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Canosa di Puglia, Sergio Fontana e il narcisismo

Fontana

Il caso del confindustriale Sergio Fontana. Il corsivo di Andrea Mainardi

 

Non sono i ritratti del committente – l’imprenditore Sergio Fontana, che spunta ai margini della tela camuffato da una mascherina chirurgica – e quello del parroco – don Felice Bacco osservato nascosto da un vistoso crocifisso tenuto in mano mentre guarda lo spettatore da un affollato Paradiso di Vergine con Bambino, i santi Sabino e Benedetto e altri umanissimi personaggi – a stridere nell’affaire Canosa di Puglia. Lì dove il quadro Savinus vir dei dedicato al santo patrono Sabino, donato alla cattedrale dalla Fondazione Archeologica Canosina – di cui Fontana è presidente oltre ad essere presidente di Confindustria Puglia – è rimasto appena 48 ore appeso.

Quindi disarcionato per cedimento al bullismo social e al diktat iconoclasta cui tutti i protagonisti hanno dato in loro assenso; tutti complici del precotto scandalizzato monofisismo del pensiero. Che il patrono Sabino sia stato un importante oppositore nella Chiesa del VI secolo dell’eresia monofisista e della sua pretesa reductio ad unum della duplice natura umana e divina di Cristo è per l’occasione sottotesto  involontario quanto comico.

La distanza tra il livello del dibattito teologico antico e la bagatella pugliese è siderale. Ovviamente. Eppure nella sua piccineria svela l’indolenza al pensiero articolato, la reductio – appunto – ad una sola legittimità. Un Cristo solo divino, pretendevano i monofisisti. Timorosi della carne e dei suoi cadimenti mortali, al punto da voler preservare Nostro Signore dal suo essersi fatto carne. Portatori sintomatici dell’astrattismo. Non dell’arte (magari), ma della vita.

A Canosa ha prevalso l’astrattisimo dell’idea social della pettinata opportunità, il rifiuto della carne che, fosse pure per un presunto narcisismo di Fontana – da lui negato – non si comprende dove risiederebbe lo scandalo.

A seguito della feroce ironia social e delle polemiche – in tre si son dimessi dai vertici della Fondazione Archeologica e dal Comune pubblicamente si è contestata l’opportunità (ancora) – il quadro è tornato nello studio dell’artista Giuseppe Antonio Lomuscio affinché provvedesse alla sanificazione della tela. Ovvero a cancellare e sostituire le figure di Fontana e don Bacco.

Fontana dice di avere da subito contestato la scelta del pittore: né io né don Bacco volevamo comparire. Il pittore è andato comunque avanti. Fontana se ne sarebbe accorto a cose fatte. Imminente l’inaugurazione della tela nella festa del patrono, il 9 febbraio. Tardi per “rimediare” (a cosa poi?). Si è così proceduto alla temporanea installazione. Ma l’11, nel giorno di liberazione dall’obbligo di mascherina all’aperto, il ritratto del Fontana di chirurgica mascherato ha lasciato la cattedrale. Tornerà rivisitato al cedimento iconoclasta.

Tanto pervasivo che lo stesso artista, anziché fregarsene – come sarebbe stato auspicabile – si è sentito chiamato a intervenire, rigorosamente via nota stampa, con toni da dichiarazione da verbale di commissariato: “Rivendico la piena autonomia nelle mie scelte interpretative. Tengo a precisare che la scelta di tutti i soggetti rappresentati nella composizione, è frutto di una libera interpretazione artistica dettata dall’esigenza di raccontare la storia della devozione verso i Santi, Sabino e Benedetto. Alcuni soggetti, non necessariamente Santi, rappresentano il mondo laico e quello religioso, del passato e del presente. Tra questi ho scelto di ritrarre due autorevoli rappresentanti della comunità canosina di oggi: il presidente della Fondazione Archeologica Canosina e l’attuale parroco della Cattedrale, nonostante gli stessi, nel corso della lavorazione, mi avessero espressamente chiesto di non essere ritratti”. Il commissario prende atto e trasmette gli atti in procura perché sia irrogata l’ammenda. Cioè, no: i giornali inzuppano da Facebook per il pubblico dibattimento del già ordinato sputtanamento.

Della vicenda c’entra nulla il preteso paragone tra Fontana e i signori committenti del passato che si facevano ritrarre tra santi e beati dagli artisti a cui commissionavano un’opera. I manuali devozionali dei tempi, del resto, suggerivano di immaginarne i protagonisti con i volti di persone conosciute e in luoghi familiari per facilitare l’interiorizzazione degli episodi dei testi sacri. Argomento incomprensibile oggi, dove al massimo si incontrano indicazioni sul Tubo di qualche prete in sovraeccitata esposizione di consigli ai giovani sull’utilizzo “opportuno” (ancora!) dei social.

Che occasione sprecata la vicenda canosina. Si poteva interrogarsi sull’igienico nascondere il volto di Fontana con un mascherina chirurgica (c’è il Covid in Paradiso? San Pietro chiede il green pass per accedere? La celeste Agenzia delle entrate multa eventuali non vaccinati over 50?). Perché la scelta di celare il volto di un prete con un crocifisso – non la croce, proprio un crocifisso da arredo devoto, mentre il parroco dà le spalle a Madonna, Bambinello e santi in un iperritrattismo figurativo oggi tanto di moda?

È finita con un Fontana che pur non volendo finire nell’opera dice ai giornali di apprezzare comunque il suo ritratto: “Era venuto benissimo. Sembra una fotografia”. Per rallegrarsi di una pittura la paragona alla fotografia. Allora la sua Fondazione non faceva prima a rivolgersi a Instagram per celebrare Sabino e Benedetto?

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