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Sergio Mattarella diventerà interventista?

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Che cosa ha in serbo davvero il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. I Graffi di Damato

Più che dalle acque di Siracusa, o di Salvini, come le ha chiamate Giannelli nella vignetta del Corriere della Sera sul blocco della nave dove un’altra cinquantina di migranti aspettano da giorni di conoscere la loro sorte, mentre magistrati minorili e parlamentari d’opposizione cercano di imporne lo sbarco a un governo riottoso; più che dai corridoi del Senato e dintorni, dove sta maturando l’ennesimo scontro nella maggioranza fra grillini e leghisti, questa volta sulla sorte del processo a Salvini per sequestro di persona e abuso d’ufficio chiesto dal cosiddetto tribunale dei ministri di Catania in riferimento alla vicenda estiva dei quasi duecento migranti soccorsi e poi bloccati pure loro sul pattugliatore Diciotti della Guardia Costiera italiana; più che dalla Farnesina e dagli altri palazzi dove si sta gestendo la surreale adesione critica, chiamiamola così, alla posizione una volta tanto unitaria assunta in breve tempo dall’Unione Europea contro il contestatissimo presidente venezuelano Nicolas Madero, che ha ridotto il suo paese alla miseria ed è ora puntellato solo dai vertici militari, preferiti in Italia dai grillini al presidente del Parlamento che da Caracas reclama nuove elezioni; la notizia politica di giornata viene dal Quirinale. Dove lo spettacolo appena descritto di una maggioranza di governo a dir poco in affanno e confusione probabilmente non piace. E ha già guastato la imminente ricorrenza del quarto anniversario dell’elezione di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica, e del conseguente inizio del suo quinto e terz’ultimo anno di mandato.

Il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda, collaudato da molti anni ormai nell’ascolto -ha scritto- di “coloro che stanno vicino” al capo di Stato di turno, ha annunciato che sulla soglia del quinto anno, appunto, del suo mandato presidenziale Mattarella “si è rassegnato al cambio di passo, a diventare interventista”. Caspita, non è cosa da poco.

A leggere queste parole mi sono ricordato di quelle analoghe riferitemi direttamente e amichevolmente agli inizi degli anni Novanta dall’allora capo dello Stato Francesco Cossiga. Che aveva deciso di passare dalla lunga rappresentazione fattane dai vignettisti di un uomo distratto o dormiente, tra gli stucchi e gli specchi del Quirinale, al ruolo dichiarato e compiaciuto di “picconatore”. Che egli onorò sino all’ultimo momento del suo incarico, anticipandone con le dimissioni l’epilogo solo di qualche settimana, sufficiente però a sconvolgere i piani della maggioranza uscente di governo, composta da democristiani, socialisti, socialdemocratici e liberali, priva ormai della partecipazione dei repubblicani di Giorgio La Malfa, usciti polemicamente dall’ultimo governo di Giulio Andreotti. Era una maggioranza che, pur uscita ristretta nei numeri dalle urne del 1992 fra gli spifferi di Tangentopoli, decisa a chiedere e ottenere da Cossiga il ritorno di Bettino Craxi a Palazzo Chigi, allontanato nel 1987 con le brutte dall’allora segretario della Dc Ciriaco De Mita.

Ma Cossiga preferì sottrarsi alla gestione della crisi post-elettorale che lo aspettava secondo le scadenze ordinarie e, anticipando l’uscita dal Quirinale, passò la patata bollente al successore in qualche modo improvvisato Oscar Luigi Scalfaro, collega di partito eletto a caldo dopo la strage mafiosa di Capaci.

Già orientato di suo diversamente dal predecessore sugli scenari della nuova legislatura, Scalfaro assunse informazioni direttamente e inusualmente dal capo della Procura di Milano che guidava l’inchiesta sul finanziamento irregolare della politica. E bloccò la designazione di Craxi mandando a Palazzo Chigi un altro socialista, Giuliano Amato, strappandone con grandissima astuzia istituzionale l’indicazione allo stesso Bettino. E il piccone contro le mura, e non solo le mura, della cosiddetta prima Repubblica passò direttamente dalle mani dell’ormai ex o presidente emerito della Repubblica Cossiga a quelle dei magistrati.

Uomini, problemi, condizioni e quant’altro, per carità, sono diversi a distanza ormai di una trentina d’anni, ma fa lo stesso una certa impressione sentire e leggere sul più diffuso giornale italiano, nel mezzo di una situazione politica obiettivamente difficile e confusa, di un presidente della Repubblica “rassegnato a diventare interventista”, avendo evidentemente sperimentato l’insufficienza o l’esaurimento di quella che Marzio Breda ha definito una “terzietà attiva”.

In verità, il quirinalista del Corriere della Sera ha proiettato la fase “interventista” cui si sarebbe “rassegnato” il presidente della Repubblica verso le “transizioni costituzionali” delineate dalla “democrazia diretta” e dal “federalismo differenziato” che stanno cucinando nel pentolone della maggioranza gialloverde. Ma prima ancora di arrivare a quelle stazioni il convoglio, diciamo così, del capo dello Stato – arricchito da poco di un corazziere nero che ha acceso la fantasia dei retroscenisti in questo periodo di forti polemiche sui migranti- deve affrontare il percorso dei problemi più immediati. Che sono quelli elencati all’inizio. Essi alimentano le cronache politiche di questi giorni e sono destinati a incrociare prima o dopo le competenze del presidente della Repubblica, a tutela dei principi costituzionali e dei rapporti costituzionalmente garantiti fra i vari poteri dello Stato.

TUTTI I GRAFFI DI DAMATO

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