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I paradossi della sinistra

Pd

Grazie ai media mainstream, la sinistra è maggioranza con i suoi argomenti ma è sempre più minoranza reale nel paese. La nota di Paola Sacchi

Nella pressoché totale paralisi della sinistra, a cominciare dalla crisi profonda in cui si è avvitato il Pd, immerso in un dibattito congressuale autoreferenziale senza programmi veri per il Paese, anche un punto o una virgola di distinguo all’interno della maggioranza di governo vengono nella narrazione mediatica mainstream amplificati come fossero opposizione al posto di quella vera al governo che di fatto non c’è. Se non a livello testimoniale su posizioni da deriva estremista che rincorre il leader pentastellato Giuseppe Conte.

E così sulla giustizia le parole di Silvio Berlusconi a difesa netta del ministro Carlo Nordio vengono messe in contrapposizione con quelle del premier Giorgia Meloni intervenuta a difesa del Guardasigilli, da lei fortemente voluto (Nordio è anche deputato eletto con FdI) bersaglio di attacchi a testa bassa dei dem, al solito a rimorchio delle “toghe rosse”, pur sottolineando che non si vuole fare una riforma con lo scontro con la magistratura.

Ma se si va bene a riguardare l’intervento di Berlusconi, anche il leader azzurro sottolinea che “la grande maggioranza dei magistrati” fa il proprio mestiere, “senza posizioni ideologiche”.

Poi, è naturale nella fisiologica dialettica nell’alleanza di centrodestra, plurale e non monolitica, che ogni forza politica esalti il proprio ruolo, tanto più in vista delle imminenti elezioni regionali in Lombardia e Lazio. Chiaro che Forza Italia esalti il suo primato sul fronte garantista e il premier, che è anche presidente di un partito come FdI dove le posizioni sulla giustizia non sono sempre state coincidenti con quelle di FI, pur essendo arrivato alla grande novità di volere un ministro liberale e garantista come Nordio, abbia un ruolo di mediazione, per il suo stesso ruolo istituzionale.

Ma il punto vero resta un altro e cioè la paralisi di un’opposizione regredita a ruolo testimoniale da deriva estremista e radicale da dove ogni due per tre partono attacchi anche alle posizioni più ragionevoli e di buon senso come quelle espresse da Nordio sulle intercettazioni in cui si ribadisce che queste resteranno per mafia e terrorismo e reati collegati, mentre invece c’è da correggere, eliminare l’abuso che ne è stato fatto fino a coinvolgere persone totalmente estranee ai procedimenti ma finite sui giornali, intercettazioni usate come fossero prove e non strumento per cercare la prova, quale dovrebbero essere.

Tema che fu sollevato dalla stessa riforma, poi rivelatasi nei fatti inefficace, dell’ex ministro della giustizia, il dem Andrea Orlando. Ma ogni volta nel Pd vige la parola d’ordine dell’indietro tutta. Alla ricerca affannosa e strumentale di un tema da cui ripartire, con lo stesso metodo indietrista si rialimentano i fantasmi di un fascismo che non c’è più e si chiedono dimissioni in una litania lontana e sconnessa dal Paese reale.

Alla fine solo la scelta occidentale fatta da Enrico Letta di difendere l’Ucraina, confermata ieri alla Camera, pur con distinguo interni, è stata l’unica mossa giusta di un partito ormai superato nei sondaggi dai Cinque Stelle di Conte. A quella scelta seguirono infatti paradossalmente altre dello stesso Letta di rincorsa proprio dei pentastellati e della sinistra più estremista che ha portato a una sorta di cupio dissolvi cui non sembra porre fine nessuno dei candidati alle primarie. E così l’opposizione che non c’è nella narrazione mediatica viene cercata anche nei punti e nelle virgole della fisiologica dialettica all’interno di una coalizione di centrodestra che continua a crescere in tutti i sondaggi.

Nonostante il paradosso di una narrazione mediatica mainstream dove la sinistra sempre più minoranza nel Paese con i suoi argomenti continua ad essere come maggioranza. E uno sciopero dei benzinai, peraltro ridimensionato, torna a fornire carburante di carta a un’alternativa di governo che non c’è.

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