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Cosa pensano Cina, Russia e Ue dell’indipendenza del Kosovo

Kosovo

Sono molte le nazioni che non riconoscono l’indipendenza del Kosovo: ecco quali sono e perché. L’articolo di Marco Orioles

 

Il Kosovo sta tornando alla ribalta internazionale per via degli scontri con la minoranza serba che protestava per le nuove disposizioni su targhe automobilistiche e documenti di identità che d’ora in poi, anziché dalle autorità della Serbia, dovranno essere emessi dalle istituzioni di Pristina.

Ma è dal 2008 che il Kosovo è al centro di una contesa internazionale legata al riconoscimento della sua indipendenza. Indipendenza che, al momento, solo circa la metà dei Paesi del mondo ha riconosciuto.

Per orientarci nella trama dei rapporti internazionali del nuovo Stato, esplorando le ragioni dietro cui molte nazioni si sono celate per giustificare il mancato riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo, si attinge a un rapporto ancora attuale del nostro Ministero della Difesa firmato da Rodolfo Bastianelli e intitolato “Chi ha detto no all’indipendenza del Kosovo”.

Russia

In Europa il no più vistoso è stato quello della Russia, per ragioni che non riguardano solamente la comune appartenenza slavo-ortodossa.

“Mosca”, si legge nel report, “ritiene che l’indipendenza del Kosovo non solo violi i principi del diritto internazionale, ma possa costituire anche un precedente per altre situazioni analoghe”.

Espresso a suo tempo dal Ministro degli Esteri Lavrov, il timore della Russia è quello di un “effetto domino sulle istanze separatiste di altre nazionalità”, comprese quelle che si ritrovano entro il suo territorio come la Cecenia.

Al tempo della proclamazione dell’indipendenza del Kosovo, inoltre, Mosca ricordò all’Occidente come uno scenario non dissimile da quello kosovaro esiste in Georgia, dove da tempo Abkhazia e Ossezia del Sud rivendicano la loro secessione da Tiblisi contando proprio sul sostegno offerto da Mosca.

“Non è un caso che”, osserva a tal proposito Bastianelli, “poco dopo la proclamazione dell’indipendenza kosovara, la Duma abbia approvato una mozione nella quale si ribadisce come il Kosovo costituisce un precedente e che la Russia dovrebbe procedere al riconoscimento di Abkhazia e Ossezia del Sud qualora il governo georgiano decidesse di riprendere il controllo di questi territori con la forza”.

Gli scettici dell’Ue

Nel quadro diversificato delle posizioni dei Paesi Ue spiccano i no di Spagna, Romania, Cipro e Grecia.

“Madrid”, si legge nel rapporto, “teme che il Kosovo possa favorire non (solo) le aspirazioni indipendentiste della Catalogna ma quelle ben più pericolose delle province basche, dove il governo locale preme da tempo per un progetto autonomista che … costituirebbe il primo passo verso la piena indipendenza della regione”.

Dal canto suo, rileva Bastianelli, “Bucarest deve affrontare il nodo della minoranza ungherese all’interno dei suoi confini. Concentrata per la maggior parte in Transilvania e fortemente discriminata negli anni di Ceausescu, la popolazione magiara … punta ad ottenere una più ampia autonomia, tanto che alcuni esponenti politici sono arrivati ad auspicare … la creazione di una regione autonoma magiara corrispondente ai confini di quella esistita fino al 1968”.

Analoghi sono i timori della Slovacchia, dove almeno il 7% della popolazione è ungherese. Giustificando il proprio no all’indipendenza del Kosovo, l’allora premier Robert Fico la paragonò “all’accordo di Monaco del 1938 nel quale alla Slovacchia venne sottratta proprio la regione meridionale a maggioranza ungherese”.

Un caso del tutto particolare nell’Ue è quello di Cipro. Qui il governo “ha motivato il suo no affermando che l’indipendenza del Kosovo rappresenta un fattore di tensione nei rapporti internazionali”. Ma, è scritto nel report, “la decisione di Nicosia è stata presa soprattutto per non creare un precedente al quale si sarebbe potuta appoggiare la Repubblica Turca di Cipro del Nord”.

Molto particolare è il caso della Grecia il cui no è stato legato ai rapporti tesi sebbene in via di miglioramento con Tirana. Qui la criticità è doppia: da un lato ci sono le accuse di discriminazione contro la minoranza greca presente in Albania che mote volte in passato il governo greco rivolse a quello albanese e dall’altro, scrive Bastianelli, la “richiesta di risarcimento avanzata dai discendenti della popolazione albanofona residente in Grecia fino al secondo conflitto mondiale e poi espulsa dalle autorità elleniche”.

Il no della Cina

Pechino ha motivato la sua contrarietà con il timore che l’indipendenza kosovara possa “destabilizzare la regione balcanica e porre a rischio il tentativo di ricostruire una società multietnica”.

Ma dietro la posizione del governo cinese si scorge soprattutto la volontà di evitare che con il Kosovo si crei “un precedente che in futuro potrebbe essere applicato alle regioni dove più sono forti le spinte autonomiste, quali il Tibet, lo Xinjiang e, soprattutto Taiwan”.

Ad irritare la dirigenza del Partito comunista cinese vi è stato poi il fatto che proprio Taiwan si sia espressa a favore del riconoscimento invocando un principio, quello dell’autodeterminazione dei popoli, fissato dalla Carta delle Nazioni Unite: posizione cui il governo cinese ha replicato sostenendo che Taipei non ha nessun diritto ad esprimersi sulla questione essendo una provincia cinese.

Paesi asiatici

Ha suscitato un certo clamore il no del più popoloso Paese musulmano del pianeta, l’Indonesia, a dispetto della comune appartenenza religiosa con i kosovari.

Il governo indonesiano non si è dichiarato a favore del riconoscimento, osserva l’Autore del rapporto, “considerando la questione un problema etnico e non religioso, un atteggiamento prudente dettato anche dalla presenza di movimenti secessionisti nella regione di Aceh e nell’Irian Jaya”.

Un diniego è stato espresso anche dall’India nonostante il timore di irritare le nazioni musulmane. Il no di Dehli è legato alla necessità di non “offrire spazio alle aspirazioni secessioniste del Kashmir ed a quelle degli altri movimenti presenti nelle zone nordorientali del Paese”.

Di analogo tenore la posizione delle Filippine, memori degli sforzi fatti per fronteggiare gli attentati dei separatisti musulmani nell’arcipelago di Mindanao.

Paesi dello spazio ex sovietico

Del tutto analoghe a quelle russe sono state le reazioni degli Stati dell’area caucasica, che da tempo si trovano a fronteggiare tendenze separatiste entro i propri confini.

Il niet più convinto è arrivato dall’Azerbaigian alla luce della questione del Nagorno Karabach, l’enclave a maggioranza armena che oltre trent’anni fa dichiarò la sua secessione provocando un conflitto tuttora irrisolto.

È per questo motivo che l’Azerbaigian ha considerato la dichiarazione unilaterale di Pristina contraria alle leggi internazionali.

“Di parere negativo”, prosegue il report, “sono state anche le reazioni della Georgia, che ha espresso la sua contrarietà per non inasprire i già difficili rapporti con Mosca, e della Moldavia, dove esistono delle spinte secessioniste nella regione russofona della Transnistria”.

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