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Vi racconto le mosse del Regno Unito su vaccini, difesa e non solo

Davos UK Coronavirus

Tutti gli aggiornamenti sul Regno Unito tra vaccini, difesa, Asia e Brexit nell’approfondimento di Tino Oldani per Italia Oggi

 

Il Consiglio europeo che inizia domani via web rischia di aggravare la frattura tra l’Ue e il Regno Unito. Uno dei temi centrali che saranno discussi dai capi di governo dei 27 paesi Ue è il blocco dell’export dei vaccini anti-Covid prodotti negli stabilimenti europei. Una misura pensata per pareggiare i conti con la anglo-svedese Astrazeneca, accusata da Bruxelles di non rispettare le consegne previste dai contratti: su 80 milioni di dosi previste per il primo trimestre 2021, sono state consegnate appena 30 milioni. Da qui la ritorsione proposta da Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, che nei giorni scorsi ha affermato: «Abbiamo l’opzione di bloccare le esportazioni pianificate. Questo è il messaggio per Astrazeneca: rispettate il vostro contratto con l’Europa prima di iniziare le spedizioni verso altri paesi». Un primo esempio di questo nuovo corso è stato il recente sequestro di 250mila fiale Astrazeneca deciso dal governo di Mario Draghi, che ne ha bloccato l’export da Anagni verso l’Australia.

L’efficacia di un simile blocco è tutta da dimostrare, e per alcuni potrebbe rivelarsi un autogoal. La produzione dei vaccini negli stabilimenti europei di Astrazeneca richiede l’importazione di fondamentali materia prime da paesi esterni all’Ue, che potrebbero a loro volta bloccarne l’export, per analoga ritorsione. Con tanti saluti alla produzione dei vaccini Astrazeneca nell’Ue e alla libertà del commercio internazionale, sancita dai trattati. Un autogoal doppio, che rischia di diventare addirittura triplo, come sostiene un’ampia analisi di German Foreign Policy, dedicata alle conseguenze della Brexit su tutti i versanti dell’agenda politica: guerra sui vaccini tra Bruxelles e Londra, crollo dell’import-export inglese da e verso la Germania, riorientamento geopolitico del Regno Unito verso l’area Asia-Pacifico.

Su quest’ultimo punto, di enorme rilievo, la rivista scrive che «è stato delineato in dettaglio in un documento strategico presentato la settimana scorsa dal primo ministro Boris Johnson. Tale documento («Global Britain in a competitive age») prevede uno spostamento della politica estera britannica verso la regione Indo-Pacifico, che Londra individua come il nuovo centro della politica mondiale. Per Londra sarà importante cooperare sempre più strettamente con gli Stati filo-occidentali di tale area, non da ultimo in vista delle lotte di potere dell’Occidente contro la Cina».

Parole a cui stanno per seguire i fatti: Johnson ha deciso di inviare nel Mar Cinese Meridionale la portaerei HMS Queen Elizabeth, che farà il viaggio inaugurale in maggio, per poi raggiungere l’Area asiatica tra agosto e settembre. Uno scenario da giochi di guerra, che arriva dopo le dichiarazioni di Joe Biden contro la Cina e il duro scambio di accuse tra i ministri degli Esteri di Usa e Cina nel loro primo incontro ad Anchorage (Alaska).

Non è chiaro fino a che punto la scelta di Londra significhi uno sganciamento inglese dalle future missioni militari Ue. Di certo, osserva German Foreign Policy, già prima della Brexit era iniziato un forte rallentamento nelle relazioni commerciali tra il Regno Unito e l’Ue, specie con la Germania. Tra il 2002 e il 2019 la quota dell’export britannico di beni e servizi verso i 27 paesi Ue è scesa dal suo massimo storico del 54,9% al 42,6%. In netto calo anche le importazioni dell’Ue a 27 dal Regno Unito, scese nello stesso periodo dal 58,4% al 51,8%. A farne le spese maggiori è stata la Germania di Angela Merkel, che nel gennaio scorso, primo mese in cui è stato applicabile l’accordo di libero scambio post-Brexit tra l’Ue e il Regno Unito, ha registrato un «calo drammatico» del 29% delle esportazioni tedesche verso l’Inghilterra e uno del 56,2% delle importazioni, rispetto al gennaio 2020. «Parte di questo calo è dovuto al coronavirus e ai problemi connessi agli accordi transitori sulla Brexit, ma una ricerca della London School of Economics ha concluso che, entro il 2030, il commercio dell’Ue con il Regno Unito potrebbe ridursi di un terzo».

«Per il Regno unito sta diventando sempre più importante il commercio con i paesi non Ue», osserva la rivista tedesca. «Ora è probabile che diventi ancora più pronunciata: Londra ha da poco concluso accordi di libero scambio con il Giappone e con diversi Stati del sud-est asiatico, e sta cercando di concludere un altro accordo di libero scambio con l’India, mentre in futuro vuole concentrarsi ancora di più sulla regione Asia-Pacifico, che già ora è l’area con la quota maggiore (35%) della produzione economica globale ed anche quella con la crescita economica più rapida».

L’analisi di German Foreign Policy dedica ampio spazio anche ai contrasti tra l’Ue e il governo di Boris Johnson sul vaccino Astrazeneca, prodotto dall’azienda anglo-svedese con sede a Cambridge: «La campagna dell’Ue contro questo vaccino ne ha denigrato l’efficacia, ritenuta più bassa rispetto al vaccino Pfizer-Biontech (Germania-Usa), e questo ha suscitato un profondo risentimento inglese. Le tensioni sono state esacerbate dal fatto che l’Ue, nel tentativo di distogliere l’attenzione dal suo fallimento nel procurarsi i vaccini, sta ricorrendo ora al divieto di esportazione, con Astrazeneca e il Regno Unito di nuovo al centro dell’attenzione».

Un’accusa non comune, sui media tedeschi, quella contro la von der Leyen per il fallimento sui vaccini, con l’aggiunta di una staffilata: la rivista cita infatti la risposta del ministro degli Esteri del Regno Unito, Dominic Raab, che con un polemico riferimento alla presidente della Commissione Ue ha detto: «Questo genere di politica azzardata, come il divieto delle esportazioni, la si era già vista all’opera in paesi con regimi meno democratici». Conclusione: «Gli attacchi Ue ad Astrazeneca hanno provocato una certa indignazione anche negli ambienti ‘remain’ rimasti fedeli all’Ue, indebolendo così la posizione dell’Ue nel Regno Unito».

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