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Referendum: giustizia è fatta, anzi no

Costituzione

I Graffi di Damato

Chiamatelo o chiamiamolo come vogliamo riconoscendoci in questo o quel titolo di giornale sul “flop”, l’”affondamento” ed altro dei cinque referendum sulla giustizia. Ai cui risultati, formalmente favorevoli all’abrogazione delle norme contestate dai promotori della prova elettorale, dal 57 a quasi il 70 per cento dei sì, è mancata la validità garantita solo da un’affluenza alle urne della metà più uno degli aventi diritto al voto.

Si è invece scomodato una ventina per cento del corpo elettorale: il livello più basso – sembra – di sempre. E a a circa le ore sette di lunedì, oggi 13 giugno, festa di Sant’Antonio da Padova, a quasi otto dalla chiusura dei seggi, il Ministero dell’Interno non era ancora in grado di dare il dato preciso di questa debacle della democrazia, prima ancora della “catastrofe” attribuita dal solito Fatto Quotidiano nell’altrettanto solito fotomontaggio di prima pagina solo ai “re Mida” alla rovescia che sarebbero Silvio Berlusconi, Emma Bonino, Carlo Calenda e i due Mattei -Salvini e Renzi- accomunati nella disavventura, peraltro largamente prevista.

Diciamoci la verità: pur se in buona compagnia, come dimostra la poca voglia di votare che hanno mostrato ieri anche in Francia nelle elezioni legislative, come del resto nella stessa Italia nelle elezioni amministrative cui i referendum erano stati abbinati, noi italiani stiamo diventando imbattibili, se non lo siano già ben consolidati, come evasori di ogni tipo: fiscali ed elettorali. Altro che il popolo di “santi, poeti, navigatori” di mussoliniana e infausta memoria.

Dopo più di trent’anni di esondazione politica della magistratura, ammessa anche da fior di magistrati in servizio e in pensione, e a più di 39 dall’arresto del compianto Enzo Tortora, diventato la vittima emblematica della cattiva giustizia italiana, solo una ventina di elettori su cento sentono attuali i problemi dei e nei nostri tribunali, e dintorni.

Pensare che questi problemi, come dicono i vincitori, anzi i beneficiari della partita referendaria appena fallita, debbano e possano essere risolti in Parlamento, dove nelle prossime ore riprenderà, particolarmente al Senato, l’esame della cosiddetta riforma Cartabia, dal nome della ministra della Giustizia Marta, è una pia illusione, pensando sia alle Camere ormai in scadenza sia a quelle che, salvo anticipo da incidente o agguato, subentreranno l’anno prossimo. Dove approderanno, a ranghi ridotti dai tagli imposti dai grillini agli alleati di turno di questa legislatura, cartelli, coalizioni e formazioni politiche da maionese, a dir poco. E tutto in un contesto internazionale da brividi, tra guerre quasi ai nostri confini e rischi di recessione, anche se molti fingono di non accorgersi e girano la testa dall’altra parte, non riuscendo peraltro neppure a spaventarsi all’idea che dopo le nuove elezioni politiche potremmo non essere più rappresentati all’estero da un governo presieduto da Mario Draghi. Che – detto per inciso – diversamente da Mario Monti, promosso da Giorgio Napolitano in contemporanea con la chiamata a Palazzo Chigi, non è stato nemmeno nominato senatore a vita. E difficilmente credo che lo sarà in questo scorcio di legislatura per ragioni ormai di galateo, pronto – per carità – a scusarmi con un un fortunatamente maleducato Sergio Mattarella.

Ed ora, amici miei, godiamoci nelle prossime ore, si fa molto per dire, spifferi e tempeste dei partiti e partitini alle prese con i risultati delle elezioni amministrative propedeutiche a quelle politiche.

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