Siria nordorientale, la contestuale uscita di scena degli Usa dalla crisi siriana, e tutto quello che continua a succedere a tamburo battente in quell’angolo del mondo certifica in un colpo solo la vittoria degli avversari strategici dell’America in Medio Oriente – che a parte una Turchia sempre più senza briglie comprende soprattutto la Russia di Putin e l’Iran di Rouhani – e la definitiva marginalizzazione di un’Europa che dall’esperienza siriana esce mortificata, con le ossa rotte e una reputazione ed un’influenza ridotte ai minimi termini.

Una catastrofe insomma, che come ricorda Marinone si snoda nel giro di pochissimi giorni. Da quando, cioè, c’è stata la famosa telefonata tra Donald Trump ed Erdogan in cui il primo ha dato luce verde all’offensiva siriana pianificata dal suo collega turco.

Più che la telefonata in sé”, sottolinea però Marinone, “è ciò che ne è seguito che è stato interpretato come luce verde: mi riferisco al disimpegno parziale di quelle truppe Usa che erano presenti nel nordest della Siria vicino al confine con la Turchia”.

Stiamo parlando di pochissimi uomini, forse 150, ma – osserva l’analista – “il punto non era il loro numero, ma l’enorme valore politico che incarnavano. Primo, perché sono militari della superpotenza n. 1 al mondo e quindi chiunque ci avrebbe pensato due volte prima di toccarli. Secondo, perché si tratta di militari dell’Alleanza Atlantica, e sarebbe apparso come minimo strano che un membro Nato sparasse su soldati della stessa Nato”.

Non ci sono dubbi, insomma, che quel dispositivo militare Usa schierato al confine tra Siria e Turchia fungesse da deterrente nei confronti delle mire di Erdogan. Mire che erano ben note a tutti perché, rileva ancora Marinone, “Ankara non ha mai fatto mistero di considerare negativamente non solo la presenza di forze curde in quella parte di Siria, ma anche il fatto che esse potessero gestire autonomamente quel territorio”.

IL COMPROMESSO SUPERATO

Ben consci di tutto ciò, gli Usa hanno non solo deciso di piazzare i propri militari in mezzo ai due contendenti, ma hanno anche tentato di coordinarsi con la Turchia per lenirne la preoccupazione. Marinone ricorda infatti che “quest’estate Usa e Turchia avevano raggiunto un compromesso che prevedeva il pattugliamento congiunto del confine. Si trattava di una soluzione che ovviamente non risolveva né il problema della Turchia, né quello dei curdi, perché non cancellava la minaccia di un’invasione turca. Tuttavia quei pattugliamenti dei militari di Usa e Turchia rappresentavano senza dubbio un deterrente per Erdogan”.

L’OPERAZIONE TURCA

Venuto meno improvvisamente quel deterrente, sono bastati tre giorni perché scattasse l’operazione chiamata orwellianamente dai turchi “Fonte di Pace”. Operazione che per Marinone “consente ora alla Turchia di perseguire il proprio obiettivo strategico, che è impedire che si consolidi una zona curda a ridosso dei propri confini. Zona che, nella valutazione turca, rischiava anzitutto di creare un effetto contagio all’interno della Turchia, dando nuova linfa alla guerriglia del Pkk e offrendo al partito curdo HDP l’opportunità di diventare ancora più forte politicamente. E poi una zona curda autonoma ai propri confini implicava avere potenzialmente una zona dove il Pkk può organizzarsi e avere delle basi. Tutto ciò è ovviamente percepito dalla Turchia come un pericolo esistenziale e una minaccia alla propria integrità territoriale”.

L’INVASIONE DEL ROJAVA

Dietro l’invasione del Rojava non c’è però la sola ossessione curda della Turchia e del suo attuale presidente. Questo, rimarca l’analista, “non è l’unico motivo che spiega l’intervento di Erdogan né è l’unico motivo che guida l’approccio della Turchia al dossier siriano. Con l’invasione, infatti, la Turchia punta a fare una seconda cosa molta importante, ossia mettere non un piede in Siria, come ha già fatto ad ovest dell’Eufrate, ma due piedi, occupando anche i territori ad est del fiume”.

