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Isis-k

Non solo Isis-K, tutte le vulnerabilità del regime putiniano. Parla Germani

Che cosa sta succedendo in Russia dopo la strage firmata Isis-K. Conversazione di Marco Mayer con Luigi Sergio Germani, direttore dell’Istituto Gino Germani di Scienze Sociali e Studi Strategici

Il mega-attacco terroristico del 22 marzo al Crocus City Hall, il più grave attentato in Russia degli ultimi 20 anni, è da attribuire – come sostengono il governo degli Stati Uniti e quello del Regno Unito – all’ISIS-K ?

“Con tutta probabilità l’attacco è stato pianificato e attuato dall’ISIS-K , anche se restano molti aspetti poco chiari relativi sia alla dinamica dell’attentato, sia al fallimento dei servizi d’intelligence russi, che non sono stati in grado di prevederlo e sventarlo, e al ritardo dell’intervento delle forze di sicurezza russe dopo l’attacco (le forze speciali della Guardia Nazionale sono arrivate un’ora dopo l’attentato)”, spiega Luigi Sergio Germani, tra i primi promotori degli studi universitari di intelligence in Italia, direttore dell’Istituto Gino Germani di Scienze Sociali e Studi Strategici, in questa conversazione con Start Magazine.

“Come noto”, prosegue Germani, “il 7 marzo l’Ambasciata Usa a Mosca aveva diffuso un security alert sul pericolo imminente di un attacco terroristico massiccio teso a colpire grandi raduni a Mosca tra cui concerti. L’intelligence americana ha fornito ai servizi russi diversi indicatori circa la preparazione di imminente un mega-attentato, ma il Cremlino ha ignorato questo intelligence warning. Non solo: nel suo discorso a una riunione del FSB (la potente polizia segreta russa), svoltosi due giorni prima dell’attentato, Putin ha pubblicamente denunciato l’allerta degli Usa come “un ricatto e un tentativo di intimidire e destabilizzare la società (russa)”, aggiungendo che l’Occidente in passato ha utilizzato gruppi radicali e terroristici transnazionali e li ha incoraggiati ad attaccare la Russia. Secondo il leader russo l’FSB e altri apparati di sicurezza dovrebbero concentrarsi sulle “tattiche terroristiche” utilizzate dal “regime nazista di Kyiv” all’interno della Federazione russa”.

Cos’è l’ISIS-K?

L’ISIS-K (Islamic State Khorasan Province) fu fondato nel 2015 in Pakistan, non lontano dal confine con l’Afghanistan, da militanti di Tehrik-e-Taliban Pakistan (i Talebani Pakistani) e l’Islamic Movement of Uzbekistan (IMU), che abbandonarono al-Qa’ida per aderire all’ISIS. L’ISIS-K aspira a creare un Califfato islamico nei territori del “Grande Khorasan”, una regione storica dell’Asia, che comprende territori che attualmente fanno parte dell’Iran, dell’Afghanistan, del Tagikistan, del Turkmenistan, dell’Uzbekistan e alcune parti del Caucaso russo. Dopo il ritiro delle forze militari degli USA dall’Afghanistan nel 2021, l’ISIS-K, una delle branche più violente dell’ISIS, si è sempre più potenziata, compiendo numerosi attentati in Iran, Pakistan, Tajikistan, Uzbekistan, e Afghanistan (dove combatte i Talebani). La Federazione russa è diventata in tempi recenti un bersaglio di crescente interesse per l’ISIS-K.

Come si è evoluta la minaccia del terrorismo jihadista in Russia nell’era Putin?

Risposta: Nell’era Eltsin (anni 90) il terrorismo etnico-separatista ceceno , che all’epoca non era ancora ispirato al jihadismo, rappresentava una minaccia reale per la sicurezza nazionale russa. La risposta dello Stato a questa minaccia eversiva fu estremamente brutale e finì per rafforzare l’estremismo islamico. Nella prima guerra russo-cecena (1994-1996) le forze militari russe implementarono una politica di “terra bruciata” in Cecenia, colpendo indiscriminatamente la popolazione civile. Ciò favorì l’espansione, negli anni successivi, del radicalismo islamico in Cecenia e in tutto il Caucaso settentrionale. Anche la Seconda Guerra russo-cecena, iniziata nel 1999 da Putin come operazione di controterrorismo, inflisse immense sofferenze alla popolazione civile cecena. In una prima fase Putin dovette affrontare una crescente minaccia di terrorismo jihadista. Ci fu ad esempio l’attacco alla scuola di Beslan (Ossezia del Nord) del settembre 2004, che causò la morte di 300 persone tra cui 186 bambini. La risposta del Cremlino alla minaccia jihadista di matrice nord-caucasica fu il ricorso sistematico a forme di repressione estrema e indiscriminata (squadroni della morte, sparizioni, assassini, tortura), attività affidate dal Cremlino a Ramzan Kadyrov, capo della Repubblica cecena. La strategia putiniana di controterrorismo – basata sul ricorso a forme di terrorismo di Stato – contribuì a ridurre in maniera significativa il numero di attentati di matrice jihadista in Russia, ma favorì una ulteriore diffusione dell’ideologia jihadista nelle comunità islamiche russe. Migliaia di musulmani russi e centro-asiatici si arruolarono nell’ISIS come foreign fighters in Iraq e Siria.

