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L’Europa può reagire contro Trump?

Che cosa sta succedendo fra Usa e Ue su Groenlandia e non solo. L'intervento di Francesco D'Arrigo, direttore dell'Istituto Italiano di Studi Strategici "Niccolò Machiavelli".

Oramai è nota l’importanza geopolitica assunta dall’Artico, dovuta alla convergenza di diverse dinamiche, tra le quali: il ritiro strutturale dei ghiacci marini e la conseguente navigabilità di nuovi corridoi marittimi causati dal cambiamento climatico, la possibilità di sfruttamento di risorse minerarie critiche, il ruolo di base di difesa avanzata nel progetto “Golden Dome” Usa e altri fattori chiave che hanno fatto diventare la Groenlandia il nuovo Polo Strategico sul quale si stanno concentrando le priorità militari e di sicurezza dell’Amministrazione Trump.

In tale contesto, la Groenlandia, interfaccia geografica tra Nord America, Europa e Artico, funge contemporaneamente da avamposto difensivo, da snodo cruciale per le nuove rotte marittime, da base di comando e controllo spaziale, dei sistemi di sorveglianza, di allerta precoce e difesa missilistica balistica, da territorio che ospita importanti giacimenti di risorse ambientali, ittiche e minerali essenziali per i Paesi artici, l’Europa, la NATO e, infine, anche per gli Stati Uniti – fino a quando saranno alleati affidabili. Questa potenzialità, in continua emersione proprio a causa del cambiamento climatico, negato dall’attuale inquilino della Casa Bianca – che lo ha definito un imbroglio (hoax) inventato dai cinesi per danneggiare l’industria americana – si colloca in un contesto di dipendenza strutturale degli Stati Uniti dalle catene di approvvigionamento controllate dalla Cina, che concentra una quota quasi totalitaria a livello globale della produzione e della raffinazione di minerali strategici essenziali per le industrie della difesa, dello Spazio e per le tecnologie avanzate.

L’ambizione di annettere la Groenlandia appare quindi a Washington come una leva strategica contro la capacità di Pechino di sfruttare la propria capacità di proiezione logistica e militare con lo sfruttamento delle nuove rotte di navigazione artiche e posizione dominante nel settore dei minerali strategici. Sebbene i vincoli tecnici, ambientali ed economici legati all’attività mineraria sull’isola siano estremi, non costituiscono un ostacolo decisivo a una strategia imperialista a lungo termine. Ciò è particolarmente vero se si considera che gli Stati Uniti dispongono già di un’ampia libertà militare e legale sul territorio, in base agli accordi di difesa esistenti. La questione chiave, quindi, non risiede tanto nell’accesso quanto nel controllo duraturo delle condizioni politiche, economiche e strategiche di questa regione.

Questo orientamento di politica estera assertivo non fa parte delle trumpate quotidiane, ma deriva dalla dottrina caratteristica “America First” declinata dalla Heritage Foundation nel Project 2025, “Mandate for Leadership – the Conservative Promise”. Un manuale di 887 pagine pubblicato nel 2023 che abbraccia una logica di “ricolonizzazione strategica”. Un vero e proprio manuale della dottrina MAGA, elaborato da un “Advisory Board” costituito da 54 organizzazioni, think tank ed esponenti di spicco dei conservatori americani, che hanno incaricato 34 autori dei capitoli, dei quali la stragrande maggioranza sono stati candidati alle elezioni, assunto incarichi di governo e di consiglieri nell’Amministrazione Trump 2.0. Una struttura che è stata potenziata dalle capacità tecnologiche e finanziarie dell’élite di oligarchi tecno-miliardari che hanno contribuito allo storico ritorno alla Casa Bianca del tycoon. Una strategia studiata per anni, che si basa sulla messa in sicurezza diretta di risorse, infrastrutture critiche e rotte di trasporto ritenute vitali per la sicurezza economica degli Stati Uniti. Il controllo energetico, il predominio tecnologico, la superiorità militare e la padronanza di aree chiave, strutturano la dottrina “Donroe” (come l’ha definita Trump – Monroe più corollario Trump, facendo una crasi tra «Don» di «Donald» e Monroe, il cognome del presidente degli Stati Uniti), che nel 1823 enunciò un concetto rispettato per duecento anni da ogni successore alla Casa Bianca: Washington deve imporre con qualsiasi mezzo la sua egemonia nell’emisfero occidentale. Solo tutto quello che è posseduto è sicuro. Una dottrina di relazioni con gli altri Stati secondo la quale il diritto internazionale cede il passo alla forza e le alleanze sono subordinate a dinamiche di potere sempre più asimmetriche e coercitive.

