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Ucraina

Rama e Scholz spiazzano Schlein

Gioie e dolori per Elly Schlein. I Graffi di Damato.

Abbastanza giovane con i suoi 38 anni, quasi 10 in meno di una Giorgia Meloni entrata in politica però molto prima di lei e perciò più attrezzata per forza di cose, Elly Schlein ha forse commesso per inesperienza nell’affollata piazza romana del Popolo sabato scorso un errore che si sarebbero forse risparmiati, non foss’altro per ragioni scaramantiche, quei vecchi marpioni del suo partito nascosti nel retropalco. Ha esplicitamente, orgogliosamente ma anche imprudentemente aperto “una fase nuova” della sua segreteria che pure non ha compiuto ancora nemmeno il primo anno festeggiato invece dalla Meloni a Palazzo Chigi.

L’AMBIZIONE DI SCHLEIN

Capi di governo o di partito – sia nella prima sia nella seconda Repubblica di cui ci siamo abituati a parlare anche a Costituzione invariata – avventuratisi in seconde fasi delle loro avventure hanno generalmente finito per avvicinarne anziché ritardarne l’epilogo. Ma non c’è regola naturalmente che non abbia la sua eccezione, per cui la Schlein potrebbe essere la prima a sfatare questa leggenda e a svolgere per intero il mandato congressuale di quattro anni da lei già opposti a quanti ne hanno prospettato l’interruzione con i risultati delle elezioni europee di giugno del 2024, se non dovessero essere positivi per il Pd oggi attestato attorno al 18 per cento dei voti. Tallonato dal MoVimento 5 Stelle di Giuseppe Conte al 17, che gli contende perciò il primato nella costruzione dell’”alternativa” al centrodestra meloniano, o destra-centro, fisicamente indicata dalla stessa Schlein nella piazza romana. Alla quale si è presentata -chissà perché – in viola quaresimale anziché nel rosso vivace scelto due giorni prima in televisione per essere ospitata da Bruno Vespa. E in quella piazza c’era anche Conte – uno che “parla molto e si capisce poco”, parola di Beppe Grillo – non sopra il palco ma fra il pubblico, come il leone in quelle ore in fuga per le strade di Ladispoli dopo essere scappato dal circo.

IL PENSIERO DI SANSONETTI

Non parliamo poi – a proposito di chi non vorrebbe aspettare i quattro anni del mandato congressuale per liberarsene – del mio amico Piero Sansonetti. Che dalla direzione della sua ritrovata Unità aveva rumorosamente chiesto il 7 novembre le dimissioni della Schlein per liberare il partito prima di chiuderlo, o quasi.

Sansonetti di fronte alla piazza romana di quattro giorni dopo ben affollata ha preso atto, sì, del successo di pubblico conseguito dalla segretaria ma è rimasto ugualmente “basito” dalla sua scala di valori, problemi e quant’altro avendo parlato della Palestina, peraltro senza molto impegno, e in disaccordo pure col padre, solo dopo avere criticato il governo sul tema della tassazione degli affitti brevi. E comunque ha trovato – sempre il mio amico Piero – quelle 50 mila persone raccoltesi sotto il Pincio troppo poche rispetto alle 500 mila, o 300 mila secondo altri, sfilate a Londra per la Palestina libera: si spera, almeno per quanto riguarda la mia personale opinione, anche dall’uso che ne fanno i terroristi di Hamas col permesso o le sollecitazioni, persino nella Nato – ripeto, la Nato – del presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Roba da far cadere a terra il povero presidente americano Joe Biden senza neppure tentare di salire o di scendere da un aereo, o solo di accelerare il passo su un prato.

LA “FASE NUOVA” TRA SCHLEIN, RAMA E SCHOLZ

Con la “fase nuova” annunciata nella gratificante piazza romana di sabato scorso la Schlein ha chiuso nella vecchia e buttata dietro le spalle anche la faticosa, a dir poco, missione compiuta il giorno prima al congresso – o quasi congresso- dei socialisti europei a Malaga. Dove neppure l’accorta rinuncia alla tentazione avvertita nel Pd di chiedere l’espulsione del premier albanese Edi Rama per il patto appena stipulato con l’Italia della destrissima Giorgia Meloni le aveva potuto risparmiare un certo isolamento, o una certa marginalità, sul tema spinosissimo dei migranti. La cui “esternalizzazione” da lei lamentata con il linguaggio criptico della politica, e concretizzatasi proprio con l’accordo italo-albanese per l’espletamento delle pratiche di asilo e protezione internazionale dei migranti soccorsi in mare da navi italane, era stata invece difesa in contraddittorio quasi diretto dalla vice presidente tedesca dell’Europarlamento Katerina Barley.

La partenza in anticipo, e tutta fretta, da Malaga per non compromettere la partecipazione alla manifestazione di piazza a Roma del giorno dopo, preparata con tanta cura dai suoi collaboratori mobilitando 170 pullman e 7 treni straordinari, ha poi risparmiato alla Schlein lo spettacolo del cancelliere socialista in persona della Germania, Olaf Sholz. Che si è presentato a Malaga per dichiarare testualmente: “Seguiremo con attenzione l’esperimento dei centri che l’Italia vuole istituire in Albania. Ciò che conta è istituire un meccanismo di solidarietà nell’Unione Europea e non cercare di vincere le sfide da soli”.

È stata musica naturalmente per le pur lontane orecchie sia della Meloni sia, o soprattutto, del premier albanese già spintosi a definire “pazzo” il Pd per le sue critiche all’intesa con una Italia che per lui “non è né la destra né la sinistra, ma un insieme di tutto quello che rappresenta per me e per noi albanesi: un paese straordinario col quale siano indissolubilmente legati”. Per cui “è sempre un onore poter dare una mano quando ce lo chiede”. E meno male che Rada si è fermato al “pazzo”, senza dare al Pd, come per altri versi il piddino Vincenzo De Luca in Italia, del “demente e maleducato”.

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