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Salvini, Maradona e la partita del consenso

di

Salvini

Il Bloc Notes di Michele Magno

Matteo Salvini non tocca palla in Europa, ma in Italia si crede Maradona. Infatti, pur non essendo un artista del dribbling, come “el pibe de oro” non disdegna di fare gol con ogni mezzo, foss’anche la “mano de Dios”. Fuor di metafora, per vincere la partita del consenso non disdegna di fare a meno dell’arbitro, cosicché un giudice che emette una sentenza a lui sgradita può perfino diventare un traditore del popolo.

In uno dei suoi saggi sul futuro della democrazia scritto nel 1983, Norberto Bobbio, dopo aver ricordato il giudizio ironico di Marx secondo cui i fenomeni storici si presentano due volte, prima in tragedia e poi in farsa, faceva osservare che il fascismo era stato insieme tragedia e farsa, persecuzione degli ebrei e parate spettacolari, fondo oscuro di atavica barbarie e sguaiataggine del linguaggio dei gerarchi. Poiché tragedia e farsa si erano perfettamente fuse nel regime mussoliniano, ne concludeva che il fascismo non avrebbe potuto ripetersi.

Oggi, un osservatore disincantato della realtà italiana potrebbe considerare almeno affrettata quella conclusione. A scanso di equivoci, so che gli storici di professione mal sopportano l’uso estensivo del termine fascismo per designare sistemi distinti da quello originario; e che osteggiano decisamente l’accezione generica del medesimo termine quando viene utilizzata per catalogare i vari tipi di regimi autoritari sparsi nel mondo.

Se però il nostro osservatore disincantato fosse particolarmente pessimista, forse avanzerebbe l’ipotesi che da noi si è aperto un inedito ciclo di tragedie e di farse, magari in ordine invertito. Insomma, solleverebbe il dubbio che molti episodi in apparenza farseschi di cui siamo stati spettatori non divertiti, da ultimi quelli che hanno visto come protagonisti le navi Sea-Watch e Alex, potrebbero preludere a tragedie ben più serie.

Beninteso, nelle nuove destre la violenza fisica propria della tradizione fascista è di norma repressa, ancorché rimpiazzata con una dose massiccia di violenza simbolica e verbale che si incrocia col primato dei nativi e con la riscoperta del sovranismo. Sono gli ingredienti di un inganno demagogico in servizio permanente effettivo, che talora esprime figure grottesche di potere carismatico; che mira al rafforzamento dell’esecutivo indebolendo vincoli e controlli; che agisce in forme tendenzialmente eversive dell’architettura costituzionale.

È vero, il fascismo non è alle porte. Ma dietro l’angolo si delinea un preoccupante imbastardimento della nostra convivenza civile, avvelenata com’è da teatrali passioni identitarie e da pulsioni xenofobe alimentate da uno scontro sul controllo dei flussi migratori che ha assunto le sembianze di una guerra di religione.

L’immigrazione non è certamente un fenomeno agevole da governare, e non a caso ha sempre suscitato paure abilmente sfruttate da imprenditori politici assai spregiudicati. Ma se in questo modo si può spiegare l’alta redditività elettorale dell’avversione agli immigrati e di misure drastiche di sicurezza, quel che è più arduo da giustificare è la reazione ancora dimessa del principale partito di opposizione alle ricette del ministro dell’Interno. Perché manifestare solidarietà con i “dannati della terra” o denunciare l’emergenza umanitaria in Libia è commendevole, ma non basta a costruire una credibile proposta alternativa.

Chi scrive aveva capito che l’ex titolare del Viminale, Marco Minniti, ne aveva una. Ha anche capito che è stata cestinata da Matteo Renzi. Ne esiste allora un’altra? Sono una persona curiosa.

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