Il gioielliere Roggero è colpevole ma non dovrebbe stare in carcere… e la sicurezza dei cittadini è un valore. Ecco come si potrebbe fare.
Roggero non dovrebbe stare in carcere. E non perché la sua condotta non sia reato o perché si possano ampliare sulla base delle emozioni i requisiti della legittima difesa, ma perché, se prendessimo sul serio la Costituzione, il carcere serve solo per svolgere una funzione rieducativa.
La questione non è “assolvere Roggero”, né trasformarlo in un eroe del far west.
La questione è capire se abbia senso rinchiudere in carcere per anni una persona che non ha alcun bisogno di essere rieducato, ma ha agito sotto la pressione di uno shock traumatico in un contesto di insicurezza, restando capace di intendere e di volere.
Se la pena detentiva viene applicata anche quando non vi è alcun percorso rieducativo da compiere, significa che stiamo ancora continuando a usare il carcere come nel medioevo, come strumento di vendetta e non come mezzo di reintegrazione nella legalità.
Ciò che non funziona, allora, non è il giudice che ha adottato la sentenza, né la disciplina della legittima difesa: è l’istituto carcerario per come viene ancora concepito e sfruttato nel dibattito pubblico.
La reclusione in carcere non può essere una risposta standard in base agli anni di pena, mentre nei codici e nei manuali continuiamo a ripetere che “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Se il condannato non ha da essere rieducato, a cosa serve il carcere? A offrirlo in pasto ai Vannacci, ai Salvini e a quanti usano la sofferenza umana come materiale da campagna elettorale?
Ma c’è un punto che non può essere rimosso da questo discorso: la sicurezza.
La sicurezza non è un alibi polemico né un cavallo di battaglia da esibire; è un obbligo permanente dello Stato, che va garantito con continuità, durezza, forza e determinazione.
Un cittadino che ogni mattina alza la serranda di un negozio ha diritto di sapere che lo Stato c’è: nelle forze dell’ordine, nelle indagini rapide ed efficaci, nei controlli, nei presidi e nelle misure di prevenzione dei reati predatori.
Quando lo Stato arretra sulla sicurezza, spinge le persone verso reazioni individuali, improprie, fuori dal perimetro della legalità.
Invece di inseguire l’onda emotiva, i politici – soprattutto quelli che non vogliono stare al gioco dei Vannacci o dei Salvini, che nella foga si dimenticano di rivestire cariche per proporre soluzioni legislative – dovrebbero andare in Parlamento e dire con chiarezza nella legge che il carcere non è “la pena”, ma una delle possibili pene, da usare per reati odiosi, su criminali incalliti e comunque su decisione del giudice, quando esistono motivazioni che mostrino perché, in quel caso concreto, solo la detenzione – e non altre misure di sorveglianza, di controllo o di sostegno – possa realizzare la finalità rieducativa e, nel frattempo, tenere a bada un’indiscutibile inclinazione a delinquere.
Questa modifica legislativa – il carcere senza automatismi ma con un giudizio sulla sua efficacia rieducativa – significherebbe subordinare la scelta del carcere a un vero giudizio di necessità e proporzionalità rispetto al percorso di rieducazione, non limitarla a una casella da spuntare nella scala della pena edittale.
La sicurezza dei cittadini e l’esasperazione delle vittime devono stare al centro delle scelte politiche, ma non possono essere “garantite” con forme di autogiustizia, supplendo uno Stato inerme, e addirittura rappresentato da chi può mettere le cose a posto con modifiche legislative, ma si limita alla propaganda.
Lo Stato forte e autorevole è quello che protegge con fermezza e continuità, impedendo che il cittadino sia costretto a farsi giustizia da solo; ed è anche quello che esegue le condanne nel rispetto dei principi della Costituzione, senza trasformare la pena in un sacrificio simbolico da offrire all’opinione pubblica o a politici senza scrupoli.
Nei libri di diritto è scritto che la pena non ha funzione retributiva, ma rieducativa.
Forse è arrivato il momento di smettere di scriverlo solo nei libri e cominciare a pretenderlo, davvero, nella realtà giudiziaria e legislativa.
In questo modo Roggero sarebbe comunque colpevole, perché non ha agito per legittima difesa, ma non starebbe in carcere.