Le minacce ibride e la guerra economica all’Europa

Il 16 gennaio scorso, reagendo a all’invio in Groenlandia di personale militare da parte di Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda e Finlandia, il presidente Trump aveva minacciato: “Potrei imporre dazi doganali per tutte le merci spedite negli Usa ai Paesi ostili al piano americano sulla Groenlandia”. Il giorno dopo, con un post sul suo social media Truth, dalla minaccia passa ai fatti: “A partire dal 1° febbraio 2026, ai Paesi sopra menzionati verrà applicata una tassa del 10% su tutte le merci spedite negli Stati Uniti d’America. Il 1° giugno 2026, l’aliquota aumenterà al 25%. La misura è valida sino al raggiungimento di un accordo per l’acquisto completo e totale della Groenlandia”. “Stanno giocando (gli europei) a questo gioco molto pericoloso. Hanno messo in gioco un livello di rischio che non è sostenibile”. Washington torna a scatenare la guerra commerciale contro l’Europa, che dimostra come l’accordo scozzese siglato il 28 luglio 2025 da Ursula Von der Leyen e Donald Trump, sulla base del 15% di dazi imposti su quasi tutti i prodotti UE che viaggeranno verso gli USA, per il presidente Trump è stato scritto sul ghiaccio. Non vale nulla.

Sebbene la Russia concentri principalmente i suoi sforzi sulla propria costa artica, mentre la Cina dà priorità a una presenza commerciale e scientifica (dual-use) a medio termine, contrariamente agli allarmismi di Washington, la Groenlandia non è attualmente minacciata da installazioni militari cinesi o russe. Tuttavia, questo relativo vuoto strategico alimenta politiche economiche guidate dal desiderio di investire, proteggere e isolare il territorio prima che diventi oggetto di una concorrenza più diretta.

Inoltre, siamo di fronte a una vera e propria operazione di deception, che ha come obiettivo catalizzare l’attenzione diplomatica e destinare risorse militari dell’Europa sulla difesa della Groenlandia, piuttosto che verso l’Ucraina.

Se Washington temesse veramente un attacco russo, avrebbe rafforzato le capacità di resistenza dell’Ucraina. Invece, sin dal suo insediamento, l’Amministrazione Trump 47 ha abbandonato Kyiv e l’Europa, che è stata costretta a fornire da sola armi e sostegno finanziario per permettere all’esercito ucraino di continuare a difendersi, tenendo lontano il “Russkiy Mir” anche dai baltici e dall’Ue.

Destrutturazione della Nato

Con l’imposizione di nuovi dazi del 10% agli otto Paesi europei che, secondo il presidente Trump, stanno ostacolando il suo piano di annettere la Groenlandia, c’è un dettaglio molto importante che è passato del tutto inosservato ai media e ai governi europei che non si sono uniti alle iniziative degli otto Stati sanzionati. Nel testo del suo annuncio su Truth, il 47esimo Presidente degli Stati Uniti, giustifica l’imposizione di questi nuovi e ulteriori dazi come una prima risposta ai movimenti militari della NATO volti a rafforzare la difesa dell’isola artica.

In altre parole, il Capo della Casa Bianca, che intende annettere la Groenlandia perché l’Europa non la difende adeguatamente, quando otto Paesi europei – tutti membri dell’Alleanza Atlantica – iniziano a inviare soldati e risorse economiche per rafforzare questa difesa del fianco Nord della NATO, Washington valuta queste azioni come una minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, e risponde con sanzioni economiche.

La giustificazione a tali atti di guerra economica dell’Amministrazione Trump chiarisce che ci troviamo di fronte a uno scenario senza precedenti in cui, per la prima volta in 76 anni, un Presidente in carica degli Stati Uniti considera la NATO come una minaccia.

Uno scenario distopico che sta mettendo a serio rischio non solo la sostenibilità dell’Alleanza Transatlantica in un’epoca di incertezze, conflitti e fratture geopolitiche senza precedenti, ma apre la porta a un passo successivo ancora più pericoloso. Perché, di fronte a questa percepita “minaccia europea”, il Pentagono potrebbe ritenere di dover difendere la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, attraverso una risposta militare, iniziando, per esempio, dal rafforzamento del contingente americano della base di Pituffik nel Nord della Groenlandia. Una decisione che può essere presa immediatamente, perché trattandosi di un’operazione di sicurezza, quindi scevra dal passaggio formale al Consiglio Atlantico, per attivarla basta una disposizione di servizio del Generale Alexus G. Grynkewich, attuale Comandante Supremo Alleato in Europa (SACEUR) della NATO. Del resto, non è credibile pensare che l’alto ufficiale della U.S. Air Force, nominato dal presidente Trump su indicazione del suo vice Vance, per sostituire il Generale Christopher G. Cavoli nel luglio 2025, possa opporre resistenza a un ordine del suo “comandante in capo”.

