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Russia e Arabia Saudita: analogie e differenze

Putin

Russia e Arabia Saudita, un confronto. L’analisi di Gianfranco Polillo

Da una parte la “verticale del potere”, dall’altra “l’Islam moderato”. Da un lato il progressivo isolamento, dall’altro l’apertura nei confronti di coloro che sono disposti, in quel variegato mondo che si rifà ai precetti del Profeta, a scegliere la via della modernizzazione. Su una sponda il ritorno al passato nel nome di Stalin e di Pietro il grande, sull’altra l’innovazione profonda rispetto ad una tradizione secolare. Putin e Mohammad bin Salman, il principe ereditario dell’Arabia Saudita. Due mondi contrapposti, eppure per molti versi simmetrici. Ma da tempo destinati a divergere.

Ciò che li unisce é il dono del Signore che ha dotato i rispettivi territori di immense ricchezze naturali. In quella penisola, stretta tra il Mar rosso ed il Golfo persico, si concentrano i più grandi giacimenti di petrolio, secondi solo a Venezuela ed immense risorse di gas che la collocano al sesto posto della graduatoria mondiale. Nelle steppe gelate della Siberia le più grandi riserve mondiali di gas e giacimenti di petrolio solo di poco inferiore al gas saudita: ottavi nel mondo. Tutto ciò fa sì che in Russia si possa estrarre petrolio, secondo i dati forniti dal FMI, ad un costo di 3,2 dollari al barile, che supera di un soffio (2,8 dollari) quello della dinastia saudita.

Ma purtroppo le analogie finiscono quindi per dar luogo alle differenze profonde di una gestione che si muove agli antipodi. Pura rendita quella di Mosca, se si esclude il sostegno dato al combinat militare-industriale. Rivolta a superare i limiti di un petro-Stato, quella saudita, specie grazie all’azione di bin Salman: dall’Occidente frettolosamente condannato per la vicenda legata alla morte di Jamal Khashoggi. Il giornalista ucciso nel consolato dell’Arabia Saudita di Istanbul, su ordine, secondo una denuncia dell’Onu, dello stesso principe ereditario. Cosa indubbiamente riprovevole secondo gli standard occidentali, ma da valutare con un pizzico di maggior realismo, considerando lo scontro in atto in quel Paese tra un vecchio establishment e gli innovatori, spesso osteggiati da parte di chi vorrebbe accelerare il cambiamento.

Questa del resto è la vera differenza tra i due giganti nella produzione di materiale energetico. La Russia, all’indomani del crollo del muro di Berlino, aveva pure tentato la sua via verso il mercato. Un processo che doveva smantellare strutture produttive ossificate, per far compiere ad un Paese, per troppo tempo pietrificato, un salto nel XXI secolo. Quasi un decennio di lacrime e sangue. Ed una transizione che si era persa nell’esplosione del malaffare, fino ad un vero e proprio fallimento, culminato nel default di un debito pubblico, che, in pochi anni, aveva raggiunto e superato il 130 per cento. Poi nel 2000, a seguito della fuoriuscita di Eltsin, qualche piccolo progresso, con Putin che aveva cercato di mettere ordine.

Nel decennio successivo i risultati si erano visti. Il Pil era cresciuto in modo continuativo al ritmo del 6 per cento all’anno. Una sorta di “miracolo economico”, com’era stato quello dell’Italia nel dopoguerra. Per molti versi, tuttavia: solo manna caduta dal cielo. Nulla a che vedere con la fatica di quei giovani ex contadini meridionali, costretti in Italia a trasformarsi in operai nelle grandi cattedrali del “triangolo industriale”. In Russia il processo era stato più semplice, grazie al tiraggio di un prezzo del petrolio che dal 2000 al 2009 era passato da 10/20 a 120 dollari al barile. Profitti giganteschi, che Putin aveva lasciato nelle tasche del proprio cerchio magico: quegli oligarchi senza pudore, che con i loro consumi opulenti avevano meravigliato il mondo.

Poi il ciclo, a seguito della crisi dei subprime, quindi dei debiti sovrani, per finire con il Covid, aveva virato. E la rendita petrolifera, come in precedenza era salita, ha subito una caduta rovinosa. Agli anni delle vacche grasse erano seguiti quelli delle ristrettezze, e con esse il rischio che lo stesso Putin si dimostrasse per quello che in effetti era: un militare, capace solo di ragionare in termini di guerra, ma del tutto incapace di realizzare quelle trasformazioni politiche e istituzionali che invece stanno prendendo piede in un Paese, come l’Arabia Saudita: in passato la porta temporale tra la storia contemporanea ed il Medio Evo.

