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Silvia “Aisha” Romano tra buonisti e cattivisti. Il pensiero di Ocone

di

“Ocone’s corner”, la rubrica settimanale di Corrado Ocone, filosofo e saggista

Sulla liberazione di Silvia “Aisha” Romano abbiamo ascoltato e letto di tutto in questi giorni. E anche parole che, come spesso accade, hanno sollecitato sul web le pulsioni peggiori.

Si è messo così in scena il solito teatrino italiano della contrapposizione fra “buonisti” e “cattivisti”, fra (sedicenti) anime pure e (stupidi) “sputatori di fango”. Con il risultato che le buone ragioni degli “antibuoinisti”, ragioni e non umori, sono state ancora una volta sacrificate e offuscate da un “cattivismo” altrettanto di maniera quanto può esserlo il “buonismo”.

Certo, la responsabilità di tutto questo è di una classe politica e governativa di scarso spessore che, invece di tenere nella dovuta riservatezza (come dovrebbe essere normale) una operazione di intelligence, l’ha strumentalizzata a fini propagandistici facendo un favore ai terroristi ed esponendo a seri pericoli una giovane che andava invece protetta e tutelata. Ma tant’è!

E visto che ancora una volta il dado è stato tratto, ne approfitto per provare a spiegare qual è secondo me il messaggio che noi non “buonisti”, ma non per questo “cattivi”, non riusciamo a trasmettere, sopraffatti dai “cattivisti”.

Uso come pretesto un editoriale di Luigi Manconi, uscito martedì scorso su Repubblica. L’ex parlamentare, mettendo un po’ nel mucchio chiunque non si genuflette alla retorica dei “buoni sentimenti”, parla di “sindrome della Gioconda” che ci porterebbe a irridere e disprezzare tutto il bello e il buono, il “puro”, che c’è nella vita (come fece il turista che scagliò un sasso al Louvre contro il capolavoro di Leonardo).

E invece no, quello che andrebbe chiarito, sulla scorta della migliore filosofia e letteratura degli ultimi due secoli, è che quel “puro” tanto “puro” non è. Ne indossa le vesti, ma non lo è. E anzi, nonostante le buone intenzioni, che ne sia consapevole o meno, anche per la logica stessa delle azioni umane, porta spesso ad esiti che morali non sono.

Esso si fonda, da una parte, sul desiderio comprensibile e anche apprezzabile, ma vago, di tanti giovani o “ingenui” di “fare il bene”, rendersi “utili all’umanità” e contribuire a “migliorare il mondo”; dall’altra, sull’interesse di diversi non giovani e non ingenui, veri professionisti dell’umanitarismo, di approfittare di quellla “ingenuità” per costruire le proprie fortune e fare i propri interessi.

Compito di chi, casomai solo per motivi di età, ha superato l’età della naivité sarebbe allora quello di aiutare a maturare nel pensiero e nella consapevolezza morale quei giovani che, dell’uno e dell’altra, hanno ancora una concezione semplicistica.

Purtroppo lo stato in cui versa in Occidente la scuola e l’università, tutta protesa a un pensare tecnico, e quindi a-morale e relativistico, tiene ben lontane dai giovani le pagine della grande filosofia e della grande letteratura: dello Hegel che mostrava le incongruenze e l’arroganza dell’etica delle “anime belle”; del Dostoevski che, pregno della visione tragica della vita che è propria del cristianesimo (e che è quella che oggi più si è persa), mostrava come altro bene non si può fare che non quello che è dovuto, possibilmente senza troppi strombazzamenti, ai deboli a noi più prossimi (e non alla vaga Umanità); al Marx, pur impregnato ancora di messianismo palingenetico, che mostrava come dietro ciò che è morale per una società ci sono anche concreti rapporti di forza; al Nietzsche che, nel compiere una coerentissima “genealogia della morale”, mostrava il materiale “umano, troppo umano” di cui sono costruiti i nostri edifici morali.

Non è allora un caso che oggi anche la morale, casomai sotto la forma di una malintesa “sostenibilità”, sia, da una parte, diventata una moda; e, dall’altra, venga sottoposta a pratiche “oggettivanti” che semplicemente non la fanno essere più tale.

È per questo che i filosofi, nel senso speculativo del termine, amano in genere parlare poco di morale, e comunque tentano a sottrarsi al “buonismo” di maniera che ha corso nel dibattito pubblico mainstream. Silvano Petrosino, che è ordinario di Filosofia Teoretica alla Cattolica di Milano, in un libro-intervista appena uscito per l’editore Interlinea (Lo scandalo dell’imprevedibile. Pensare la pandemia), osserva che oggi “la morale eccita”. E riporta un passo di Nietzsche su cui credo sia opportuno soffermarsi: “È molto importante – scrive il filosofo in Al di là del bene e del male – che rifletta sulla morale il minor numero di uomini possibile – ha quindi grande peso il fatto che la morale non diventi un bel giorno interessante».

Quel giorno, ahimé!, è purtroppo arrivato.

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