Tutte le decisioni intraprese in questo primo anno di presidenza Trump 2.0, da un lato hanno avuto l’obiettivo strategico di spaccare l’UE, di sponsorizzare le organizzazioni politiche di estrema destra che vogliono dividere i governi europei, di ridurre l’influenza degli Stati Uniti nelle questioni di sicurezza NATO, relegandole all’Europa; dall’altro lato quello di imporre la capitolazione di Kyiv per istituzionalizzare una inedita partnership tra gli Stati Uniti e la Federazione Russa del presidente Putin.

Nelle ultime settimane, questa strategia di logoramento dell’Unione Europea, si è trasformata in un vero e proprio accerchiamento. L’Europa ora è circondata: minacciata da Est dalla Russia (finora respinta dall’eroica resistenza del popolo e dell’esercito ucraini; da Ovest dal suo potente (ex) alleato e azionista di maggioranza della NATO, che minaccia un intervento militare per annettersi la Groenlandia. Accerchiamento che sta costringendo gli alleati a riconsiderare Washington non più come un alleato affidabile ma come un rischio strategico, un avversario economico e persino una minaccia, obbligandoci a ridefinire e potenziare la nostra Politica di Sicurezza e Difesa Europea  (PSDC).

Il caso della Groenlandia richiama quindi una costante storica nelle relazioni internazionali: le riorganizzazioni territoriali o funzionali tra alleati non sono mai una questione di generosità, ma piuttosto riflettono profondi squilibri di potere. In periodi di forti tensioni geopolitiche globali, del ritorno della guerra tra Stati nel cuore dell’Europa e di conflitti in Medio Oriente, che hanno di fatto destabilizzato l’ordine della sicurezza internazionale, i processi di ristrutturazione sistemica e le alleanze hanno un costo, che viene scaricato sulle nazioni più deboli dal punto di vista politico e militare.

La Groenlandia non fa eccezione ed è indicativa delle trasformazioni in corso dell’ordine internazionale.

Perché l’Europa non può non reagire

Quando le grandi potenze iniziano a comportarsi come avversari strategici, l’Europa deve rispondere come una potenza reale, non soltanto economica — e soprattutto non come un ostaggio da predare.
Occorre pensare alla risposta più efficace per opporsi a questa prevaricazione senza più illusioni di appeacement per allontanarla.

Il presidente Donald Trump ora minaccia tariffe contro gli Stati europei (e NATO) che si oppongono all’idea che gli Stati Uniti “prendano” la Groenlandia. Queste minacce contro i propri alleati, di fatto, fanno implodere la NATO, che né l’Unione Sovietica né la Russia del presidente Putin (che starà brindando di fronte a tale scenario distopico) non erano riusciti a scalfire in 76 anni di Guerra Fredda. Questa non nemmeno geopolitica. Non è difesa collettiva transatlantica. È coercizione.

La logica è diretta e pericolosa:
L’Europa si deve allineare — o puniremo economicamente i dissenzienti.
Questo è il linguaggio dei regimi autoritari, non delle democrazie liberali.

Ma L’Europa non è un vassallo.
La Groenlandia non è una merce di scambio.
La sovranità non è in vendita — e certamente non può essere minacciata da un alleato.
Se questo tipo di pressione venisse normalizzato, qualsiasi potere con leva economica potrà tentare di ridisegnare i confini attraverso l’intimidazione. Questo segnerebbe definitivamente la fine del diritto internazionale, la fine dell’ordine basato sulle regole e la fine degli stessi principi che l’Occidente sostiene di difendere.
Questo è il momento in cui l’Europa deve assumere una postura chiara e unitaria:
Non negoziamo sotto minaccia.
Non accettiamo punizioni economiche per aver difeso i nostri valori e principi democratici.
E non ci sottomettiamo alle minacce ibride — indipendentemente da chi le utilizzi.

La forza oggi non riguarda chi minaccia più duramente.
Conta chi difende la democrazia e respinge le minacce quando arrivano.

L’Europa deve rispondere unita. Con calma e fermezza.

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