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Siri, il garantismo e la lezione di Machiavelli

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Piuttosto che augurarsi che il tavolo del governo salti perché sul caso di Armando Siri ha vinto il giustizialismo, non sarebbe opportuno chiedersi se politicamente ci sono spazi per il garantismo oggi in Italia e, nel caso non ce siano come a me sembra, adoperarsi affinché essi si creino o possano crearsi? “Ocone’s corner”, la rubrica settimanale di Corrado Ocone, filosofo e saggista.

 

La lotta politica in Italia sembra avvolgersi sempre più in un groviglio inestricabile. Conviene forse alzare un po’ lo sguardo per avere una prospettiva più chiara.

Il calendario questa settimana ci offriva l’occasione per questo cambio di visuale, ma purtroppo non ne abbiamo approfittato: il centocinquantesimo anniversario della nascita di Niccolò Machiavelli, che della politica è stato il massimo teorico, è passato pressoché inosservato sulla grande stampa.

Un po’ c’entra sicuramente l’asfissiante conformismo del nostro giornalismo, ma forse questa “dimenticanza” qualcosa ha anche a che vedere con il fatto che di Machiavelli proprio qui in Italia sembra che ci siamo del tutto dimenticati.

Il suo più grosso insegnamento è stato quello di richiamarci al principio che la politica va compresa e fatta “iuxta propria principia”, per dirla con una espressione del suo contemporaneo Bernardino Telesio.

Prescindendo del tutto, per dir così, dai nostri desiderata. I quali, fra l’altro, potranno essere raggiunti solo se saranno fatti valere nell’agone politico e con le regole della politica.

Per comprendere e fare politica ci vuole, in sostanza, un sapere pratico e una raffinatezza intellettuale che oggi sembra quasi completamente assente, sia fra gli analisti sia fra i politici stessi. È come se tutti i commentatori fossero diventati di colpo militanti, così come erano un tempo, a ragione dal loro punto di vista, quelli de “L’Unità”.

Ovviamente nessuno crede nell’imparzialità e oggettività, ma almeno come ideale regolativo uno che commenta la politica dovrebbe tener fermo in prima istanza al dato politico stesso senza frammettere ad esso considerazioni morali o di parte. Le quali vanno legittimamene fatte, ma tenendole ben distinte dall’elemento di base.

Basta invece leggere i nostri giornali per rendersi conto che l’analisi politica della politica, come cacofonicamente potremmo chiamarla, è quasi del tutto scomparsa.

Quanto a coloro che agiscono, la questione è più complessa perché, pagando gli errori sulla propria pelle, essi maturano quasi spontaneamente un certo istinto politico.

Non è dubbio però che anche loro risentano dello spirito del tempo, scambiando spesso il realismo politico che dovrebbe far da faro alla loro azione per cinismo o immoralità. François Mitterand, che non apparteneva a questa genìa e che era uomo spregiudicato e di visione insieme, veniva chiamato di suoi connazionali le florentin, proprio in onore del grande pensatore che il 3 maggio avremmo dovuto tutti commemorare (era nato nel 1769 a Firenze e ivi morì il 21 giugno 1527).

Una delle regole essenziali della politica è che essa si fa con il materiale umano che è in campo o a disposizione: tenendo conto della realtà e dei rapporti di forza in essa presenti, e solo in parte dei prevedibili, ma mai certi, sviluppi futuri. È perciò insensato, cioè politicamente improduttivo, accusare Di Maio di essere “incompetente”, Salvini “truce”, Renzi “arrogante”, e via dicendo. Oppure accusare, come fanno certi miei amici, il governo attuale e quelli precedenti di non essere liberale.

Non sarebbe più giusto porsi il problema di come e quanto liberalismo sia possibile far passare nelle situazioni di volta in volta date, e con quali forze e in che modo farlo, piuttosto che giudicare in astratto? O, al limite, chiedersi se la situazione odierna di deficit reale o presunto sia superabile e un equilibrio più favorevole possibile, e a quali condizioni?

Ancora, passando a un altro esempio, piuttosto che augurarsi che il tavolo del governo salti perché sul caso di Armando Siri ha vinto il giustizialismo, non sarebbe opportuno chiedersi se politicamente ci sono spazi per il garantismo oggi in Italia e, nel caso non ce siano come a me sembra, adoperarsi affinché essi si creino o possano crearsi? L’alternativa è limitarsi a fare nobile ma improduttiva testimonianza.

Machiavelli ci dovrebbe perciò far da monito e ricordarci, soprattutto oggi, che, per realizzare le nostre idee o i nostri valori, non bisogna mai anteporli ai fatti. È anzi dalla realtà, tenendo necessariamente in conto le sue coordinate di fondo, che bisogna sempre partire per poter sperare di fare qualcosa di buono e profittevole.

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