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Referendum, perché noi cattolici diciamo Sì

La persona è davvero al centro della giustizia italiana? Oppure è diventata sempre più spesso uno strumento di potere che schiaccia l’umano? L'intervento di Domenico Menorello, vicepresidente Comitati civili per un giusto SÌ

La giustizia serve a liberare il più fragile dalla paura e serve a comporre i conflitti in base al “bene comune”. Quando – con un gruppo di giuristi, docenti ed esponenti di tanti ambiti del mondo associativo cattolico – abbiamo creato i Comitati “per un giusto SÌ“, ci siamo posti un quesito semplice ma determinante: la persona è davvero al centro della giustizia italiana? Oppure è diventata sempre più spesso uno strumento di potere che schiaccia l’umano?

Questa la ragione di un impegno ragionato per il sì al referendum del 22 e 23 marzo da parte di tanti cattolici, cioè per motivazioni anche di carattere antropologico. Mi spiego.

In Italia abbiamo assistito ad una molteplicità di casi in cui a dare le carte della concezione dell’umano è stata la cosiddetta “giustizia creativa”: tante decisioni innovative che hanno introdotto contenuti attinenti all’umano che in nessuno caso dovrebbero essere rivendicati da un potere, quello giudiziario, che non ha alcun mandato popolare. Il cosiddetto “sovranismo giudiziario” messo in pratica sulle questioni antropologiche più importanti per l’esistenza di ciascuno e per la società credo sia un inaccettabile vulnus agli spazi di libertà e azione delle singole persone, del popolo e delle sue rappresentanze di ordine legislativo.

Tale consapevolezza è maturata dal lavoro condiviso dal 2019 di molte associazioni del network “Ditelo sui tetti”, e suggerisce di attirare l’attenzione su una prospettiva giurisprudenziale ancora poco indagata, pur essendo nevralgica per l’impatto culturale e sociale nel Paese.

Una parte della magistratura si è arrogata la funzione di creare norme nuove ideologicamente sollecitate e orientate, con l’effetto di aver impattato direttamente la concezione dell’umano. Mi riferisco a sentenze di merito e di legittimità che pretendono di appoggiare, condizionare e financo imporre una surrettizia normativa in tema di concezione della vita, di tutela dell’esistenza, di valore o disvalore della vita nella malattia e fragilità.

Una giurisprudenza creativa, che ha la pretesa di supplire al legislatore e ridefinire la struttura e il perimetro di esperienze umani fondamentali, quali la fine della vita, la dignità del vivere, la genitorialità, l’utilizzo di stupefacenti per fuggire il reale, l’educazione, la percezione della propria identità, insomma la vita, la morte e persino tratti post mortem. Il punto da cogliere è che si è di fronte allo svolgimento di un compito che non appartiene allo ius dicere il quale, piuttosto, deve applicare la legge chinandosi sul caso concreto, per pacificare i conflitti interpersonali facendo leva sul “bene comune” indicato, in ipotesi, dalle leggi.

Tutti casi che assieme a Maurizio Sacconi abbiamo esemplificato nel pamphlet “Ingiustizia creativa e trasformazione antropologica”, ed. Marcianum, proprio al fine di sottolineare come una parte della magistratura si sia surrettiziamente trasformata in una fonte sempre più creativa. E di cui discuteremo a Roma il prossimo 3 marzo, dalle 14.30 presso il Pio sodalizio dei Piceni, con Antonio Baldassarre Presidente emerito Corte costituzionale, Stefano Ceccanti Libertàeguale – Sinistra del SI – Università di Roma, Giuseppe Fioroni già Ministro della Repubblica, Luigi Salvat già Procuratore Generale presso la Corte di cassazione, Maurizio Sacconi Presidente Amici di Marco Biagi, Antonio Scino Presidente Giuristi cattolici Roma, coordinati da Antonio Polito Vicedirettore Corriere della Sera e con le conclusioni di Alfredo Mantovano, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Ha scritto Kant che “la violazione del diritto avvertita in un punto della Terra è avvertita in tutti i punti”. Il sì al referendum, specularmente, è prezioso al fine di superare, specie con il sorteggio, le degenerazioni ideologiche che per decenni sono state le protagoniste indiscusse dell’attività del CSM, che ha assunto quale conseguente criterio di selezione e valutazione dei magistrati non tanto il merito, ma la contiguità ideologica alle correnti. E soprattutto per impedire quella giustizia creativa che sconvolge il preciso equilibrio di chi deve invece far rispettare le leggi, non scriverne di diverse da quelle indicate dal legislatore quale unico interlocutore del popolo.

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