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Serve trasparenza nelle spese elettorali su Google, Meta, Twitter e non solo

Google

Serve trasparenza e controllabilità per rendere queste elezioni meno sorprendenti e informali di quello che rischiano di essere, alterando in maniera sostanziale il risultato della consultazione. L’articolo di Michele Mezza per Huffington Post Italia

 

Siamo già in campagna elettorale e dunque dovremmo essere in regime da par condicio, anche se ha seguire le principali reti televisive non si direbbe. La triade berlusconiana è partita in quarta solfeggiando tutti i temi più cari al cavaliere, a partire dalla sua vitalità politica, che viene decantata senza risparmio di spazi. La Rai, secondo un istinto primordiale, ritrova la sua genetica originaria della tripartizione, ed ogni canale si rivela per quello che è: il primo governista si atteggia da ufficiale di collegamento fra i vecchi e i nuovi padroni; il secondo accentua le sue caratteristiche di destra militante, il terzo orecchia alla vecchia casa madre del centro sinistra.

Ma in questo brusio televisivo, ormai largamente residuale, rimane il buco nero della rete, dove si stanno consumando, e non per la prima volta i misfatti più clamorosi. Già nel 2018, lo confermò nella sua ispezione al fronte Steve Bannon, quando venne ad insediare il governo giallo verde, abbiamo aiutato questa vittoria, disse. La pressione in effetti si fece sentire con migliaia di bot che sparavano messaggi elettorali personalizzati agli elettori dei collegi contendibili.

Nel frattempo le diverse “Bestie”, dal nome del gruppo d’assalto di Salvini, ossia gli staff che programmano le strategie comunicative dei partiti, hanno moltiplicato bugdet ed organico. Ora sarebbe utile dare un po’ di trasparenza a questo mondo. Il primo dato è rivelare le forme delle interferenze esterne sulla scena elettorale italiana. L’Agcom, come da tempo le viene chiesto, dovrebbe rendere operativa la procedura per rivelare se a parlare in rete con me è un essere umano o un bot.  Questa dichiarazione renderebbe meno opaca e oscura la pressione che arriva da altri paesi, magari impegnati in azioni belliche, come la Russia, determinati a incidere nel nostro scenario istituzionale. Individuare oggetti automatizzati, programmati per parlare personalmente con singoli elettori, incidendo proprio in quella zona grigia di confine fra l’astensione e la scelta di voto significa frenare la possibilità di alterare l’espressione dell’opinione pubblica di un paese.

La nuova struttura della consultazione in Italia, con i grandi collegi, sposta direttamente l’azione di chi vuole condizionare la dinamica del voto dalle aree contendibili, come si diceva una volta nei confronti di collegi in bilico, direttamente ai profili di moltitudini di elettori che ancora non hanno maturato la decisione di partecipare al voto.In molti casi proprio l’adozione di forme di incentivazione al voto, una sorta di travestimento digitale che sotto l’aspetto di una mobilitazione civile – partecipa alle elezioni – nasconde la capacità di orientare il voto che si decide di esprimere.

Insieme a questo provvedimento di trasparenza democratica e di tutela della sovranità nazionale dovremmo raccogliere la proposta avanzata nei giorni scorsi dal professor Marco Mayer della Luiss, pubblicato da Startmagazine, sulla pubblicità dei bugdet di spesa per le campagne elettorali on line. Si tratta di un adeguamento delle norme sulla par condicio, in un regime in cui, a maggior ragione per altro in questa eccentrica campagna ferragostana, sarà proprio la rete a veicolare la stragrande maggioranza dei messaggi politici. Una rete che frantuma e nasconde proprio il contenuto e la dinamica di questi messaggi che diventano personalizzabili e privati e sono sottratti ad ogni contraddittorio. Io non saprò mai cosa arriva al mio vicino di ombrellone, mentre vedendo che giornali legge e quali trasmissioni guarda so bene discutendo con lui che informazione ha scelto. L’opinione pubblica è proprio il processo di convergenza di singoli pareri di contenuti comuni, dove si accende il dibattito.

Ora l’incremento delle forme di interferenza individuale distorce proprio il processo di formazione di un’opinione pubblica contendibile, affidando alle organizzazioni professionali strumenti e risorse illimitati. I recenti casi che hanno coinvolto personaggi dello staff della Lega, hanno fatto intravvedere investimenti poderosi sul fronte digitale. Indicativi sono i numeri del traffico che si scatena attorno ai singoli leader. Meloni, donna con il vento nelle vele, in questi mesi ha avuto un’impennata di molto superiore alla popolarità certificata dai sondaggi, segno che la spesa sulla rete del suo partito si è moltiplicata. Capire quanto spendono, come spendono, anche in base ad alleanze tecnologiche, come quelle che i 5S strinsero con le grandi piattaforme della Silicon Valley, significa comprendere come si muoveranno quei partiti, tanto più se parte di quelle risorse digitali dovessero venire dall’estero.

Rendere sia gli strumenti, come abbiamo detto con l’identificazione dei bot, che le risorse, con la pubblicizzazione piena dei budget di spesa, trasparenti e controllabili renderebbe queste elezioni meno sorprendenti e informali di quello che rischiano di essere, alterando in maniera sostanziale il risultato della consultazione.

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