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Perché il referendum è stato un disastro

M5s

Se 8 italiani su 10 hanno deciso di rinunciare alla possibilità di legiferare loro al posto del Parlamento, significa che sbagliata non è la volontà inespressa del popolo sovrano, ma il pacchetto referendario proposto dai promotori, Lega e radicali.

Solo oggi sapremo chi ha vinto e chi ha perso dopo la domenica elettorale che ha riguardato quasi mille Comuni. Ma nell’attesa dei risultati definitivi e ufficiali degli scrutini, c’è già un verdetto che scotta: il fallimento dei 5 referendum sulla giustizia abbinati alle elezioni amministrative. E poi c’è la tendenza indicata dai sondaggi all’uscita dei seggi elettorali, priva di effetti sul governo nazionale.

Sarebbero in vantaggio i sindaci o le alleanze di centrodestra nei 4 capoluoghi di Regione (Genova, L’Aquila, Catanzaro e Palermo). A Parma, invece, favorito il centrosinistra come a Verona, dove Tommasi sarebbe in vantaggio sugli altri due candidati a pari merito e per i quali il centrodestra s’era diviso: il sindaco uscente, Sboarina, appoggiato da Lega e Fdi e l’ex sindaco Tosi, sostenuto da Forza Italia.

Dunque, se l’esito dello spoglio di oggi convaliderà gli exit poll di ieri, i cittadini avrebbero scelto di confermare quasi ovunque le amministrazioni delle loro città. Con la sorpresa di Verona, l’eccezione che confermerebbe la regola del generale mantenimento.

Ma se il discorso è aperto per il reale esito amministrativo, non occorre attendere il conteggio delle schede per sottolineare lo storico flop dei referendum. Ha votato appena un quinto degli aventi diritto, fra il 19 e il 23 per cento secondo i sondaggi, molto al di sotto della soglia del 50 più uno che rende valide le consultazioni popolari e perciò irrilevante la pur raggiunta vittoria dei “sì” nei 5 quesiti.

Se confermata, sarebbe la percentuale di astensione più bassa di tutti i 73 referendum che, da quello istituzionale del 2 giugno 1946 (Monarchia o Repubblica) al quesito costituzionale del 20 settembre 2020 sulla riduzione del numero dei parlamentari, sono stati sottoposti negli anni al giudizio degli italiani. Specie dal 12 maggio 1974, quando la partecipazione sul divorzio raggiunse la vetta, da allora ineguagliata, dell’87,72 dei votanti.

Se 8 italiani su 10 hanno deciso di rinunciare alla possibilità di legiferare loro al posto del Parlamento, significa che sbagliata non è la volontà inespressa del popolo sovrano, ma il pacchetto referendario proposto dai promotori, Lega e radicali. Agli occhi degli italiani quei quesiti sono apparsi tecnicismi inutili o confusi. Se non proprio controversi, come testimoniano i tanti “no” registrati sui due temi più sensibili e sentiti: la legge Severino e la carcerazione preventiva.

(Pubblicato su L’Arena di Verona)
www.federicoguiglia.com

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