LA FORZA DELLA TURCHIA

A cosa serva avere due piedi in Siria è presto detto per Marinone: “In questo modo, la Turchia sarà molto più forte al tavolo negoziale in cui si decide il futuro della Siria. Tavolo negoziale che è esattamente quello di prima, ossia il famoso processo di Astana che vede la Turchia dialogare, nella veste di garante delle opposizioni al presidente siriano Assad, con la Russia e con l’Iran. Se però prima Erdogan poteva usare come leva negoziale solo la questione di Idlib, ossia la parte ad ovest dell’Eufrate dove Ankara è presente con proprie truppe e ha dei gruppi armati siriani nella sua orbita, adesso per lui si tratta di conquistare anche il territorio ad est per cementare la propria forza negoziale nei confronti di Putin e Rouhani”.

COSA SUCCEDE TRA TURCHIA, RUSSIA E IRAN

Ma cosa stanno trattando esattamente Turchia, Russia e Iran nella cornice dei colloqui cosiddetti di Astana? La risposta di Marinone è che, “oltre a decidere insieme il futuro assetto della Siria, stanno contrattando l’influenza che ciascuno di essi avrà nei prossimi anni in quel paese. Stanno decidendo cioè come finirà il conflitto e cosa succederà subito dopo. Se dovessi fare un paragone storico, non potrei che considerare il processo di Astana come una sorta di Yalta del Medio Oriente”. 

I NEGOZIATI A TRE

Ma oltre che nell’ambito dei negoziati a tre, il futuro della Siria si sta decidendo anche sul terreno, e gli sviluppi di queste ore vedono da questo punto di vista una clamorosa accelerazione. Più che all’offensiva di Ankara, ci riferiamo all’accordo stretto domenica, con la mediazione russa, tra i curdi e Assad in chiave anti-turca, da cui è disceso il ritorno dei soldati di Damasco nella Siria nordorientale.

LA DECISIONE DI TRUMP

È uno sviluppo che il responsabile del Desk Medio Oriente e Nord Africa del Cesi) presieduto da Margelletti non fatica a definire come “una delle cose più importanti e cariche di conseguenze che sono capitate durante la guerra in Siria. Perché sancisce definitivamente il ritiro americano dalla Siria e, quindi, la perdita della voce in capitolo dell’America rispetto al dossier siriano. L’arrivo in queste ore delle truppe di Assad nel nordest della Siria significa in sostanza che lì le truppe americane non ci possono più stare. Non a caso il capo del Pentagono Mark Esper ha appena dato l’annuncio del ritiro non più parziale ma completo dei soldati Usa schierati in Siria”.

L’ACCORDO FRA CURDI E ASSAD

Nell’accordo fra i curdi e Assad Marinone individua però almeno altre due conseguenze rilevanti. “Innanzitutto, implica la fine del sogno dell’autonomia curda. Ma la conseguenza più grande riguarda personalmente la figura del presidente siriano Assad. Un leader che, grazie soprattutto all’intervento russo del 2015,  era non solo riuscito a rimanere in carica a Damasco, ma si era assicurato la permanenza al potere anche nel dopoguerra. Rimaneva, tuttavia, un leader che controllava a stento solo la metà del proprio Paese, e segnatamente la parte ovest. L’accordo di domenica coi curdi significa di fatto che Assad torna a prendere il controllo di quasi tutto il paese, e che lui non è più un presidente dimezzato. È un presidente che, oltre a poter dire di controllare quasi tutti i confini del suo paese,  può assistere al ritorno in auge della sua amministrazione, dei suoi funzionari, delle sue forze di sicurezza. E questo, vorrei sottolineare,  è potuto accadere solo perché gli americani hanno deciso di andarsene. Infatti né Assad né tanto meno il suo alleato russo avrebbero mai osato scatenare una guerra nel Nordest della Siria che avrebbe sicuramente coinvolto gli americani”.