L’intervento militare russo in Siria quale impatto ha avuto sul terrorismo jihadista in Russia?

L’intervento militare russo in Siria nel settembre 2015 era finalizzato in primo luogo a sostenere il regime di Bashar al-Asad (alleato chiave di Mosca in Medio Oriente) e in secondo luogo a combattere l’ISIS. La popolazione civile siriana fu colpita da sistematici e indiscriminati bombardamenti da parte delle forze russe. Un approccio miope che nel breve termine ha ridotto la minaccia jihadista in Russia e Asia Centrale, ma ha contribuito ad accrescere tale minaccia in una prospettiva di più lungo termine. L’attentato del 22 marzo al Crocus City Hall è la prova che oggi il livello della minaccia terroristica di matrice jihadista in Russia è molto elevato.

Il contrasto al terrorismo jihadista è attualmente una priorità per l’FSB e altri apparati di sicurezza?

Secondo il centro analitico Dossier Center, legato all’opposizione russa, i servizi segreti russi monitoravano attentamente le attività di ISIS-K prima dell’attacco del 22 marzo, e avevano avvertito il Consiglio di Sicurezza della Federazione russa che il gruppo terrorista stava pianificando un attentato. Tuttavia, va sottolineato che la massima priorità per l’FSB e altri servizi segreti russi è la sicurezza del regime di Putin, non la sicurezza della società e dei cittadini. Inoltre, gli apparati di sicurezza sono dediti all’arricchimento personale e sono coinvolti a tutti i livelli in attività affaristiche illecite , talvolta in collaborazione con la criminalità organizzata. L’enorme corruzione di questi apparati ovviamente riduce la loro efficacia nella prevenzione e nel contrasto al terrorismo jihadista. Nell’ultimo decennio – e specie dopo l’invasione militare totale dell’Ucraina nel febbraio 2022 – l’FSB e altri apparati russi si sono concentrati sempre di più sul monitoraggio e la repressione del dissenso e sulla soppressione della società civile russa al fine di tutelare la sicurezza e la stabilità del regime. Il contrasto al terrorismo jihadista e la protezione della popolazione da possibili mega-attentati terroristici è meno importante rispetto alla loro funzione principale: proteggere il regime putiniano da potenziali rivolte di massa o sfide al potere di Putin provenienti da ambienti della stessa élite. Il regime, peraltro, attribuisce un significato molto ampio ai concetti di “terrorismo” e di “estremismo” e utilizza questi termini per caratterizzare oppositori politici e dissidenti. Inoltre, gli sforzi dell’FSB e di altre agenzie russe sono molto concentrati sulla guerra di aggressione russa in Ucraina, dove la polizia segreta russa, oltre a svolgere un’attività capillare di intelligence, partecipa ad operazioni terroristiche contro la popolazione civile ucraina.

La macchina propagandistica del Cremlino, quasi subito dopo la tragedia, ha iniziato a diffondere la narrativa disinformativa secondo cui l’Ucraina sarebbe il mandante dell’attentato, mentre i militanti islamisti tagichi sarebbero stati gli esecutori. Quali sono le finalità di questa campagna di disinformazione?

È evidente che l’attentato del Crocus City Hall ha rivelato la grande vulnerabilità del regime putiniano. Anche la rivolta di Prigozhin e dei suoi uomini del gruppo Wagner avevano messo in luce questa vulnerabilità nel giugno dell’anno scorso. L’attentato ha messo radicalmente in discussione l’immagine di forte controllo e stabilità che il regime vuole proiettare di sé all’interno della Russia e nel mondo. La potentissima polizia segreta (FSB) e gli altri mastodontici apparati di sicurezza del sistema Putin hanno fallito clamorosamente sia nella prevenzione dell’attacco sia nella gestione della crisi post-attentato. Per occultare questa realtà il Cremlino sta diffondendo tramite i più svariati canali una falsa narrazione: la teoria complottista secondo cui il mandante occulto dell’attentato sarebbe il “regime neo-nazista di Kyiv”, a sua volta manovrato dagli USA e dall’”Occidente collettivo” che mirano a distruggere la Russia. Una narrazione, promossa dallo stesso Putin, che respinge completamente la pista ISIS-K, riproponendo il mito ricorrente, caro alla disinformazione russa, sul terrorismo jihadista come strumento utilizzato dai servizi segreti americani e occidentali per destabilizzare e distruggere la Russia. Questa teoria complottista (evidentemente assurda) sull’Ucraina come mandante occulto dell’attentato mira a sviare la colpa dal regime putiniano, che si è dimostrato incapace di prevenire la tragedia e gestire le sue conseguenze, e a indirizzare la rabbia e sgomento delle masse verso il “regime neo-nazista di Kyiv” e verso il popolo ucraino, che viene ulteriormente demonizzato. Tuttavia non è da escludere che lo stesso Putin e altri dirigenti del regime, provenienti dal mondo della polizia segreta sovietica, la cui psicologia e visione del mondo sono di natura paranoica, credano almeno in parte alla propria propaganda

Putin e i suoi più influenti consiglieri vogliono strumentalizzare l’attentato per giustificare una massiccia escalation dell’azione bellica russa in Ucraina?

