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Se telefonando. Il colloquio segretissimo fra Mattarella e Meloni…

Mattarella Meloni

La telefonata surreale (immaginaria) tra il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, dopo i risultati delle elezioni. Il corsivo semiserio di Battista Falconi

 

Tuuu… tuuu… tuuu… (il telefono squilla almeno una decina di volte)

–        Pronto? (si sente un vociare sommesso e confuso sul fondo)

–        Presidente?

–        Sì?

–        Presidente Mattarella?

–        Sì, con chi parlo?

–        Sono Giorgia.

–        Giorgia?

–        Sì. Giorgia.

–        Mi scusi, Giorgia chi? Come ha avuto questo numero? Questa è una linea privata, riservata, fornita dall’AISI.

–        E ce lo so, m’è toccato addannamme pe’ famme da’ er nummero. (sullo sfondo, si sente sussurrare: Giorgia, l’italiano, è il presidente della Repubblica…) Mi scusi presidente, intendevo dire che ho preferito evitare le lungaggini e chiamarla io, tanto è tutto molto chiaro, mi pare. Non ci sono alternative né giochetti.

–        Ma a quali giuochi si riferisce? Mi scusi, ma non ho ancora capito con chi sto parlando.

–        Sono Giorgia Meloni, presidente. Il nuovo capo del Governo. Il primo premier donna. Il primo presidente del Consiglio finalmente eletto dagli italiani dopo tanto tempo.

–        Adesso ho capito, buongiorno. Posso chiederle per quale ragione mi ha chiamato?

–        Ma come perché, presidente! Ci sono state le elezioni, mi deve incaricare, me deve dà er mandato… ehm, il mandato. Dovemo da fa’ er governo. L’Italia aspetta, c’è molta crisi, bisogna intervenire con tempestività per sanare il vulnus di democrazia, ripristinare la piena sovranità nazionale, tagliare le bollette dell’energia che stanno strangolando famiglie e imprese.

–        (Mattarella si rivolge ai suoi, copre il microfono con la mano: Ma Dio santissimo, non siamo più in campagna elettorale…). Sì, sì, comprendo perfettamente. Ma la ragione della sua chiamata?

–        Il mandato!!!

–        Onorevole, come lei certamente comprende, ci sono tempi e modi da rispettare. In democrazia, la forma è sostanza. Dobbiamo attendere la conclusione dell’iter che il voto ha avviato, l’assegnazione dei seggi, la formazione delle Camere…

–        Sì, sì, lo so. Sono giovane ma non sono mica caduta dal pero, ho una discreta esperienza parlamentare. Però intanto potrei mandarle la lista dei ministri, così famo prima.

–        La lista dei ministri?

–        Sì, certo. Tanto ce l’ho pronta da settimane, l’ho puro detto in pubblico, che Salvini c’è rimasto de mmm… (riesce a bloccarsi in tempo). Inutile perde tempo, ce lo sapevamo tutti che avrei vinto io. So’ giovane ma mica so’ inesperta, mica so’ scema.

–        Guardi, onorevole, questa è una cosa di cui nessuno dubita. Persino i suoi più asperrimi avversari le riconoscono una spiccata capacità politica, un istinto e un adattamento evolutivo non comuni nel nostro panorama istituzionale. (copre il microfono e si gira dai suoi collaboratori, accennando un sorriso: è per questo che se la stanno facendo nelle braghe).

–        Ecco, allora ci potremmo vedere?

–        Come le accennavo, siamo costretti a rispettare alla lettera un iter articolato, che è garanzia del rispetto della volontà popolare espressa dal voto.

–        Ebbè, me pare che la volontà popolare stavolta sia stata molto chiara.

–        Certo, ma non deve sottovalutare alcuni riflessi di rilievo, in una contingenza nazionale e sovranazionale che, come lei stessa mi pare stesse convenendo, presenta un profilo di estrema delicatezza.

–        (si rivolge dai suoi, sbuffando) Appunto, sbrigamose.

–        Temo che lei non stia soppesando con sufficiente accortezza alcune implicazioni. Per esempio, se una grande forza democratica come il PD scende sotto la soglia psicologica del 20 per cento, le conseguenze in termini di stabilità possono essere ben più gravi di quanto non si paventi già. Immagino che abbia sentito parlare del “partito del passaporto” che starebbe prendendo forma dopo la recente consultazione elettorale.

–        Ah sì, quelli che su Facebook postano il passaporto. E se ne vadano! Lo dicono, lo dicono ma non lo fanno mai. E certo, meglio Capalbio o Parioli che la banlieue parigina o Bruxelles, ‘na città che fa veramente schifo, dimoselo francamente, ma come cavolo gli è venuto in mente di sceglierla?

–        Onorevole, il contraccolpo di un espatrio di massa delle nostre élite intellettuali sarebbe un danno di immagine inammissibile per un paese come il nostro, dove la cultura è non solo la memoria di un patrimonio storico millenario ma anche un grande asset produttivo che fornisce migliaia di posti di lavoro ai giovani.

–        (scoppia a ridere, si rivolge ai collaboratori: quando vede Tremonti nella lista se famo quattro risate). Vabbè, ho capito, per ora nun se potemo vede. Magari gliela mando per whatsapp? Ce l’ha whatsapp su ‘sto numero?

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