Dove le differenze? Soprattutto nel metodo. La rivoluzione lenta di bin Salman é prodotta dall’alto. Le modifiche più importanti sono quelle che riguardano sia il credo religioso che l’establishment. In passato il primato delle regole religiose erano debordanti, al punto che la stessa polizia le aveva come codice di condotta. Ma dal 2016 in poi tutto ciò è rapidamente cambiato. Oggi il primato appartiene alla legge, che stabilisce la liceità dei comportamenti. Una nuova era: quella post Wahhbi. In cui nuove élite si sono sostituite a quelle di una più antica tradizione.

La spinta principale é derivata dal programma varato dallo stesso Principe ereditario, traguardato al 2030. In cui si parla di un Islam moderato, aperto al mondo ed alle altre religioni. Il 70 per cento dei sauditi sono giovani al di sotto dei 30 anni e non possono passare la loro vita a combattere contro gli integralisti, che invece andavano messi fin da allora nell’impossibilità di nuocere. Da qui una lotta senza quartiere contro gli oppositori a questa linea: fossero essi uomini di fede o semplici membri dell’establishment. Soprattutto se appartenenti al movimento dei Fratelli musulmani.

Inevitabile il successivo passo, volto a creare una nuova classe dirigente. Ed ecco allora il nuovo ruolo di Mohammed al-Issa, segretario della Lega mondiale dei musulmani. Era stato ministro della giustizia, per ben sei anni, prima di salire al vertice della più importante organizzazione religiosa del regno. Fu l’inizio di un grande rinnovamento nei ranghi della galassia degli imam, tutt’altro che indolore. Conservatori come il grande Muftì dell’Arabia Saudita, Abdelaziz Al Sheikh, che tentarono di opporsi, furono disarcionati e messi nell’impossibilità di nuocere. Anche se in privato, ma solo in quell’ambito, continuarono ad avanzare critiche all’apertura dei cinema anche alle donne o alla partecipazione mista nei concerti.

Ma il rinnovamento interno, con l’apertura verso un modo diverso d’intendere i precetti delle sacre scritture, non era stata l’unica conseguenza di quella lenta transizione. Era stata la religione stessa a perdere la sua centralità dando spazio a costumi, comportamenti, modi di vivere più vicini ad un laicismo di marca occidentale. Fenomeno che aveva comportato, in un rapporto di causa ed effetto, l’affermarsi di un ceto ben diverso dal passato. Avvocati, medici, imprenditori, soprattutto donne, fino a ieri escluse e discriminate: é stato il diffondersi di questi tipici esponenti della middle class a determinare la necessaria accelerazione, fino a mettere in crisi le vecchie organizzazioni religiose. Al poste delle quali sono sorte nuove forme associative, più o meno legate alla Monarchia ed ai suoi propositi innovatori.

Ma forse tutto ciò non sarebbe stato possibile se quegli interventi non fossero stati preceduti e seguiti da un vasto programma di riforme economiche. A partire dalla privatizzazione di numerose aziende operanti sia nel campo della produzione di energia elettrica che nel delicato settore della comunicazione. Quindi la costituzione di un Fondo di 2.000 miliardi di dollari, con l’intento dichiarato di ridurre la dipendenza del Paese dalla sola produzione petrolifera. Obbiettivo da realizzare per quella data, secondo quanto enunciato nel programma “Vision 2030”. La stessa Aramco, la grande compagnia petrolifera che in Arabia Saudita ha l’esclusiva nella produzione petrolifera, veniva quotata in borsa per cedere al mercato una parte delle relative azioni.

Ed ecco allora le differenze tra i due grandi competitor che sul mercato si dividono i proventi dell’oro nero. E non solo: dato che entrambi i Paesi sono ricchi di altre materie prime: dall’oro all’uranio. Ma per la Russia di Putin non sarà comunque sufficiente. Come non lo fu per quella di Krusiov durante la seconda metà del ‘900. Allora, con l’idea della cosiddetta “coesistenza pacifica”, i comunisti cercarono di spostare la competizione dal piano militare a quello economico e sociale. Una grande potenza sostanzialmente stazionaria, qualora l’URRS, grazie a questa idea, riuscì a conservare per anni il suo potere, finché nel 1989, con la caduta del muro di Berlino, tutti i nodi vennero al pettine. Putin, forse memore di quella sconfitta, vorrebbe fare come la vecchia Prussia. Conquistare con le armi nuovi territori in nome di “Santa madre Russia”. Non ci riuscirà. Potrà anche vincere qualche battaglia, ma alla fine la logica stringente dell’arretratezza economica del suo Paese rimetterà a posto le cose, e sarà una nuova cocente sconfitta.

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