Bisogna vedere se e come le varie fazioni interne all’élite di potere e agli stessi apparati di sicurezza, ciascuna delle quali mira a rafforzare il proprio potere e la propria influenza su Putin, cercheranno di sfruttare a proprio vantaggio l’attentato. All’interno dell’élite russa vi sono due macro-correnti : 1) un’area oltranzista che preme per una drastica escalation della guerra contro l’Ucraina e per una più decisa svolta neo-stalinista all’interno della Russia, intensificando la repressione e accelerando la transizione verso un sistema totalitario; 2) un’area pragmatica, che non si oppone alla guerra ma ha un atteggiamento più cauto riguardo all’escalation del conflitto e all’imposizione di controlli totalitari all’interno.

È possibile che l’attentato sia stato organizzato dallo stesso regime, o da un settore di esso, come una sorta di “strategia della tensione”?

Mi sembra estremamente improbabile la pista del “terrorismo dall’alto” nel caso dell’attentato del 22 marzo. Anche se la strategia della tensione é stata , con tutta probabilità , praticata nell’agosto-settembre del 1999, nella fase di transizione dalla caotica semi-democrazia eltsiniana al regime di Putin, che vede l’ascesa al potere della polizia segreta e di altri apparati di sicurezza. Putin fu nominato Primo Ministro il 9 agosto del 1999. Nel settembre del 1999 diversi attentati terroristici con dispositivi esplosivi distrussero palazzi abitati a Mosca, Bujnaksk e Volgodonsk, provocando circa 300 morti. Il Cremlino individuò i presunti autori degli attentati in vari terroristi ceceni, ma un’ipotesi accreditata da diversi esperti russi e occidentali sostiene che questi attentati furono promossi dagli stessi servizi segreti russi per diffondere paura, confusione e insicurezza nell’opinione pubblica, preparando il terreno per il ritorno dell’autoritarismo in Russia. L’invasione della Cecenia, che iniziò qualche giorno dopo gli attentati, giustificata come risposta alla crescente minaccia terroristica, venne sfruttata per creare un nemico interno e unificare i russi intorno alla figura del nuovo “uomo forte” del Cremlino.

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NOTE BIOGRAFICHE SU LUIGI SERGIO GERMANI:

Luigi Sergio Germani è direttore scientifico dell’Istituto Gino Germani di Scienze Sociali e Studi Strategici. Germani è esperto di politica interna ed estera russa, con particolare riferimento alle strategie di guerra ibrida, alla criminalità organizzata e ai servizi d’intelligence russi. Inol tre, è specializzato nello studio dell’intelligence e del suo ruolo nella tutela degli Stati demo cratici. Ha ideato e organizzato il primo convegno aperto sul tema in Italia, la conferenza “L’intelligence nel XXI secolo”, svoltasi nel Castello di Priverno nel febbraio del 2001 con la presenza dei massimi esperti mondiali del settore. Inoltre, ha ideato e organizzato, nel 2015, il primo convegno in Italia sulla disinformazione come minaccia alla sicurezza nazionale. È stato uno dei primi studiosi in Italia a introdurre lo studio dell’intelligence della sicurezza nazionale in ambito accademico, dirigendo vari master universitari sull’argomento. È autore di articoli e saggi, e ha curato diversi volumi, tra cui L’Intelligence nel XXI Secolo (2001); New Frontiers of Intelligence Analysis (2005, con Carol Dumaine); Pathways out of Terrorism and Insurgency (2005, con D. Kaarthikeyan); Information Warfare: le Nuove Minacce provenienti dal cyber spazio alla sicurezza nazionale italiana (2011, con Umberto Gori); La sfida della cyber-intel ligence al sistema-Italia (2012, con Umberto Gori); I fondamentalismi religiosi nel mondo contemporaneo (2014, con Anna Cossiga), Disinformazione e manipolazione delle percezioni (2017). Inoltre, è co-autore (con Jacopo Iacoboni) del capitolo sull’Italia del rapporto del l’Atlantic Council The Kremlin’s Trojan Horses 2.0: Russian Influence in Greece, Italy and Spain (2017), e del libro Bugie di guerra: la disinformazione russa dall’Unione Sovietica all’Ucraina, Paesi Edizioni, 2022 (con F. Bigazzi e D. Fertilio).

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