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Salone del Libro e il piccolo re travicello della cultura italiana ormai nudo

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L’intolleranza, la volontà censoria e di esclusione, vivaddio solo intellettuale ma altrettanto rigida, che abbiamo visto all’opera in questi giorni al Salone del libro di Torino sono perciò di vecchia data, nascono da molto lontano. “Ocone’s corner”, la rubrica settimanale di Corrado Ocone, filosofo e saggista.

 

Sembrerebbe che Vittorio Foa, antifascista e uomo della Resistenza, abbia un giorno rivolto a Giorgio Pisanò, repubblichino e deputato del Movimento Sociale, queste parole: “Abbiamo vinto noi e sei diventato senatore; se aveste vinto voi io sarei morto o in galera”.

È sicuramente, nella sua semplicità al limite della rozzezza, una frase molto efficace. Ma è anche molto ambigua. La semplicità sta nel fatto che non tiene conto della complessità della storia e dei tormenti delle coscienze umane, in una parola del carattere tragico dell’esistenza umana e della pietas che perciò è dovuta anche a chi ha militato dalla parte degli sconfitti.

D’altronde, per dare il senso di un concetto e cogliere il punto, la semplificazione è a volte indispensabile. E Foa, dopo tutto, era uomo mite e di vasta curiosità umana e intellettuale.

La frase è però soprattutto ambigua perché quel “noi” a cui fa riferimento, il “noi” degli antifascisti, era plurale, un insieme di uomini e minoranze che avevano sensibilità e obiettivi molto diversi. A molti di loro, detto senza perifrasi, di mandare a morte o in galera gli avversari sarebbe sembrato non solo normale ma anche giusto. Se poi, grazie al contesto internazionale, al popolo italiano e all’azione di uomini illuminati come Alcide De Gasperi e Luigi Einaudi, si sia potuta creare in Italia una democrazia più liberale e tollerante di quella che ci si prospettava subito dopo la guerra, questo è un altro discorso.

Ed è a questi uomini e alla gente semplice, più che ai partigiani impegnati in una “guerra civile” cruenta e non sempre adamantina nel suo svolgimento e nei suoi obiettivi, che dobbiamo la libertà conquistata nelle coscienze (quella militare ce l’avevano già data gli Alleati).

Gli “illuminati” furono per lo più politici, mentre gli intellettuali si costruirono (e furono abilmente agevolati a farlo dalla politica togliattiana) una énclave in cui la formamentis illiberale del fascismo si perpetrava col segno cambiato. Era il “fascismo” degli antifascisti, come ebbe a denominarlo da subito Ennio Flaiano.

L’intolleranza, la volontà censoria e di esclusione, vivaddio solo intellettuale ma altrettanto rigida, che abbiamo visto all’opera in questi giorni al Salone del libro di Torino sono perciò di vecchia data, nascono da molto lontano. Con il che non si vuol dire che, in tutti questi anni, le cose non siano cambiate, ma direi in peggio e non certo in meglio.

I censori di un tempo era comunisti e azionisti manichei ma spesso anche intellettuali raffinati, molti di loro cresciuti come fascisti e rapidamente riconvertitisi al nuovo “fascismo” in età repubblicana. Oggi invece, vuoi per l’influsso del Sessantotto (con la sua idea di donmilaniana matrice che “cultura” bassa e alta pari sono), vuoi per quello dell’ideologia multiculturalista (importata dal mondo anglosassone di cui parlava ieri in un bellissimo articolo Daniele Capezzone su La Verità), la stoffa dell’intellettuale medio “antifascista” è alquanto inconsistente.

Egli però continua a governare i paradigmi egemoni nel mondo intellettuale e controlla le “casematte” della cultura politicizzata (e nel frattempo anche commercializzatasi) che costituisce il mainstream. Tuttavia ho l’impressione che le basi del suo potere siano sempre più precarie. Temo, anzi spero, che a Torino il timone sia sfuggito di mano ai vari Christian Raimo e Nicola Lagioia e che anche il piccolo re travicello della cultura italiana possa dirsi ormai nudo.

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