GLI EFFETTI DELL’USCITA DI SCENA DEGLI USA

La repentina uscita di scena degli Usa dal teatro siriano propone però una vistosa contraddizione nella politica mediorientale di un’amministrazione, quella guidata da Trump, che sembrava chiaramente e decisamente orientata al contenimento dell’Iran. Marinone a tal proposito è costretto a rilevare che “la presenza americana in quella parte della Siria era uno dei perni della politica regionale degli Usa, con particolare riguardo al contrasto dell’espansione dell’influenza iraniana. Ora, va detto che gli Usa hanno anche altri strumenti per tenere a bada l’Iran, tuttavia essere fisicamente sul posto serviva a monitorare la situazione, a sapere chi e cosa stesse passando da quel territorio, uomini, mezzi o denaro. Non avere più occhi sul terreno significa di fatto lasciare libertà di manovra ai propri rivali”.

DOSSIER IRAN

Non possono sfuggire, a questo punto, le pesanti implicazioni che la mossa a sorpresa degli Usa avrà sullo scontro in atto tra il cosiddetto Asse della Resistenza capitanato dall’Iran e il blocco opposto che tiene insieme i Paesi del Golfo e Israele, ossia le potenze che in questi ultimi anni si sono clamorosamente avvicinate proprio in funzione anti-iraniana. Poiché la guerra in Siria era uno dei fronti – anzi, il fronte più importante – in cui si misuravano queste due forze contrapposte, le recenti evoluzioni finiranno senz’altro per riverberarsi su quel contesto generale, lasciando intravedere nuovi guai all’orizzonte.

L’EQUILIBRIO PRECARIO

Ne è convinto anche Marinone, che parla di “un equilibrio reso più precario dalle mosse di Usa e Turchia e dalle contromosse dei loro avversari.  Ciò che possiamo attenderci a questo punto è che si consolidino quelle alleanze di natura per ora solamente tattica tra Paesi un tempo nemici come Israele da un lato e l’Arabia Saudita e i Paesi del Golfo dall’altro. Rapporti che sono sempre meno sottobanco e sempre più scoperti. Vorrei sottolineare che un ministro israeliano pochi giorni fa ha annunciato che Israele sta lavorando con i Paesi del Golfo per creare un meccanismo di difesa comune e stabilire un patto di non aggressione. Si tratta di sviluppi di portata storica considerato che stiamo parlando di paesi che non hanno tra loro relazioni diplomatiche. Possiamo dire, senza timore di esagerare, che il Medioriente contemporaneo non è più quello che abbiamo imparato a conoscere dal 1948. Non lo è da anni, ma adesso, con questi sviluppi della crisi siriana, il cambiamento è drasticamente accelerato”.

IL RUOLO DELL’EUROPA

E l’Europa? “L’accordo tra curdi e Assad è da considerarsi una débâcle completa dell’Unione Europea – osserva l’analista – L’Ue aveva infatti preservato un filo di influenza in Siria solo perché c’erano gli americani. La posizione di Bruxelles fino ad ora era cercare di dialogare con Assad usando il tema della ricostruzione nel post-conflitto, facendo leva cioè sulla forza delle economie europee. Assad avrà bisogno di soldi, tanti soldi, e l’Europa, a certe condizioni, avrebbe anche potuto darglieli. Ma se vanno via gli Usa, la Russia e Assad possono andare a parlare molto più facilmente con la Cina, o con gli stessi paesi del Golfo, che guarderanno sempre più alla Russia come ad un attore che ha un peso decisivo negli equilibri della regione”.

LA CONCLUSIONE

“L’Ue – conclude Marinone – paga l’incapacità di trovare una linea comune coraggiosa e in tempi rapidi. Questo perché non esiste un vero meccanismo di formazione di una politica estera comune e gli egoismi nazionali sono ancora prevalenti. Quello che è successo in Siria dovrebbe essere un campanello d’allarme molto forte per i paesi europei perché segnala la loro crescente irrilevanza”.

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