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Riformismo: il nome e la cosa

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riformismo

“Il dovere del riformismo — termine dalla consistenza semantica, peraltro, oggi assai incerta — è quello di fare le riforme, sociali, economiche e istituzionali, non di stare a Palazzo Chigi a prescindere, come direbbe Totò”. Il Bloc Notes di Michele Magno

Il termine “riformismo” ha un’origine storica ben precisa. Viene introdotto in Inghilterra, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, nel corso della campagna per l’allargamento del suffragio universale culminata nel “Great reform bill” del 1832. La sua nascita, dunque, è legata alla storia della democrazia rappresentativa. Successivamente viene usato in contrapposizione al massimalismo rivoluzionario, per designare le politiche di welfare state delle scialdemocrazie europee. La prospettiva di un’economia pianificata e di una società senza classi cede così il passo a una concezione secondo cui il capitalismo non va abbattuto, ma “civilizzato” attraverso correzioni graduali delle sue storture e delle sue disuguaglianze. In questo senso, uno dei padri della socialdemocrazia tedesca, Eduard Bernstein, diceva che “il movimento è tutto e il fine è nulla”. E sarà proprio l’Spd a celebrare l’abiura definitiva del marxismo-leninismo nel celebre Congresso di Bad Godesberg (1959).

Nel vocabolario della sinistra italiana, il termine “riformismo” è tra i più inflazionati e polisemici. Ecco perché il suo significato non è più definito dai vecchi simboli e dalle vecchie appartenenze alla tradizione di quello che una volta si chiamava movimento operaio. Tale identità, al contrario, va rielaborata e ricostruita facendo coraggiosamente i conti con le nuove sfide di un mondo nuovo, in cui tutto è rimesso in discussione: equilibri planetari, sovranità statali, blocchi sociali, forme di accumulazione, modi di formazione della coscienza individuale e collettiva. E ciò vale per le tre correnti fondamentali del riformismo domestico: quella socialista, in tutte le sue famiglie; quella laico-democratica, a cui di fatto è collegato il movimento ambientalista; quella cattolico-popolare.

Il Pd, in fondo, è stato creato con questa ambizione. Richiamandosi a Norberto Bobbio, il suo primo segretario, Walter Veltroni, sosteneva che “la sinistra, se è conservatrice, non è sinistra. Se difende l’equilibrio dato, con il suo carico di ingiustizie e diritti negati, viene meno al suo compito. Che è, non si abbia paura, un compito rivoluzionario, nel senso che proprio la tradizione liberale e socialista ha affermato”. La rivoluzione a cui egli alludeva è la “rivoluzione liberale” di Gobetti, e quindi precisava: “rivoluzione non violenta e interamente democratica di chi cerca consenso e governo per mutare radicalmente, nel segno delle opportunità sociali e della pienezza delle libertà, l’ordine di cose presente”. L’intenzione era commendevole, ma “l’amalgama è mal riuscito” (copyright di Massimo D’Alema). E il Pd nel tempo presente si presenta come un involucro informe dove coesistono confusamente tutte le cianfrusaglie retoriche di cui i suoi fondatori non si sono mai liberati mediante severi bilanci critici.

Una palese dimostrazione del caos politico-culturale in cui versa Largo del Nazareno è offerta dal dibattito sul referendum costituzionale. Non mi interessa qui esaminare le diverse posizioni in campo. Mi preme, invece, sottolineare l’idea di riformismo che predicano in questa vicenda i sedicenti “veri riformisti”. Sono coloro che ci ricordano ogni giorno che in questo mare siamo e qui bisogna navigare: tutto il resto, ossia il No al taglio dei parlamentari, è moralismo, hegeliana pappa del cuore, testimonianza impotente, masochismo suicida. Può darsi, solo che per evitare il rischio di un naufragio nelle acque tempestose del referendum ci vorrebbero un veliero robusto, un nocchiero esperto, un portolano aggiornato, l’approdo in un porto sicuro. Pensando a quella babele delle lingue che oggi è il Pd, si tratta di condizioni a dir poco aleatorie. Ma, obiettano i veri riformisti, non bisogna avere paura di sporcarsi le mani. Perché il riformismo è questo: una combinazione di audacia tattica e realismo politico che deve caratterizzare una forza di governo.

Ora, a parte il fatto che tali requisiti mal si conciliano con la sostanziale conferma di tutti i provvedimenti, anche quelli giudicati più disastrosi, del Conte uno, mi sia consentito dissentire.  Infatti, una forza riformista si distingue per le sue idee, la sua capacità di proposta, il costume dei suoi gruppi dirigenti, e non perché considera i programmi alla stregua della promozione pubblicitaria di un prodotto, a cui non si chiede tanto di essere credibile, ma gradevole. Ebbene, ecco il punto, può una forza riformista vivere senza princìpi e senza una cultura politica che orienti le sue grandi scelte? Forse così può anche tirare a campare, sapendo però che la sua azione, come diventa propaganda vuota se non tiene conto della realtà effettuale, senza un progetto di cambiamento apre inevitabilmente le porte all’opportunismo più disinvolto: per cui si può scoprire, in base alle convenienze del momento, favorevole o contraria al bicameralismo perfetto, proporzionalista o maggioritaria, ecologista o industrialista, federalista o centralista, liberista o statalista. Il dovere del riformismo — termine dalla consistenza semantica, peraltro, oggi assai incerta — è quello di fare le riforme, sociali, economiche e istituzionali, non di stare a Palazzo Chigi a prescindere, come direbbe Totò. Altrimenti esso indica un semplice recapito, un cognome che certifica l’albero genealogico: racconta da dove si viene, non dove si vuole andare.

Questo nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore, diventa l’espressione di un moderatismo spacciato per realpolitik, il significante mimetico di un significato di segno contrario: la rassegnazione allo stato di cose esistente, la rinuncia definitiva alla ricerca di un’alternativa all’alleanza con i Cinque stelle, che non saranno la “nuova casta”, come li ha definiti Carlo Calenda, ma sulla cui affidabilità democratica non scommetterei un euro (lo vedremo, azzardo una previsione, dopo gli scrutini regionali). Per concludere, mi piace citare un noto pensiero proprio di una eminente figura del riformismo europeo, Jacques Delors, su cui a mio avviso dovrebbero riflettere tutti coloro che hanno a cuore le sorti della sinistra italiana: “Da Pierre Mendès-France ho imparato una grande lezione: è meglio perdere un’elezione che perdere l’anima. Un’elezione si può rivincere dopo cinque anni, che vuole che sia? Ma se si perde la bussola, o si perde l’anima, per ritrovarle ci vogliono generazioni”. Sono sicuro, beninteso, che nessuno vorrà tacciare l’ex primo ministro di François Mitterrand di essere un’anima bella.

 

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