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Cosa si dice nel centrodestra sulle sanzioni alla Russia

Macron Meloni

Le ultime novità della campagna elettorale (non solo al Meeting di Rimini e non solo sulle sanzioni alla Russia). La nota di Paola Sacchi

 

Più che intervistato ormai interrogato dai media mainstream sul suo tasso di presunto filo-putinismo, tallonato al centimetro sulla base di teoremi smentiti dalle stesse autorità preposte alla sicurezza, Matteo Salvini ribadisce che occorre “valutare l’utilità dello strumento delle sanzioni alla Russia”.

Dice il leader della Lega, a margine del meeting di Comunione e Liberazione a Rimini: “Le sanzioni dovrebbero colpire il sanzionato, ma i numeri ci dicono l’esatto contrario. È il primo esempio in cui il sanzionato ci guadagna e il sanzionatore ci ‘smena’”. E parte subito l’attacco di Enrico Letta, anche lui a Rimini, che avverte: “La cosa peggiore che si possa fare è dare segnali di cedimento a Putin”, che sta ricattando l’Italia e la Ue.

È uno scontro dai toni meno accesi di quello dell’altro ieri con Giorgia Meloni. Ma tanto basta per riaccendere i riflettori mediatici su presunte divisioni anche nella “destra”, tra Lega e Forza Italia. In realtà, anche Antonio Tajani, vicepresidente e coordinatore di Forza Italia, dice, da una posizione più sfumata, che “le sanzioni non possono essere eterne”. Anche se, premette il numero due azzurro, “per il momento non vanno tolte”. Perché “prima occorre far capire alla Federazione russa che la violazione del diritto è qualcosa che provoca una reazione da parte della comunità internazionale”. “Noi – ribadisce Tajani – stiamo dalla parte dell’Europa, dell’Occidente e della Nato, ma lavoriamo per la pace e prima si conclude questa guerra meglio è”.

Anche Salvini in questi giorni ha più volte ripetuto in comizi e interviste che, come del resto è scritto nei programmi, da quello del centrodestra a quello della Lega, non si può che stare “con l’Occidente, con la libertà, dalla parte dell’aggredito e non con altri regimi”. Il leader della Lega cita spesso i nomi di Aldo Moro, Bettino Craxi e Romano Prodi, leader che rappresentarono l’Italia come Paese “protagonista di una politica per la diplomazia e la pace”.

Alla fine più che tra Meloni e Letta, tra i quali comunque è scontro sul lavoro e sulle ricette per l’energia e il presidenzialismo (Letta: price cap anche in Italia; Meloni e tutto il centrodestra: price cap europeo e basta tabù sul nucleare; Letta: “Non dobbiamo scadere nel presidenzialismo”; Meloni: “Allora, la Francia sarebbe impresentabile?”), prevale mediaticamente la contrapposizione tra il leader Pd e Salvini sulle sanzioni.

A Rimini, dove Meloni, presente per la prima volta al meeting di Cl, è applauditissima, ci sono tutti i principali leader sul palco: dalla stessa presidente di FdI a Salvini, Tajani a Maurizio Lupi praticamente a casa (per il centrodestra), a Letta e Luigi Di Maio, per il Pd e Impegno civico, gli ex Cinque Stelle unitisi con Bruno Tabacci, ovvero quel che resta del campo largo, a Ettore Rosato della renziana Iv unitasi a Carlo Calenda nel “terzo polo”.

Unico escluso Giuseppe Conte, il leader pentastellato che protesta. “Noi siamo esclusi perché fuori dal sistema”, dice l’ex premier, nell’evidente tentativo di volgere a suo vantaggio la situazione, per la costruzione dalle macerie grilline di quello che, secondo i sondaggi, potrebbe essere il vero terzo polo.

Da Rimini comunque emergono due fotografie molto diverse: da un lato un centrodestra compatto, seppur con pluralità di sfumature e leader politici; dall’altro lato l’incompiuta del centrosinistra che appare sfrangiato tra ex campo largo, dove al posto dei Cinque Stelle ci sono gli scissionisti di Di Maio, e il saltato accordo sul fianco destro della sinistra con Renzi-Calenda. Il Pd di Letta è, comunque, il polo dominante sul fronte contrapposto al centrodestra.

Intanto Silvio Berlusconi, nelle sue pillole di programma sui social, torna sul tema della casa, “bene sacro, il primo investimento delle famiglie”. Ricorda: “L’80% degli italiani vive in una casa di proprietà. Noi non consentiremo mai che venga applicata un’imposta patrimoniale”. Il Cav propone di ridurre la pressione fiscale, a partire dall’eliminazione dell’Imu per gli immobili occupati o inagibili e di introdurre una cedolare secca per tutti gli affitti. Annuncia per il rilancio del settore immobiliare: “Introdurremo anche una tassazione unica per l’acquisto della prima casa e cioè un’imposta di solo il 2%”.

Tra le candidature di Forza Italia Stefania Craxi, senatrice di FI e presidente della commissione Esteri. Craxi afferma di essere “felice ed emozionata di rappresentare in Sicilia la coalizione di centrodestra nel collegio uninominale di Gela, che abbraccia 65 Comuni delle province di Agrigento e Caltanissetta per il Senato e, al contempo, di concorrere sotto le insegne di Forza Italia in Lombardia, due realtà strategiche”. Prosegue la Craxi: “È grande onore spendermi per la Sicilia, la terra in cui si ritrovano le radici della mia famiglia. Sono, tra l’altro, cittadina onoraria di San Fratello e di Mazara del Vallo”. L’esponente di FI osserva: “La Sicilia è culla della nostra civiltà, un ponte sul Mediterraneo. Il popolo siciliano ha sempre saputo conciliare l’afflato autonomista con il patriottismo repubblicano, il valore delle tradizioni con l’esigenza di aprirsi alla modernità”.

Meloni, intanto, inizia la sua campagna elettorale da Ancona, nelle Marche strappate al centrosinistra, con il governatore Francesco Acquaroli di FdI. In una piazza stracolma ribadisce: “Non ho ragione di scusarmi, se non per avere espresso solidarietà, postando un video totalmente oscurato e pubblicato da un giornale. Non è strano che io sia molto più discussa dello stupratore?”.

I temi della campagna elettorale sono tanti, si aggrovigliano, così come i linguaggi dei leader sono molteplici. Rimini li riunisce quasi tutti, prima ancora del dibattito in tv. Che inizialmente avrebbe dovuto essere solo tra Letta e Meloni.

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