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Rileggendo la “Psicologia delle folle” di Gustave Le Bon (a proposito di politici, folle e social media)

di

Il Bloc Notes di Michele Magno

 

Come ha osservato lo storico Emilio Gentile (“Il capo e la folla”, Laterza, 2016), Gustave Le Bon (1841-1931) fu una singolare personalità della cultura del suo tempo. Medico, scienziato, inventore, esploratore, autore di numerosi trattati di medicina, antropologia, fisica, fotografia, equitazione, archeologia, etnologia e pedagogia, nel 1895 diede alle stampe un volume, “Psicologia delle folle”, che nei primi trent’anni del Novecento gli procurò una fama internazionale.

Il presidente americano Theodore Roosevelt, i presidenti del Consiglio francesi Aristide Briand e Georges Clemenceau, nonché Benito Mussolini si dichiararono pubblicamente suoi ammiratori. Il suo libro fu annotato da Lenin e da Kemal Pascià (Atatürk), fondatore della repubblica turca. È molto probabile che il giovane Adolf Hitler ne abbia letta a Vienna la traduzione tedesca del 1908. Ed è altrettanto probabile che Charles De Gaulle, quando era un giovane ufficiale dell’esercito francese, ne abbia avuto una copia tra le mani.

Nella società moderna, sostiene Le Bon, i governanti dovevano fare i conti “con una potenza nuova, la più recente sovrana dell’età moderna: la potenza della folla”. E nella folla “le attitudini coscienti, razionali e intellettuali sei singoli individui si annullano, e predominano i caratteri inconsci”. Così, quando è assorbito dalla folla, l’individuo “scende di parecchi gradini nella scala della civiltà. Isolato, era forse un individuo colto; nella folla è un istintivo, e dunque un barbaro. Ha la spontaneità, la ferocia, e anche gli entusiasmi e gli eroismi degli esseri primitivi”. Insomma, la folla è “un gregge che non può fare a meno di un padrone” (Luca Morisi, il “digital philosopher” di Salvini che sembra quasi un allievo dello studioso francese, si accontenta invece di un più modesto “capitano”).

Convinto che i popoli abbiano sempre bisogno di una guida carismatica, Le Bon considerava la maggior parte dei capi politici “retori sottili, che mirano all’interesse personale e cercano il consenso lusingando i bassi istinti”. Lo stile retorico più efficace, quindi, si basa sull’affermazione secca, svincolata da ogni ragionamento e da ogni prova, e sulla sua ossessiva ripetizione. Solo così è possibile influenzare la folla, che è un agglomerato di persone geneticamente predisposto -come ben sapeva Napoleone- a lasciarsi suggestionare da parole, formule e immagini estremamente semplificate.

Questa capacità di colpire l’immaginazione della folla è risolutiva nelle elezioni politiche. Il candidato può promettere “senza timore le più imponenti riforme. Le promesse esagerate producono sul momento un grande effetto e non impegnano affatto per l’avvenire”, perché l’elettore non si preoccupa mai di sapere se l’eletto ha rispettato i suoi impegni. Il candidato che aspira a diventare un leader deve possedere soprattutto il prestigio, “l’elemento fondamentale della persuasione”, “la molla più forte di ogni potere”. E a formare e rafforzare il prestigio, che è quel “fascino che un individuo, un’opera o una dottrina esercitano su di noi”, contribuisce molto il successo: “L’uomo che ha successo, l’idea che si impone, cessano, per questo solo fatto, di essere contestati”.

Le Bon era un liberale conservatore che temeva la disfatta del regime parlamentare nell’era delle masse. I capi “tendono oggi a sostituire progressivamente i pubblici poteri via via che questi si lasciano contraddire e indebolire”, poiché essi -grazie al potere conferito dal consenso delle masse- “ottengono dalle folle una docilità molto più completa di quella mai ottenuta dai governi” (“Psicologia politica”, 1911).

Quando Le Bon scriveva le sue tesi, non c’era ancora la radio come canale di intrattenimento. Il cinema faceva i suoi primi passi, muti. E la televisione non era neppure immaginabile. Tuttavia, non aveva sottovalutato le potenzialità del potere carismatico, a cui più avanti Max Weber dedicherà pagine magistrali. Con ciò presagendo l’irruzione, dopo pochi anni in tutta Europa, di leader visionari e magnetici. Per quanto essi facessero largo uso della propaganda di stampa e, da un certo momento in avanti, della radio, il loro appeal sulle folle era mediato soprattutto dagli assembramenti fisici, dalle “adunate oceaniche”.

Che cosa sarebbe successo -come domanderà una fortunata pubblicità televisiva a proposito di Gandhi- se i capi carismatici avessero avuto a disposizione i moderni mezzi di comunicazione? Forse meno di quanto si possa immaginare. Infatti, come i nuovi leader del piccolo schermo e dei social network avrebbero imparato a proprie spese, “i media hanno la capacità di rendere celebre in tempi rapidissimi un nuovo personaggio e il suo messaggio; ma, in tempi altrettanto rapidissimi, possono logorarlo e distruggerlo” (Mauro Calise, “Fuorigioco. La sinistra contro i suoi leader”, Laterza, 2013).

È ciò che rende i capi attuali così potenti e, insieme, così fragili. Beninteso, senza nulla togliere al fatto che la Rete ha trasformato le mille piazze reali di un Paese in un’unica piazza virtuale, con una potenza di fuoco comunicativa praticamente illimitata. Innovazione che ha cambiato anche la natura del messaggio -e del linguaggio- con cui i nuovi leader si rivolgono alla propria audience. Ma forse non tutti gli attuali protagonisti della politica italiana lo hanno ancora capito.

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